


Tratto da una storia vera....
Era una ragazzina carina, dentro nascondeva una solitudine insopportabile e per questo fuori mostrava una sicurezza bugiarda, di quelle che fanno paura. Aveva conosciuto un tipo più grande di lei almeno di 10 anni, ragazzino anche lui ma con la macchina e la barba da fare tutti i giorni. Lei sembrava innamorata ma quell’amore era difficile da vivere perché 13 anni al cospetto di 24 sono davvero pochi.
Stavano insieme, così si dicevano quando all’uscita di scuola lui la passava a prendere con la sua golf beige di un beige orribile.
Poi una sera lei andò ad una festa, era carnevale e per quello si era vestita in maniera davvero estrosa con un costume viola e rosso di tulle, di una cugina che lo aveva utilizzato per un saggio di danza classica. Quel costume sembrava rafforzare una personalità inesistente perché tra tante bambine/ragazzine vestite da Cleopatra, dame e fate, un vestito da giullare di corte sembrava rompere con una certa consuetudine primi anni ottanta.
E poi a quella festa in un garage sotto un palazzo di periferia si imbatté in lui, ragazzino figlio di puttana con un sacco di storie per storia e una gran voglia di finire nei guai. Un lento, poi un altro e alla fine la conquista di un anfratto buio e nascosto. Il sesso a quell’età è davvero curiosità e ricerca e per questo lei aveva infilato la mano nella patta guidata dalla voglia impertinente di un 15enne arrapato.
Baci, carezze e un’eiaculazione precoce e definitiva. Se solo avesse saputo che con quella pratica era inevitabile sporcarsi e tracciare le sorti di una vita…..
Alla fine della festa aveva raggiunto l’amica che l’aveva accompagnata e che guarda caso era proprio la sorella del giovanotto che tutte le mattine passava a prenderla con la sua golf dall’orribile colore beige…
-Ti sei sporcata – aveva precisato tracciando i contorni di un imbarazzo indicibile. Quella macchia di giovane sperma era lì davanti i suoi occhi, una macchia bianchiccia e sbavata. Una macchia per la vita.
L’indomani aveva incontrato il suo pseudo amore. Un incontro normale. Un incontro fatale che mai avrebbe dimenticato: Lui pareva sereno, aveva guidato fino ad un boschetto vicino al mare e si era posteggiato in tranquillità.
“So che ti sei divertita ieri sera” - aveva detto senza mostrare alcuna emozione e mentre lei, ragazzina carina, cercava giustificazioni appropriate le arrivò il primo colpo… e poi un altro e poi un altro ancora a sfinirla dal dolore.
Le spiegazioni a difesa servirono a poco , fu aperta nell’intimo a costatare se la sera precedente aveva causato quel danno che invece si compieva al momento e mentre lo stronzo 24enne veniva dentro di lei pronunciava il nome dell’altro, del quindicenne arrapato, figlio di puttana.
L’ironia della sorte malevola e troia volle che alla prima volta il senso della vita si completasse in un atto di odio e rancore.
Lei rimase incita.
Aveva 13 anni.
Lui la fece abortire dopo un paio di mesi tracciando le sorti di una vita sporca e inutile.
E poi come succede in questi casi il tempo (che è un gran galantuomo) scorse sul suo letto dando ai protagonisti di questa faccenda storie diverse, motivi diversi, dannazioni diverse.
A distanza di 25 anni, quella gran troia dell’ironia della sorte non sembrava stanca di prendere per il culo faccende e faccendieri e per questo stabilì che la ragazzina carina e il ragazzino arrapato e figlio di puttana si rincontrassero. E finissero con lo stare ancora insieme in una sorta di storia confusa e dannata. Lei gli diede tutto quello che aveva perché credeva fortemente nel senso di giustizia che ognuno vorrebbe per la sua esistenza. la quadratura del cerchio, il cerchio della vita che si chiude ad anello tra il prima e il dopo senza considerare il durante...
Morale della favola?
Fu lui a lasciarle, per ultimo, un figlio.
Edward Hopper – Hotel-room 1931. Oil on canvas 60 x 65 inches
“Niente intorno a me è familiare se non i miei stessi indumenti che ordinatamente ho riposto accanto al letto.
Avevo pensato che andando via tutto sarebbe stato più sopportabile e invece mi ritrovo in una camera qualsiasi ,di un hotel qualsiasi, in un posto qualsiasi continuando a soppesare questo mio incredibile senso di vuoto.
Odio esser trattata male e questo tu lo hai sempre saputo, non fa differenza se non hai mai alzato un dito sulla mia persona… i tuoi atteggiamenti, i tuoi modi sgarbati, la tua arroganza mi offendono in egual modo, forse tanto quanto l’indifferenza atavica di cui ho vissuto dal giorno in cui sono nata.
Le parole sono fendenti, puntute, scorticanti. E tu riesci ad usarle ad arte.
Le tue parole sanno diventare una massa d’acqua che travolge ogni cosa trovi lungo il percorso che le scivola sotto. Le tue parole, i tuoi rimproveri, le tue offese sgretolano gli attimi intensi di sintesi fra noi, annientano la nostra continua ricerca di una formula matematica che possa comporre entità diverse fra parentesi, in un unico, inscindibile binomio.
Non ho smesso di amarti però ho smesso di credere in noi. La mia stanchezza non lascia spazio ad ulteriori tentativi di rimedio, certo il periodo non è esattamente quello giusto, con il Natale alle porte la sensazione di esser sola al mondo diventerà ancora più angosciante, ma il coraggio non mi è mai mancato e le grandi opere hanno comunque un inizio e una fine a prescindere dal tempo e dallo spazio.
Al momento mi sento come fossi una cosa, una cosa qualunque posata da qualche parte… cosa vuoi che importi dove…
Questo è il mio addio.
Nient’altro da aggiungere”.
Rileggeva in silenzio le righe scritte all’uomo che le scoppiava dentro e quella camera qualsiasi, di un hotel qualsiasi, in un posto qualsiasi era l’unica certezza in quel suo scampolo di vita.
Fuori pioveva, le gocce battevano alla finestra senza sosta e ogni tanto un rombo di tuono squarciava il silenzio bagnato della notte. Piano si avvicinava al suo corpo disteso senza sfiorarlo realmente, temeva di svegliarlo e invece desiderava che continuasse a dormire. In realtà non voleva alterare con un qualsiasi movimento quello stato di cose. Si sentiva al sicuro. Si sentiva spaventata.
Una volta aveva avuto una vita diversa, una casa, una famiglia. Andava a scuola, al cinema, in discoteca. Era stata, dopo tutto, una ragazza come tutte le altre. Poi i suoi genitori si erano separati e lei aveva finito col perdere l’orientamento. Era diventata una nomade, si spostava di continuo senza sentirsi mai da nessuna parte, qualche giorno con la madre, poi dal padre, ma anche da qualche amica e di tanto in tanto dai nonni. Quando la notte si stendeva, attaccava gli occhi al soffitto, che bene o male era simile da tutte le parti e sorrideva al pensiero di considerare cemento e ducotone uniche certezze in quell’età di mezzo che stava vivendo. Poi gli eventi l’avevano portata in un’altra vita che poco le apparteneva. Avevo cominciato l’università ma dopo qualche materia aveva lasciato perdere, improvvisandosi adulta in un mondo di merda. Qualche lavoretto lo rimediava, commessa in un panificio, cameriera in una pizzeria il fine settimana, shampista in un salone di periferia.
Non capiva come le fosse stato possibile diventare una sbandata che ogni tanto beveva troppo o si sballava con l’hashish, sinceramente avrebbe desiderato essere un’altra ma non una di quelle da sogno, grande figa o ricca sfondata, solo una normale, una come milioni.
Una con una casa, sempre la stessa. Una con un lavoro, sempre lo stesso e con un mutuo, uno scooter, un’amica e un amore. Un grande amore. Un amore grande fatto di carezze e cenni d’assenso. Un amore immenso con camicie da stirare e bollette da pagare e cene insieme davanti al tg e gite fuori porta la domenica mattina. Un amore con una canzone, con un letto ikea, con la speranza di un figlio.
Un amore vero, non di quelli bugiardi e fragili che vengono giù al primo sentir di vento. Non uno di quegli amori costruiti in serie che ti danno la garanzia per un paio d’anni e dopo si sbaracca, pazienza per chi dentro c’è nato.
Questo potrebbe essere l’inizio di una storia ma è solo la trasposizione di una paura materna.
Molte volte mi capita di pensare a come reagiranno i miei figli all’urto di un divorzio che fortunatamente rientra nei termini civili di un disastro.
A parte il fatto che gli dedichiamo , col padre, tutto il tempo a nostra disposizione , riusciranno a comprendere che certi modi bruschi sono il frutto del peso della colpa? Riusciranno a perdonarci il fatto di aver amato più noi stessi che loro? Ci malediranno, quando adolescenti, vorrebbero aggrapparsi a certezze che invece gli mancano? Continueranno ad amarci anche quando realizzeranno che avremmo potuto togliergli la possibilitàdi essere "Uno Come Tanti"?
Già mi immagino a dover combattere con una tigre scatenata e un lupo famelico.
Sembrava inquieta Susi quella sera, aveva rimboccato le lenzuola a Damiano e lo aveva guardato con la dolcezza che le colava dagli occhi. Aveva 10 anni e una tempra forte quel suo unico tesoro.
La vita non era stata semplice per lei, l’infanzia fredda, l’adolescenza turbolenta, la giovinezza un patchwork di emozioni e difficoltà. Aveva tirato a campare portandosi dentro il fardello che solo gli orfani riescono a sostenere … quel senso di rifiuto imbottito di consapevolezza dell’esser soli al mondo. Crescere in un istituto l’aveva resa massiccia dentro e guardinga. Dividere gli stessi spazi con altri come lei le aveva lasciato addosso il senso di non appartenenza a nulla, di assenza di legami veri.
Dopo il diploma delle medie all’interno dell’istituto aveva cominciato a lavorare. Un lavoro umile il suo, ma l’unico che fosse riuscita ad avere. Faceva le pulizie a casa di certa gente con un sacco di soldi. La mattina lasciava quei luoghi che le infondevano un gelo perenne e vi faceva ritorno quasi a sera, dopo avere sgobbato per pochi soldi e 2 pasti neanche troppo sostanziosi. Però era una gran lavoratrice, non si stancava mai e non si tirava mai indietro. Aveva lasciato l’orfanotrofio che aveva 20 anni, aveva preso in affitto una piccola casa alle porte del paese, quella che poteva permettersi: una stanza nella quale dormiva, un piccolo cucinino ed un bagno buio e stretto con al posto della finestra una specie di feritoia posta in alto.
E poi aveva incontrato il suo bastardo personale, un ragazzotto di campagna che viveva poco distante. Lui aveva riempito la sua testa di stupidi sogni e di false promesse, le aveva riempito il letto e per ultimo anche il grembo. Ovviamente come conviene ad un losco figuro ,non appena intuito la gravida verità se l’era filata a gambe levate lasciandola sola ancora una volta. Ma per Susi era cominciata un’altra vita fatta di nuovi palpiti come uno sbattere di ali farfalla. Sentiva la sua creatura crescerle dentro e restava immobile per sentirsi completamente sopraffatta da quell’amore immenso. Non importava chi fosse il padre, non importata come o casa le avesse fatto, in fondo forse lo amava davvero, perché per primo le aveva donato qualcosa. Un figlio.
Quando nacque Damiano, rinacque anche lei in una simbiosi mistica, in un’equivalenza d’amore infinito, di felicità inspiegabile. Finalmente la solitudine non le apparteneva più, la tristezza non le offendeva il sangue, il silenzio non le bucava l’udito. Umiliarsi, strofinando in ginocchio gli atri che altri calpestavano, non le pesava più. La mattina lasciava il suo angelo nello stesso istituto in cui era cresciuta per ritornarvi non appena possibile. Restava tutta la notte con il suo amore fra le braccia e ne catturava ogni particella possibile. Gli affondava il naso fra le rosee carni e ne aspirava l’odore. Con i baci ne sentiva il sapore. E le carezze le rinvigorivano il tatto. Sensi materni di una passione indicibile. E poi Damiano cominciò a crescere e a frequentare la scuola. Era secco secco quel suo figliolo ma per lei era il più grande di tutti. Un bambino bravo e ubbidiente, un bambino silenzioso e dolcissimo.
Quella sera proprio non riusciva a staccarsi da lui, non comprendeva bene cosa stesse succedendo ma era come se uno strano presagio le impedisse di stendersi nel letto accanto. Forse quella stessa notte qualcuno glielo avrebbe portato via, forse quella notte lui sarebbe sparito per sempre e lei sarebbe ripiombata nella solitudine più totale e la disperazione le avrebbe lacerato ogni infinitesima parte di quel suo stanco corpo. Per un attimo aveva pensato di svegliarlo nel cuore della notte, di coprirlo per bene e di fuggire con lui, ma era sicura che li avrebbero braccati e separati. Non poteva permetterlo. Mai.
Con la lucidità propria dei folli si era diretta in cucina e tirato fuori dal cassetto il coltellaccio che serviva a scannare gli animali che di tanto in tanto le venivano dati in cambio di qualche stirata o di qualche sporco lavoro.
E mentre il suo amore dormiva gli aveva infilzato il coltello nella carotide e con un gesto lesto gli aveva sottratto la vita.
- Aspettami amore mio arrivo anch’io. –
Un gesto uguale su se stessa aveva messo fino a quella follia.
Insieme per sempre.
Non chiedetemi il perché di questa storia, non ricordo neanche di averla scritta. E’ stata lei a trovare me. Inquietante? Tranquilli sto bene….
Era bella, era davvero bella la sua bambola di vetro, parole e filo di ferro soffiato.
Lei stava dormendo.
Le si sedette accanto e prese a guardarla.
Il suo respiro era una leggera corrente d’aria. La sua superficie era liscia e trasparente, i suoi capelli sottili fili trafilati al bronzo e i suoi occhi due prismi di diamante. Di tanto in tanto la stuzzicava con una piuma d’oca e l’altra riempiva l’aria con un tintinnio cristallino.
Le piaceva la sua trasparenza. Guardava per ore cosa le accadesse all’interno. Ogni cosa era visibile.
In cima aveva una sorgente costantemente in funzione, ne sgorgava un impasto informe dal colore indefinito che seguiva un percorso obbligatorio a forma di spirale. Il processo di comprensione faceva in modo che le varie sostanze che componevano l’impasto venissero separate tra loro ed inviate ai rispettivi centri di accoglienza. Il fluido gassoso dei sentimenti, per esempio, dopo aver passato un primo esame dal Consiglio delle Coronarie si sistema all’interno del reparto stagno detto Cuore e si dilatava per come poteva.
Ma la vera straordinareità era nell'anima, un immenso mosaico di parole. Aveva imparato a disciplinarle a dovere come piccole monache efficienti.
La processione delle parole sfilava costante nel lunghissimo chiostro della ragione. Era una processione infinita in cui parole sagge e parole stolte si confondevano di continuo. Non sarebbe stato possibile raccoglierle in un unico ambiente per quanto effimero lo si possa immaginare, per questo procedevano in fila. Alcune erano folli, altre sporche, ma ce n’erano anche di corte e di lunghe, di buone e di cattive. Miliardi di parole una dietro l’atra.
Una parte di queste si evolveva in discorso e poteva quindi espandersi al di fuori del vetro appiccicandosi tutt’intorno. Alcune entravano in altri esseri, alcune andavano perdute per sempre, altre immortalate, quasi mummificate da inchiostro e carta, potevano sopravvivere per millenni.
Quelle che restavano all’interno sembravano tristi quasi mortificate e per questo avevano un ambito loro nel quale allevavano rimpianti e lacrime…Il pozzo delle parole non dette sembrava il luogo meno piacevole di quel meraviglioso circuito vitreo, al contrario del vano dei sogni in cui le più audaci e quelle insensate , le più svampite e quelle più leggere aleggiavano divertite in una danza senza fine.
Quelle serie, più noiose e vetuste, andavano in giro di rado, giusto quando non potevano farne a meno.
Era fatta di vetro e parole e fili di ferro soffiato.
Si alzò e con una lastra di spesso marmo la frantumò .
Povera, piccola bambola di vetro.
E tutti quei frantumi impalpabili finirono con lo sfregiare e tagliuzzare e uccidere quelle minuscole molecole verbali.
Non poteva reggere oltre tanta bellezza. La chiarezza di quell'essere, la perfezione palese offuscava ogni suo senso.
La sopraffazione dell'anima sull'intelletto pareva insostenibile.
E all’improvviso solo il silenzio.
Giusto ieri ho sentito al telefono una delle persone a cui mi sento maggiormente legata. E’ un’amica che conosco ormai da 20 anni, una di quelle con cui ho condiviso momenti importanti e bellissimi. Una collega universitaria che ha saputo infondermi sicurezza e benevolenza in quegli anni di grande fermento interiore.
La vita è stata buona con la nostra amicizia riservandoci la possibilità di mantenerla in essere nel corso del tempo.
Se ripenso al nostro incontro ancora sorrido:
Frequentavo il corso di filosofia teoretica all’università di Palermo con il prof Plebe, un corso poco affollato perché davvero pesante e quasi insostenibile. A metà del corso conoscevo di vista tutti i colleghi che come me si ostinavano a non gettare la spugna, fra questi c’era una ragazza davvero imponente, oserei dire immensa. A parte l’aspetto fisico mi sentivo particolarmente attratta da questa per la sua intelligenza vivida e fluida, per quella sicurezza che le consentiva di confrontarsi con chiunque senza alcun problema. Le sue domande ai professori erano sempre calzanti, le sue esposizioni praticamente perfette. Sarebbe stata un’esperienza positiva potere avere la possibilità di studiare con lei. Per questo un giorno la avvicinai.
Premetto che il cognome della signora in questione è CICCIA. Aggiungo che alle scuole elementari avevo una compagna di classe che si chiamava MANZO e che anche la bambina in questione era di dimensioni non proprio minute….dunque per una strana combinazione di associazioni mentali e alimentari ho fatto un pasticcio. Di carne!
Mi presentai a questa giovane ragazza dalla mole Antonelliana e la invitai al bar della facoltà per un cappuccino. Cominciammo a parlare del più e del meno e a noi si unirono altri colleghi. Stavamo ridendo e scherzando quando il discorso cadde sull’argomento allergie… io che vantavo una reputazione da comica cominciai a parlare monopolizzando l’attenzione di tutti. Disquisendo sulle mie allergie dissi che dopo un’attenta valutazione medica mi furono riscontrate due intolleranze,
“una agli allergeni dei peli del gatto… ma si sa, io e i gatti non ci sopportiamo a vicenda per cui difficilmente finiamo col trovarci negli stessi ambienti e….
…Una agli allergeni dei peli della MUCCA, ma di quelle… a parte te (indicando la collega) non è che ne trovi parecchie sulla mia strada”
Cadde il gelo in quel piccolo tavolino sovraffollato di quel bar della facoltà di lettere e filosofia di Viale delle Scenze.
Tengo a precisare che io ero convinta che lei si chiamasse MUCCA di cognome.
Ad un certo punto, quasi trafitta dal suo sguardo mi resi conto che di gaffe doveva trattarsi. Lei con una nonchalance da manuale sostenne il mio ritmo incalzando:
“Anche a me non capita spesso di incontrare delle stronze… così secche poi…davvero mai!, sai dalle mie parti si magia ed evacua in gran quantità “
Quello è stato il principio della nostra grande, enorme amicizia, in cui lei ha messo tanto e io quello che ho potuto.
Ero in giardino col mio prendisole bianco e i capelli raccolti in due trecce, la luce del sole pomeridiano dissolveva i contorni imprigionando quella strana verità in una bolla di vetro cerebrale…
Mia madre mi viene incontro con l’aria assente di chi ha dimenticato tutto. La guardo avvicinarsi e non so se piangere o ridere perché sono cosciente che in quel momento tutti gli anni trascorsi tra noi, tutti gli eventi dolorosi e non, tutti i macigni e le macerie, tutte le carezze supposte, tutte le lacrime essiccate non sono compresi nei limiti di quella labile mente.
“Fai attenzione a salire sull’albero, potresti farti male”, queste parole risuonano come un colpo di fucile esploso tra pareti d’eco e senza accorgermene mi sfilo le scarpe, alzo la gonna e sfido i rami di un anziano e possente carrubo.
Era quella l’immagine che le scorreva nello sguardo, quell’immagine a cui, tanto tempo fa, ha voluto negare l’attenzione.
Che importanza ha se nel mezzo sono trascorsi 30 anni? In questo momento le manca quella bambina.
E manca anche a me.
Mi manca la leggerezza del sorriso di un tempo, quando gli anni erano una manciata e le occasioni infinite.
Mi manca la paura del buio e il senso di ineluttabilità degli eventi. Mi manca lo stupore che avevo quando scoprivo che la realtà delle cose procedeva a doppio senso e i doppi sensi contenevano visioni incomprensibili.
Mi manca l’incoscienza ormai soprafatta dal buonsenso e la possibilità di una battuta d’arresto… tanto c’è tempo.
Mi manca la fiducia totale che riponevo in un amico e la sicurezza che sapevano infondermi gli abbracci. E i brividi di pelle quando altre mani le si poggiavano sopra e il respiro che moriva in gola al suono di parole non ancora abusate.
Si…mi manco io come ero prima,
prima che diventassi un’autostrada percorsa dal tempo e divelta dagli eventi.
On air: Sleeping with the light on - Teitur
![cuore[1]](http://files.splinder.com/6c17740ece45031cde083337e3ed55c0.jpeg)
Infila il suo cuore in una busta di plastica, a volte pesa troppo il portarselo appresso, appende la sporta al manubrio della bici e comincia a pedalare. La strada è in pendio, scivola sotto le ruote senza alcun attrito, sembra liquido questo sentiero che porta al mare.

Da questa parte non viene mai nessuno, lo strapiombo a chi non conosce la zona sembra terrificante. Lei qui invece c’è nata, conosce ogni pietra, ogni parte di cielo, ogni visione possibile, per questo ha imparato a restare sospesa, è un modo come un altro per salvarsi la vita.
Si siede sull’orlo del precipizio, ha sistemato di fianco la busta di plastica che pulsa e sgocciola … fra un po’ il piccolo muscolo si acquieterà in un leggero tum-tum impercettibile, stasi di tranquillità.
Appiccica lo sguardo al cielo, deve fare attenzione e cogliere l’istante esatto in cui piccole stelle si staccano come bottoni da una vecchia trapunta per tuffarsi a mollo nell’acqua scura.
E i suoi occhi diventano acchiappasogni, piccoli pendagli che tintinnano ad ogni movimento d’aria.
Sente lo strofinio dei suoi pensieri col buio, sembra quasi che sfregandosi generino piccole scintille luminose che danno vita a bagliori improvvisi e così di tanto in tanto lo scuro si illumina lasciando intravedere mille possibilità, molte delle quali perse, alcune rubate altre neanche considerate.
Apre la tasca di pelle al centro dello sterno e scostando l’anima tira fuori carta e penna. L’inchiostro cola denso giù dal pennino, forma chiazze grumose di parole non dette, di immagini pietrificate, di sussurri rarefatti. Contorni di incontri custoditi da tempo immemore si sbriciolano tra carta e aria.
Occorre scrivere qualcosa, magari scriverselo addosso, pensa.
A dare senso alla fine.
Lascia il cuore nella sporta in bilico, dopo quel salto non le servirà più.
La mansarda era in penombra, solo alcuni fasci di luce si infilavano tra le assi di legno ,mirando decise a porzioni di muro. Il sole scivolava sulle tele appese rimanendo impigliato tra i colori accesi.
L’odore di quel posto era un composto vitale. La fragranza della campagna aleggiava nell’aria d’estate impastando il grano ai limoni ed anche all’odore di carboncino e cera e olio e tela e roba ammucchiata negli angoli.
Era lo studio di un pittore? Forse era solo un luogo dell’anima. Dell’anima di Anna.
Era la penultima di 11 figli, 10 ragazze e un bambino.
Sette delle sorelle maggiori erano in convento, vittime di una sorte beffarda. L’essere fanciulla agli inizi del secolo scorso significava dote e ricerca di un marito all’altezza.
10 ragazze era davvero difficile poterle sistemare, l’alternativa più logica era quelle di consegnarle ad un Dio che ne aveva previsto il destino. Maria, la più grande, viveva rinchiusa in una stanza della casa, il suo debole cervello pareva esploderle nella testa ad ogni pensiero. Michelina aveva trovato marito che era ancora bambina e a soli 15 anni era andata in sposa ad un signorotto di provincia.
Annuzza invece era uno spirito libero, nessuno sarebbe riuscito ad imprigionarla fra quattro mura o allo scuro di un noviziato o fra le braccia di un uomo per un contratto sancito senza traccia d’amore. Già dal colore degli occhi era possibile intuirne l’essenza, il verde smeraldo assolutamente raro diceva tutto di lei. Era unica. Irripetibile. Aveva 19 anni, di una bellezza travolgente e di un’intelligenza imbarazzante ecco chi era la donna che se ne stava ritta davanti al cavalletto a scrutare il campo bianco su cui cominciare a tracciare l’inizio di una nuova storia. E lei di storie e visioni ne aveva in gran quantità.
Era nata nel 1905 in una famiglia benestante della provincia Siciliana,aveva da subito mostrato il suo carattere forte ed indipendente sostituendo con gran volontà il pennello a tutti gli altri oggetti in uso alle donne di quel periodo quali aghi e filo o pentole e ramazze. I suoi veri amici erano stati i libri che di nascosto rubava alla biblioteca paterna. Le figure e le parole avevano finito col condizionare la sua visione della realtà regalandole una possibilità in più, ovvero quella di potere esprimersi tagliando via le catene del silenzio e della sottomissione imposte da un ordine atavico e impenetrabile.
La sua infanzia era trascorsa in una tenuta “ I Garebici” presso una contrada esposta al mare africano.
Gli anni erano volati tra i campi di grano e le vigne. Anni di una bellezza struggente, anni semplici di sorelle e di scoperte, anni che le avevano tracciato addosso i colori di un paesaggio prepotente e testardo, intenso e magnifico. Il giallo del grano che si tuffava a picco su un velo celeste macchiato di spruzzi blu qua e là. L’amaranto della terra che si arrendeva ad un marrone bruciato e il verde assoluto degli ulivi che pareva penetrarle gli occhi. Adorava il viola rossiccio della buganvillea e il glicine raffinato che impreziosiva la ringhiera del cancello di recinzione e aveva deciso che avrebbe vissuto tra i colori e che questi avrebbero parlato della sua vita, delle sue idee, delle sue passioni e delle paure.
Quando le prime sorelle dopo il noviziato presero i voti una strana inquietudine cominciò a serpeggiarle dentro. Non erano più Pinuzza e Sarina e Nunziatina ma Suor Benedetta e Suor Anna Celsa e Suor Camilla, si erano invecchiate di colpo in quegli abiti scuri e pesanti e lunghissimi. I loro capelli avevano cessato di danzare nel dondolio di una corsa domenicale a chi arrivava per prima alla fontana e al pozzo e i loro sguardi parevano impagliati come quei brutti uccelli morti nello studio del padre.
La sua sorte non sarebbe mai stata quella, una realtà monocromatica non avrebbe potuto contenerla tutta per cui dopo avere conseguito gli studi minimi disse all’uomo duro che le sedeva davanti di voler continuare. Convincerlo non fu difficile, le bastò ammettere di aver letto gran parte dei volumi presenti nella sua notevole biblioteca e di alcuni fogli del Giornale di Sicilia che riusciva a trafugare di tanto in tanto. Non avrebbe potuto affrontare il convento sapendo di Cartesio e di Baudelaire e della guerra cruenta che squarciava le genti. Non avrebbe potuto camminare per quei lunghi corridoi col rosario in mano e nella testa e negli occhi il Bacco e Arianna di Tiziano o La Maja dello scandalo o Maja desnuda di tal Francisco Goya.
L’ipotesi di un increscioso comportamento non parve al padre per nulla remota e dunque dovette arrendersi. Le fu affiancato un insegnante che la condusse privatamente al diploma superiore. Ma lei non era sazia, aveva la smania di cercare ancora, di sapere di più, di concedersi al suo grande amore, la pittura.
L’Accademia delle Belle Arti di Palermo.
Lei aspirava a quello.
(continua)