


I bambini e le loro solitudini. I bambini e il muto mondo degli adulti. I bambini e la loro ricerca costante di attenzione, poco importa da quale parte provenga, poco importa a cosa conduce.
Resto immobile davanti la nuova pubblicità televisiva di Telefono Azzurro (che ho invano cercato su youtube) forse perché quel mondo surreale e vuoto ,in parte, mi appartiene.
La traccia è efficace, la desolazione invadente, la paura nettamente percepibile: un bambino di circa 7/9 anni si guarda intorno e si ritrova completamente solo in un contesto metropolitano deserto, come se gli adulti fossero stati lì fino ad un batter di ciglia prima, la tazzina del caffè ancora fumante, le porte che ancora si muovono dall’ultimo passaggio veloce di qualcuno che non è più lì. Prima perplesso, poi sempre più impaurito chiede disperatamente se “C’è qualcuno?” ma nessuno risponde, nessuno si intravede. La paura diventa terrore e la visione si gonfia di angoscia perché qualsiasi cosa potrebbe accadere a quell’innocente bersaglio di distrazioni e disinteresse.
Un incontro qualsiasi sbagliato e determinante, una caduta rovinosa sul percorso di questa cazzo di vita e le vite seguono traiettorie imprevedibili e dolorose che trasformano gli agnelli in lupi, le menti lineari in menti contorte. La solitudine interiore nasce a quell’età e il vuoto scalza il senso di pieno che fino a qualche tempo prima sembrava reale e avvolgente.
Chi vive un’infanzia pesante diventa un adulto pesante. Chi subisce violenza si difende con violenza, chi non ha amore non conosce amore, chi non viene compreso da bambino in futuro non comprenderà i bambini.
Una carezza in più ai nostri piccoli non costa nulla e potrebbe risparmiare loro quella logorante domanda: “c’è qualcuno?
Fuori pioveva, le gocce battevano alla finestra senza sosta e ogni tanto un rombo di tuono squarciava il silenzio bagnato della notte. Piano si avvicinava al suo corpo disteso senza sfiorarlo realmente, temeva di svegliarlo e invece desiderava che continuasse a dormire. In realtà non voleva alterare con un qualsiasi movimento quello stato di cose. Si sentiva al sicuro. Si sentiva spaventata.
Una volta aveva avuto una vita diversa, una casa, una famiglia. Andava a scuola, al cinema, in discoteca. Era stata, dopo tutto, una ragazza come tutte le altre. Poi i suoi genitori si erano separati e lei aveva finito col perdere l’orientamento. Era diventata una nomade, si spostava di continuo senza sentirsi mai da nessuna parte, qualche giorno con la madre, poi dal padre, ma anche da qualche amica e di tanto in tanto dai nonni. Quando la notte si stendeva, attaccava gli occhi al soffitto, che bene o male era simile da tutte le parti e sorrideva al pensiero di considerare cemento e ducotone uniche certezze in quell’età di mezzo che stava vivendo. Poi gli eventi l’avevano portata in un’altra vita che poco le apparteneva. Avevo cominciato l’università ma dopo qualche materia aveva lasciato perdere, improvvisandosi adulta in un mondo di merda. Qualche lavoretto lo rimediava, commessa in un panificio, cameriera in una pizzeria il fine settimana, shampista in un salone di periferia.
Non capiva come le fosse stato possibile diventare una sbandata che ogni tanto beveva troppo o si sballava con l’hashish, sinceramente avrebbe desiderato essere un’altra ma non una di quelle da sogno, grande figa o ricca sfondata, solo una normale, una come milioni.
Una con una casa, sempre la stessa. Una con un lavoro, sempre lo stesso e con un mutuo, uno scooter, un’amica e un amore. Un grande amore. Un amore grande fatto di carezze e cenni d’assenso. Un amore immenso con camicie da stirare e bollette da pagare e cene insieme davanti al tg e gite fuori porta la domenica mattina. Un amore con una canzone, con un letto ikea, con la speranza di un figlio.
Un amore vero, non di quelli bugiardi e fragili che vengono giù al primo sentir di vento. Non uno di quegli amori costruiti in serie che ti danno la garanzia per un paio d’anni e dopo si sbaracca, pazienza per chi dentro c’è nato.
Questo potrebbe essere l’inizio di una storia ma è solo la trasposizione di una paura materna.
Molte volte mi capita di pensare a come reagiranno i miei figli all’urto di un divorzio che fortunatamente rientra nei termini civili di un disastro.
A parte il fatto che gli dedichiamo , col padre, tutto il tempo a nostra disposizione , riusciranno a comprendere che certi modi bruschi sono il frutto del peso della colpa? Riusciranno a perdonarci il fatto di aver amato più noi stessi che loro? Ci malediranno, quando adolescenti, vorrebbero aggrapparsi a certezze che invece gli mancano? Continueranno ad amarci anche quando realizzeranno che avremmo potuto togliergli la possibilitàdi essere "Uno Come Tanti"?
Già mi immagino a dover combattere con una tigre scatenata e un lupo famelico.

Quella sera rientrai a casa dopo una giornata d’inferno. Mi sentivo irritabile e stanca, per fortuna i ragazzi avrebbero dormito dal padre. Potevo concedermi una serata di relax.
Mi chiusi la porta alle spalle e per un attimo rimasi immobile all’ingresso.
La casa era muta. E buia. E rassicurante, talmente rassicurante da non sentire la necessità di girare l’interruttore . Solo in un secondo momento mi sovvenne che in realtà io odio il buio.
Mollai la borsa e le altre sporte sul pavimento e spostandomi nella sala mi lasciai cadere sul divano.
Silenzio. Silenzio fitto. Silenzio talmente palpabile da sembrare pesante.
Forse un po’ infastidita da questi pensieri decisi che come prima cosa avrei fatto una doccia.
Percorsi il corridoio nella totale oscurità, come potevo non sentire il bisogno di dare luce ai miei passi? Questa domanda mi tormentava ma finché non avessi cominciato a sentire una reale paura avrei spinto quel gioco il più possibile, ne valeva la pena…
Andai in camera da letto mi sfilai via le scarpe e poi anche i jeans e la maglia. Con estrema attenzione li ripiegai e li poggiai dove potei. Mi diressi in bagno e cominciai a far scorrere l’acqua perché raggiungesse la temperatura desiderata. Entrai nello scuro più fitto.
L’acqua mi investì tiepida e vitale, spontaneamente chiusi gli occhi. Improvvisamente prese a girarmi la testa. Riaprii gli occhi e pur non vedendo ad un palmo dal naso mi sentii meglio, come se la vertigine fosse passata.
Ripetei l’esperimento.
Mi ritrovai a dovermi poggiare ad una delle pareti ma mantenni gli occhi chiusi, avevo bisogno di capire.
E poi all’improvviso, fu solo questione di un attimo, ebbi l’impressione che qualcuno mi aiutasse a sedermi sul sedile della parete attrezzata.
Riaprii gli occhi.
Ero sconcertata e calma contestualmente.
Solo l’avere trovato una giustificazione a quello che era accaduto avrebbe potuto consentirmi di dormire quella notte.
Il buio restava pesto ma non avevo l’angoscia che mi prende quando improvvisamente salta l’energia elettrica, il perdere i punti di riferimento destabilizza il mio equilibrio al punto da farmi vacillare ma in quella circostanza era come se la luce inondasse ogni angolo.
E poi quello strano senso di calma assoluta che notai all’inizio, quando rimasi immobile sentendomi rassicurata.
Cosa percepivo realmente? C’era d’avvero una presenza avvolta in quel buio? Stavo immaginando? Sognando? Probabilmente mi sarei svegliata di li a poco e dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua avrei rinconquistato il sonno.
Perché non mi sentivo spaventata?
Il telefono squillò.
Sempre al buio uscii dalla doccia e avvolgendomi in un asciugamano andai al tavolo sul quale era posto il cellulare.
- Pronto ! –
- Mamma volevo dirti che domani papà ci porta al mare e ritorneremo nel pomeriggio -
- D’accordo , quando state per rientrare avvertitemi. -
Notavo qualcosa di diverso ma non mi rendevo conto di cosa. Poi capii.
La luce! La casa non era più immersa nel buio, i faretti e le lampade e i lumi … tutto acceso.
Scesi al piano di sotto e andai all’ingresso. Potevo vedere l’intero tragitto percorso in precedenza. Le buste sul pavimento, i cuscini smossi sul divano ed anche i vestiti ripiegati con cura e poggiati sulla panca, le scarpe disposte una accanto all’altra con una simmetria totale.
Tornai in bagno.
La sensazione che qualcuno mi avesse sfiorato, che mi avesse aiutato a sedermi era ancora forte. Io l’avevo percepita distintamente.
Non sono una di quelle persone che affonda il naso in questioni spiritiche e ciò che non può essere spiegato logicamente sfugge al mio interesse, non mi importa sapere se esiste una vita oltre la vita, se chi non c’è più ci vive accanto o roba del genere.
Ero rimasta davvero al buio non appena in casa? Oppure come di consueto avevo illuminato ogni stanza in cui ero entrata? La calma che mi aveva avvolta era davvero la percezione di “altro”? Oppure il ritrovarmi tra le mura domestiche dopo un intero giorno passato fuori aveva amplificato la mia percezione di soddisfazione al sentire quel profumo familiare che ogni famiglia imprime ai propri ambienti?
Sinceramente non capisco cosa possa essere successo ed anche se la curiosità è forte fingo che in realtà non sia accaduto nulla.