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Labbra Blu - Diaframma
C'e' una ferita in fondo al cuore grande come non l'hai vista mai guarda il sangue e il suo colore ... e' bellissima. .

C'e' un grande salto in fondo al cuore prima deserto, adesso un'oasi via i cancelli per favore, che non mi servono piu'. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano carro che non vuol cadere nella stupidita'. .

Sulle labbra era il sapore del mattino che hai inventato tu guarda adesso come piove sulle mie labbra blu. Guarda adesso come piove sui sentieri in fondo all'anima storie che non hanno odore, e' la mia realta'.br>
Vorrei dare un nuovo nome, nuova linfa a tutto quel che c'e'. ma ogni cosa e' una ferita che mi ricorda te.

Labbra blu - Diaframma

mercoledì, 04 febbraio 2009
le tue mani

Ci sono sensazioni impalpabili che vanno oltre ogni spiegazione e come un velo di umidità si appiccicano sulla pelle facendoci rabbrividire.

Ci sono presenze impalpabili che lievemente si frappongono fra noi e la nostra stessa ragione e riempiono attimi di vuoto che altrimenti ci distruggerebbero.

Ci sono ricordi impalpabili che si addensano in parole e scivolano solidi nero su bianco a significare ciò che siamo stati e quel che abbiamo vissuto.

"Mio caro Michele,

qui è tempo di sagra. Migliaia di persone per strada a rincorrere una primavera che anche da queste parti tarda a mandare i primi segnali. Piove sempre, il cielo da un lato è sgombro e dall’altro gonfio di nubi grigie e pesanti. Un po’ come il mio cuore che non riesce a decidere da che parte esporsi. Eppure ti sento, come ieri ad esempio, quando seduta sulla poltrona a leggere un libro ho avuto l’impressione di dita  fra i capelli a comporre note dolcissime di una carezza. Come se si trattasse di qualcosa di normale ho ceduto a quella sensazione piegando di lato la testa, consentendo a quel sentire di darmi un po’ di conforto.

Ho chiuso gli occhi e accennato un leggero sorriso.

Poi mi sono irrigidita ricordando di esser sola in casa, i ragazzi erano al doposcuola e questo tu lo sai bene.

Sei passato a tenermi un po’ di compagnia mentre sprofondavo tre pagine di una storia che non mi appartiene. Sei passato a ricordarmi che non sono mai sola anche quando uso questa condizione a difesa di una stabilità che si è arresa ormai da tempo.

Ma d’altra parte quale è davvero il senso di  un’amicizia come la nostra, se non questo? Trascendere i limiti umani dello spazio e del tempo. Offuscare la ragione con il calore dei ricordi e dare ai sogni un senso sempre nuovo.

Le tue mani le conosco bene, mi hanno sostenuto in momenti di precario equilibrio. Mi hanno imboccato quando il cibo era nemico, mi hanno scosso quando la stupidità prevaleva sul buonsenso, mi hanno acchiappato quando la mia voglia di fuggire avrebbe distrutto la mia vita.

Le tue mani hanno un senso, sono il mio appiglio a quella vita di cui tu non hai potuto godere fino in fondo come avresti voluto…, e che io non comprendo a dovere solo perché ce l’ho.

Le tue mani reali ancora le ricordo e non dimentico quel nostro modo di aggrapparci l’uno all’altra, per questo le ho disegnate..

Ciao tesoro, a presto, (speriamo).

Scritto da: arietta alle ore 16:07 | link | commenti (18) | Categoria: sogni, amicizia, emozioni, michele




giovedì, 01 gennaio 2009
E arrivato ...

E’ arrivato serenamente, è scivolato sul broccato della tavola imbandita, si è immerso nell’aria allegra di brindisi e baci, ha allargato le braccia di chi mi era accanto. Ho guardato l’orlo ondeggiante della gonna “fru-fru” di mia figlia che si impigliava ad ogni passo, l’ho vista chiamare il padre, con il fratello, al cellulare 30 secondi prima della mezzanotte per condividere anche con lui quel momento che alla loro  età sembra davvero un nuovo inizio ogni volta. Ho potuto tenerli stretti a me nell’attimo in cui il nuovo scalzava il vecchio in un’implosione interiore di speranza e forza ed immenso amore.

Mi sento fortunata, questa sera mi sento davvero fortunata, colma di tanto più di quanto avessi sperato.

I miei 40 anni prendono a pedate nel culo qualsiasi tentativo di buon proposito da formulare per l’occorrenza… sarò … farò … avrò…

Mi piacerebbe pensare di poter avere ciò che "normalmente" si può desiderare, non grandi eventi ma un quotidiano vivere senza grandi problemi da dover affrontare. Bello vero?

E invece saremo tutti qui, intenti a gestire  l'unica vita che ci sia data da vivere.

Buon anno a tutti.

Scritto da: arietta alle ore 21:37 | link | commenti (19) | Categoria: amore, bambini, sogni, emozioni




domenica, 16 novembre 2008
Appassionata

APPASSIONATA - by Patrick Mock - 24x30 on art canvas

Piano piano … dovrei farcela.

E’ che in questo momento riesco solo ad ascoltare il silenzio e la comunicazione passa attraverso un canale muto.

Sto costruendo la mia nuova … bellissima casa interiore.

Avrà fondamenta profonde e muri spessi, mi serve solidità per contenere questa mia vita appassionata.

Scritto da: arietta alle ore 09:51 | link | commenti (17) | Categoria: sogni, arte, dubbi, dentro dentro




domenica, 02 novembre 2008
Sentirti

bianco e nero 2

Questa nostra storia è come un pontile di legno sospeso sul mare d’inverno,

vulnerabile e saldo al contempo.

E ti vedo rinforzarlo mentre il cielo promette tempesta.

E’ questo l’amore?

Questo bisogno incessante di sentirmi al sicuro con te?

Il  desiderio di rifugiarmi in fondo alla tua voce o annegare nel profondo del  tuo sguardo?

 

Scritto da: arietta alle ore 23:47 | link | commenti (19) | Categoria: sogni




lunedì, 20 ottobre 2008
Movimento

Mi scavo dentro.

Ho un bisogno costante di conoscermi, di valutare ogni mia alterazione, di registrare ogni mutamento.

Sono una donna da struggimento. Stropiccio parti che sono solo mie e gioco ad identificarmi con gli altri per vedere cosa si prova a non essere me stessa.

Metto tutto in gioco. Sempre.

Mi spingo oltre e vivo in bilico.

Una che azzarda il precariato nei sentimenti, in effetti.

Mi chiedo perché alcuni nascono e vivono stabili. Mi chiedo perché alcuni vivono la staticità come un successo e l’inerzia come uno stato di grazia.

Ed io invece sono movimento anche solo col pensiero. Mi alleno nello step dell’anima con grande successo, salgo e scendo di continuo scalinate bianche come il gesso e nere come l’ebano, mi arrampico su contrafforti e spicco voli pindarici puntando su correnti emozionali .

Beh… si, in molti casi mi appiccico agli specchi.

 

Scritto da: arietta alle ore 21:19 | link | commenti (17) | Categoria: sogni, emozioni, dubbi, dentro dentro




sabato, 06 settembre 2008
Buio e presenze

buio

Quella sera rientrai a casa dopo una giornata d’inferno. Mi sentivo  irritabile e stanca, per fortuna i ragazzi avrebbero dormito dal padre. Potevo concedermi una serata di relax.

Mi chiusi la porta alle spalle e per un attimo rimasi immobile all’ingresso.

La casa era muta. E buia. E rassicurante, talmente rassicurante da non sentire la necessità di girare l’interruttore . Solo in un secondo momento mi sovvenne che in realtà io odio il buio.

Mollai  la borsa e le altre sporte sul pavimento e spostandomi nella sala mi lasciai cadere sul divano.

Silenzio. Silenzio fitto. Silenzio talmente palpabile da sembrare pesante.

Forse un po’ infastidita da questi pensieri  decisi che come prima cosa avrei fatto una doccia.

Percorsi il corridoio nella totale oscurità, come potevo non sentire il bisogno di dare luce ai miei passi? Questa domanda mi tormentava ma finché non avessi cominciato a sentire una reale paura avrei spinto quel gioco il più possibile, ne valeva la pena…

Andai in camera da letto  mi sfilai via le scarpe e poi anche i jeans e la maglia. Con estrema attenzione li ripiegai e li poggiai dove potei. Mi diressi in bagno e cominciai a far scorrere l’acqua perché raggiungesse la temperatura desiderata.  Entrai nello scuro più fitto.

L’acqua mi investì tiepida e vitale,  spontaneamente  chiusi gli occhi. Improvvisamente prese a girarmi la testa. Riaprii gli occhi e pur non vedendo ad un palmo dal naso mi sentii meglio, come se la vertigine fosse passata.

Ripetei l’esperimento.

Mi ritrovai a dovermi poggiare ad una delle pareti ma mantenni gli occhi chiusi, avevo bisogno di capire.

E poi all’improvviso, fu solo questione di un attimo, ebbi l’impressione che qualcuno mi aiutasse a sedermi sul sedile della parete attrezzata.

Riaprii gli occhi.

Ero sconcertata e calma contestualmente.

Solo l’avere trovato una giustificazione a quello che era accaduto avrebbe potuto consentirmi di dormire quella notte.

Il buio restava pesto ma non avevo l’angoscia che mi prende quando improvvisamente salta l’energia  elettrica,  il perdere i punti di riferimento destabilizza il mio equilibrio al punto da farmi vacillare ma in quella circostanza era come se la luce inondasse ogni angolo.

E poi quello strano senso di calma assoluta che notai all’inizio, quando rimasi immobile sentendomi rassicurata.

Cosa percepivo realmente? C’era d’avvero una presenza avvolta in quel buio? Stavo immaginando? Sognando? Probabilmente mi sarei svegliata di li a poco e dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua avrei rinconquistato il sonno.

Perché non mi sentivo spaventata?

Il telefono squillò.

Sempre al buio uscii dalla doccia e avvolgendomi in un asciugamano andai al tavolo sul quale era posto il cellulare.

-          Pronto ! –

-          Mamma volevo dirti che domani papà ci porta al mare e ritorneremo nel pomeriggio  -

-          D’accordo , quando state per rientrare avvertitemi. -

Notavo  qualcosa di diverso ma non mi rendevo conto di cosa. Poi capii.

La luce! La casa non era più immersa nel buio, i faretti e le lampade e i lumi … tutto acceso.

Scesi al piano di sotto e andai all’ingresso. Potevo vedere l’intero tragitto percorso  in precedenza. Le buste sul pavimento, i cuscini smossi sul  divano ed anche  i vestiti ripiegati con cura e poggiati sulla panca, le scarpe disposte una accanto all’altra con una simmetria totale.

Tornai in bagno.

La sensazione che qualcuno mi avesse sfiorato, che mi avesse aiutato a sedermi era ancora forte. Io l’avevo percepita distintamente.

Non sono una di quelle persone che affonda il naso in questioni spiritiche e ciò che non può essere spiegato logicamente sfugge al mio interesse, non mi importa sapere se esiste una vita oltre la vita, se chi non c’è più ci vive accanto o roba del genere.

Ero rimasta davvero al buio non appena in casa? Oppure come di consueto avevo illuminato ogni stanza in cui ero entrata? La calma che mi aveva avvolta era davvero la percezione di “altro”? Oppure il ritrovarmi tra le mura domestiche dopo un intero giorno passato fuori aveva amplificato la mia percezione di soddisfazione al sentire quel profumo familiare che ogni famiglia imprime ai propri ambienti?

Sinceramente non capisco cosa possa essere successo ed anche se la curiosità è forte fingo che in realtà non sia accaduto nulla.

 

Scritto da: arietta alle ore 16:21 | link | commenti (36) | Categoria: sogni, giorni no, paure, dubbi




mercoledì, 03 settembre 2008
Parole e frantumi

Era bella, era davvero bella la sua bambola di vetro, parole e filo di ferro soffiato.

Lei stava dormendo.

Le si sedette accanto e prese a guardarla.

Il suo respiro era una leggera corrente d’aria. La sua superficie era liscia e trasparente, i suoi capelli sottili fili trafilati al bronzo e i suoi occhi due prismi di diamante. Di tanto in tanto la stuzzicava con una piuma d’oca e l’altra riempiva l’aria con  un tintinnio  cristallino.

Le piaceva la sua trasparenza. Guardava per ore cosa le accadesse all’interno. Ogni cosa era visibile.

In cima aveva una sorgente costantemente in funzione, ne sgorgava un impasto informe dal colore indefinito che seguiva un percorso obbligatorio a forma di spirale. Il processo di comprensione faceva in modo che le varie sostanze che componevano l’impasto venissero separate tra loro ed inviate ai rispettivi centri di accoglienza. Il fluido gassoso dei sentimenti, per esempio, dopo aver passato un primo esame dal Consiglio delle Coronarie si sistema all’interno del reparto stagno detto Cuore e si dilatava per come poteva.

 Ma la vera straordinareità era nell'anima, un immenso mosaico di parole. Aveva imparato a disciplinarle a dovere come piccole monache  efficienti.

La processione delle parole sfilava costante nel lunghissimo chiostro della ragione. Era una processione infinita in cui parole sagge e parole stolte si confondevano di continuo. Non sarebbe stato possibile raccoglierle in un unico  ambiente per quanto effimero lo si possa immaginare, per questo procedevano in fila. Alcune erano folli, altre sporche, ma ce n’erano anche di corte e di lunghe, di buone e di cattive. Miliardi di parole una dietro l’atra.

Una parte di queste si evolveva in discorso e poteva quindi espandersi al di fuori del vetro  appiccicandosi tutt’intorno. Alcune entravano in altri esseri, alcune andavano perdute per sempre, altre immortalate,  quasi mummificate da inchiostro e carta, potevano sopravvivere per millenni.

Quelle che restavano all’interno sembravano tristi  quasi mortificate e per questo avevano un ambito loro nel quale allevavano rimpianti e lacrime…Il pozzo delle parole non dette sembrava il luogo meno piacevole di quel meraviglioso circuito vitreo,  al contrario del vano dei sogni in cui le più audaci e quelle insensate , le più svampite e quelle più leggere aleggiavano divertite in una danza senza fine.

Quelle serie, più noiose e vetuste, andavano in giro di rado, giusto quando non potevano farne a meno.

Era fatta di vetro e parole e fili di ferro soffiato.

Si alzò e con una lastra di spesso marmo la frantumò .

Povera, piccola bambola di vetro.

E tutti quei frantumi impalpabili finirono con lo sfregiare e tagliuzzare e uccidere quelle minuscole molecole verbali.

Non poteva reggere oltre tanta bellezza. La chiarezza di quell'essere, la perfezione palese offuscava ogni suo senso.

La sopraffazione dell'anima sull'intelletto pareva insostenibile.

E all’improvviso solo il silenzio.

Scritto da: arietta alle ore 18:03 | link | commenti (21) | Categoria: racconti, sogni




mercoledì, 20 agosto 2008
Mancanze...

Ero in giardino col mio prendisole bianco e i capelli raccolti in due trecce, la luce del sole pomeridiano dissolveva i contorni imprigionando quella strana verità in una bolla di vetro cerebrale…

Mia madre mi viene incontro con l’aria assente di chi ha dimenticato tutto. La guardo avvicinarsi e non so  se piangere o ridere perché sono cosciente  che in quel momento tutti gli anni trascorsi tra noi, tutti gli eventi dolorosi e non, tutti i macigni e le macerie, tutte le carezze supposte, tutte le lacrime essiccate  non sono  compresi nei limiti di quella labile mente.

“Fai attenzione a salire sull’albero, potresti farti male”, queste parole risuonano come un colpo di fucile esploso tra pareti d’eco e senza accorgermene  mi sfilo le scarpe, alzo la gonna e sfido i rami di un anziano e possente carrubo.

Era quella l’immagine che le scorreva nello sguardo, quell’immagine a cui, tanto tempo fa, ha voluto negare l’attenzione.

Che importanza ha se nel mezzo sono trascorsi 30 anni? In questo momento le manca quella bambina.

E manca anche a me.

Mi manca la leggerezza del sorriso di un tempo, quando gli anni erano una manciata e le occasioni infinite.

Mi manca il gusto delle caramelle che si sciolgono in bocca... talmente buono da valere un furto.

Mi manca la paura del buio e il senso di ineluttabilità degli eventi. Mi manca lo stupore che avevo quando scoprivo che la realtà delle cose procedeva a doppio senso e i doppi sensi contenevano visioni incomprensibili.

Mi manca l’incoscienza ormai soprafatta dal buonsenso e la possibilità di una battuta d’arresto… tanto c’è tempo.

Mi manca la fiducia totale che riponevo in un amico e la sicurezza che sapevano infondermi gli abbracci. E i brividi di pelle quando altre mani le si poggiavano sopra  e il respiro che moriva in gola al suono di parole non ancora abusate.

Si…mi manco io come ero prima,

prima che diventassi un’autostrada percorsa dal tempo e  divelta dagli eventi.

 

Scritto da: arietta alle ore 14:12 | link | commenti (16) | Categoria: racconti, bambini, sogni, emozioni, dentro dentro




domenica, 10 agosto 2008
a strapiombo sul cuore

On air: Sleeping with the light on - Teitur

cuore[1]

Infila il suo cuore in una busta di plastica, a volte pesa troppo il  portarselo appresso, appende la sporta  al manubrio della bici e comincia a pedalare. La strada è in pendio, scivola sotto le ruote senza alcun attrito, sembra liquido questo sentiero che porta al mare.

strapiombo

Da questa parte non viene mai nessuno, lo strapiombo a  chi non conosce la zona sembra terrificante. Lei qui invece  c’è  nata, conosce ogni pietra, ogni parte di cielo, ogni visione possibile, per questo ha imparato a restare sospesa, è un modo come un altro per salvarsi la vita.

Si siede  sull’orlo del precipizio, ha sistemato  di fianco la busta di plastica che pulsa e sgocciola … fra un po’ il piccolo muscolo si acquieterà in un leggero tum-tum  impercettibile, stasi di tranquillità.

Appiccica lo sguardo al cielo, deve fare attenzione e cogliere l’istante esatto in cui piccole stelle si staccano come bottoni da una vecchia trapunta per tuffarsi a mollo nell’acqua scura.

E i suoi occhi diventano acchiappasogni, piccoli pendagli che tintinnano ad ogni movimento d’aria.

Sente lo strofinio dei suoi pensieri col buio, sembra quasi che sfregandosi generino piccole scintille luminose che danno vita a bagliori improvvisi e così di tanto in tanto lo scuro si illumina lasciando intravedere mille possibilità, molte delle quali perse, alcune rubate altre neanche considerate.

Apre la  tasca di pelle al centro dello sterno e scostando l’anima tira fuori carta e penna. L’inchiostro cola denso giù dal pennino, forma chiazze grumose di parole non dette, di immagini pietrificate, di sussurri rarefatti. Contorni di incontri custoditi da tempo immemore si sbriciolano tra carta e aria.

Occorre scrivere qualcosa, magari scriverselo addosso, pensa.

A dare senso alla fine.

Lascia il cuore nella sporta in bilico, dopo quel salto non le servirà più.

 

Scritto da: arietta alle ore 13:34 | link | commenti (25) | Categoria: mare, racconti, sogni, emozioni




sabato, 12 luglio 2008
Immobile

Resto immobile.

Voglio sentire il peso del tempo che mi si poggia addosso. Il contatto è percettibile, quasi un’emozione così come la visione del  mare che si increspa quando il vento lo sfiora.

Spesso rincorriamo il tempo, lo aggrediamo  con la nostra fretta, lo dissacriamo con ritmi incalzanti e compulsi, lo zittiamo con fiumi di parole che lo riempiono tutto e ci annegano.

Resto immobile.

Voglio capire il senso del tempo quando averne o non averne non fa differenza. E’ potente quella sospensione interiore che si prova quando si ha la percezione di un attimo che dura un’eternità e il senso di eterno che  ci sfugge .

Resto immobile.

E mi perdo nel mare che si increspa quando il vento lo sfiora.

Scritto da: arietta alle ore 22:02 | link | commenti (33) | Categoria: mare, sogni, emozioni, dentro dentro




domenica, 06 luglio 2008
(a)EST (d)A TE

C’è una sottile linea di separazione fra la felicità e l’abisso. E noi, funamboli improvvisati, cerchiamo un equilibrio troppe volte impossibile.

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L’estate confonde le menti. Le imprigiona con l’aria salmastra e i colori sfumati e concede attimi di incontenibile leggerzza dell’essere.  Momenti che sembrano emergere da realtà già vissute e per nulla dimenticate.

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Pensieri come pezzi di conchiglie.

Sentimenti che scivolano sulla sabbia come onde schiumose.

Certezze e incertezze che si incrociano su quel filo di orizzonte che incolla il cielo al mare .

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Certe volte penso quanto  sia bello essere un essere unano e farsi scuotere   da correnti interne a generare ondate di sensazioni, maree che avanzano e si ritirano ossigenando il sangue. Il poggiare lo sguardo su un tramonto estivo o su uno scoglio incrostato di salsedine e alghe dà potere alla vista che nel corso del tempo mi ha insegnato ad allagare il cuore di visioni mozziafiato. Essere un essere umano è una fortuna e una dannazione per il dolore e l’impotenza che ogni tanto ci investe.

C’è una sottile linea di separazione fra la felicità e l’abisso. E noi, funamboli improvvisati, cerchiamo un equilibrio troppe volte impossibile.

 

Opere: Agostino Cancogni

On air: Apologize - Timbaland

 

Scritto da: arietta alle ore 17:56 | link | commenti (18) | Categoria: mare, sogni, arte, emozioni




martedì, 01 luglio 2008
Van Gogh, i Coldplay e... mia nonna

Coldplay – Viva la vida  da Viva or Death and All His friends (2008)

 

Mia nonna era una pittrice .

 Vivevamo nella stessa grande casa ed io piuttosto che correre in giardino a giocare restavo a guardarla per ore mentre dipingeva.  I giorni estivi trascorrevano dolcemente nella terrazza che si affacciava sul mare. Credo che il mio amore per l’arte sia nato in quei pomeriggi assolati e distesi. Mentre mi sporcavo le dita coi colori ad olio ascoltavo i suoi racconti. Mi parlava di artisti dai nomi esotici, mi raccontava la storia dell’arte come solo chi ci vive dentro può fare.

Mi sono innamorata di Van Gogh al primo sguardo e da quel momento non ho potuto fare a meno di continuare ad amarlo. 

Lo incontrai in“Un paio di scarpe”, un olio su tela del 1887  .

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Mi pareva impossibile come un pittore, un vero pittore potesse aver dedicato tanta attenzione ad un soggetto così poco aulico. Nel mio immaginario infantile gli artisti riproducevano particolari della realtà che proponevano le ampiezze della campagna,  le trasparenze  dei fiori o al massimo l’opulenza cromatica dei cesti di frutta. Quelle scarpe mi parvero una magnifica nota stonata in un contesto in cui la perfezione regnava sovrana. Chi fosse veramente quell’uomo lo scoprii di li a poco.

Tra gli effetti di mia nonna trovai un libriccino nel quale Van Gogh narrava se stesso in una raccolta di lettere al fratello Theo, sostegno di vita. In questa raccolta trovai le sue stesse parole a svelare la costruzione delle sue opere ma al contempo   ne veniva  fuori il ritratto di un essere mortificato dal suo stesso genio, sovrastato dall’intensità delle sue percezioni .

In quelle scarpe avevo visto un sacco di cose , ma solo attraverso le sue parole e  solo in un secondo momento capii che parlavano dell’appartenenza alla terra, del duro lavoro, della fame. Narravano le storie  dei minatori di Wasmes di cui tratterà nei suoi primi schizzi. Le loro  condizioni di vita, le loro esistenze.  A questa precarietà, nel corso della sua produzione (immensa) associa per contrasto gli ambienti aperti e sconfinati, le campagne, le vedute sui laghi, i cieli stellati.

Queste scarpe mi danno il senso di appartenenza alla vita e forse il senso della vita stessa.

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Per questo, da qualche giorno, in maniera del tutto spontanea, associo queste tele al nuovo singolo dei COLDPLAY  “viva la vida” . Dare voce e musicalità alle immagini mi aiuta a capirle meglio o forse solo a creare un file interiore per poterle meglio catalogare e conservare dentro di me.

Questo nuovo album "Viva la vida or death  all his friends"è bellissimo. Mi pare stia in quello spazio immaginario ed impegnato che precede una prossima e assoluta commercializzazione del prodotto, ovvero la stessa musica del gruppo.

C’è una frase che vista danzare tra note e pentagramma potrebbe essere resa alla perfezione da quelle inquietanti ed incantevoli visioni di Van Gogh:

Era un lungo e scuro Dicembre
quando le banche diventarono cattedrali
e la nebbia,diventò Dio

Preti aggrappati alle loro Bibbie
bucate per provare i loro fucili
e la croce era tenuta alta.

Seppelliscimi con l’ armatura
quando sarò morto e colpisci il terreno.
Il mio amore si oppone ma non si piega

se tu mi ami
non mi lasceresti sapere?

Spesso le farneticazioni danno vita a probabilità improprie, ma altrimenti che gusto ci sarebbe ad avere pensieri diversi dagli altri in questa varia umanità?

 

Scritto da: arietta alle ore 04:19 | link | commenti (23) | Categoria: sogni, arte, emozioni




lunedì, 16 giugno 2008
risvegli

On air: Coldplay – Beautiful world

woman_resting_daylight chen bolan - Copia

Risvegli….

girl_lilac chen bolanMi piace restare fra le lenzuola quando , appena sveglia, la luce per nulla timida invade la stanza. I miei sogni sono ancora lì, aleggiano nell’aria come sospesi, la saturano e quasi mi stordiscono.

siesta chen bolan

In questi momenti tutto sembra impalpabile. La realtà non è ancora chiara, resta ai margini di questi attimi in cui parti di me ancora intorpidite riprendono piano a respirare.

midnight_repose chen bolan

 

 

Fra un po’ farai irruzione in me, coi tuoi sorrisi accennati, coi tuoi sguardi prepotenti, con le parole che non mi hai mai detto e con quelle che mi hai urlato nella speranza che mi raggiungessero. Mi allungo sul letto e la tua idea fa tendere i miei muscoli in una pulsione istintiva e vitale.

by_the_window II chen bolan

Guardo fuori, la vita mi danza davanti e le sue evoluzioni rapiscono il mio sguardo. Il suo respiro gonfia le tende e indugia fra i miei capelli come in un gioco sensuale. Mi invita a seguirla, questa esistenza puttana, che oggi mi strega e domani mi inganna.

E a me non resta altro che alzarmi e andarle incontro… 

Procedo verso te in un continuo risveglio.

woman_with_drape chen bolan

Original oils on canvas – Chen Bolan

Scritto da: arietta alle ore 09:44 | link | commenti (32) | Categoria: sogni, arte, emozioni




sabato, 08 marzo 2008
Crescere

Ci sono momenti in cui riflettere diventa una priorità del mio essere donna.

Ci sono momenti in cui mi sento talmente dimessa e bastonata da concedermi un po’ di tempo da dedicare a me stessa , nel tentativo di capire dove sto andando e perché.

Da ragazzina avevo questa incredibile mania di dare un senso a tutto. Non sapevo quello che so oggi e cioè che non tutto è controllabile, che molte cose sono imprevedibili. La logica mi diceva che ogni problema avesse in sé la soluzione, ogni oggetto una funzione specifica, ogni parola un senso assoluto.

Non conoscevo ancora i Fenomeni, le Alchimie, i Doppi Sensi per cui il confronto con la complessità del mondo reale mi appariva feroce.

Crescere ha significato cedere il passo agli eventi, riconoscere le cause per cui vale la pena lottare o scorgere i momenti in cui è più logico fermarsi e aspettare.

In momenti sfuggenti come questo, invece di rincorrere un ordine che dia senso a ciò che vivo, mi metto comoda e aspetto che ogni cosa trovi la sua disposizione naturale. I dolori diventeranno più sopportabili, i pesi meno gravosi e la vita più vivibile.

E’ forse crescita, è forse resa o forse solo stanchezza.

Però non riesco a controllare ciò che sento in alcuni frangenti ovvero  il mio desiderio di perdermi in uno sguardo, di seguire il filo di certe parole,di lasciarmi andare ai battiti di un cuore qualsiasi, di approdare nei terreni sconfinati di un sogno che concederebbe un non senso dolcissimo alla mia esistenza….

E penso che se perdessi la mia dimensione dello stupore o quel forte desiderio di sbattere i piedi per terra e di mettere il muso…allora sarebbe davvero finita.

(Dedicato a tutte quelle donne che non smetteranno mai di essere delle ragazzine)

Scritto da: arietta alle ore 09:38 | link | commenti (33) | Categoria: donne, sogni, emozioni, dentro dentro




martedì, 15 gennaio 2008
ciò che mi resta
sogno[1] 

I sogni sono un tormento.

Si appiccicano ai nostri occhi chiusi e svelano disordinatamente le proprie trame. Riempiono i nostri sensi di sussurri dolci e gonfiano il cuore di speranze che non esistono.  E mentre dormiamo viviamo attimi di felicità talmente intensa da far quasi male. Ci rendono bambini in preda all’impossibile, anime sorrette da un filo di vento che non nasce e non muore da nessuna parte ma che cresce di continuo fino a diventare tempesta.

Stamani, al mio risveglio, già sapevo come sarebbe stata tutta la  giornata. Altre volte sono rimasta impigliata in questo sporco gioco che mi appesantisce rendendomi insofferente perchè non sempre ricordo ciò che mi rapisce nelle ore di sonno ma quando questo avviene il motivo è talmente radicato in me da renderne impossibile l'estirpazione. E all’improvviso le immagini del sogno si sostituiscono a quelle reali per un millesimo di secondo, flash visivi e sensoriali mi attraversano gli occhi e lo sterno  e per un attimo ripiombo in quelle sensazioni bellissime e piene come solo l’inconscio riesce a creare.

La sera cola sui vetri appannati della mia cucina, fra qualche ora lascerò temporaneamente questo mondo desto per attraversare il regno del sonno e forse indosserò ancora quella veste di stupore e senso e sentirò calde mani sul viso a scostarmi i capelli dagli occhi. Sentirò il calore del cuore che si scioglie e forma pozzanghere di lava. E il mio corpo non avrà peso. E li mie parole non avranno suono. E la tua presenza sarà tutto ciò che mi resta.

Un sogno… appunto.

Scritto da: arietta alle ore 20:23 | link | commenti (37) | Categoria: sogni