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Labbra Blu - Diaframma
C'e' una ferita in fondo al cuore grande come non l'hai vista mai guarda il sangue e il suo colore ... e' bellissima. .

C'e' un grande salto in fondo al cuore prima deserto, adesso un'oasi via i cancelli per favore, che non mi servono piu'. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano carro che non vuol cadere nella stupidita'. .

Sulle labbra era il sapore del mattino che hai inventato tu guarda adesso come piove sulle mie labbra blu. Guarda adesso come piove sui sentieri in fondo all'anima storie che non hanno odore, e' la mia realta'.br>
Vorrei dare un nuovo nome, nuova linfa a tutto quel che c'e'. ma ogni cosa e' una ferita che mi ricorda te.

Labbra blu - Diaframma

mercoledì, 04 febbraio 2009
le tue mani

Ci sono sensazioni impalpabili che vanno oltre ogni spiegazione e come un velo di umidità si appiccicano sulla pelle facendoci rabbrividire.

Ci sono presenze impalpabili che lievemente si frappongono fra noi e la nostra stessa ragione e riempiono attimi di vuoto che altrimenti ci distruggerebbero.

Ci sono ricordi impalpabili che si addensano in parole e scivolano solidi nero su bianco a significare ciò che siamo stati e quel che abbiamo vissuto.

"Mio caro Michele,

qui è tempo di sagra. Migliaia di persone per strada a rincorrere una primavera che anche da queste parti tarda a mandare i primi segnali. Piove sempre, il cielo da un lato è sgombro e dall’altro gonfio di nubi grigie e pesanti. Un po’ come il mio cuore che non riesce a decidere da che parte esporsi. Eppure ti sento, come ieri ad esempio, quando seduta sulla poltrona a leggere un libro ho avuto l’impressione di dita  fra i capelli a comporre note dolcissime di una carezza. Come se si trattasse di qualcosa di normale ho ceduto a quella sensazione piegando di lato la testa, consentendo a quel sentire di darmi un po’ di conforto.

Ho chiuso gli occhi e accennato un leggero sorriso.

Poi mi sono irrigidita ricordando di esser sola in casa, i ragazzi erano al doposcuola e questo tu lo sai bene.

Sei passato a tenermi un po’ di compagnia mentre sprofondavo tre pagine di una storia che non mi appartiene. Sei passato a ricordarmi che non sono mai sola anche quando uso questa condizione a difesa di una stabilità che si è arresa ormai da tempo.

Ma d’altra parte quale è davvero il senso di  un’amicizia come la nostra, se non questo? Trascendere i limiti umani dello spazio e del tempo. Offuscare la ragione con il calore dei ricordi e dare ai sogni un senso sempre nuovo.

Le tue mani le conosco bene, mi hanno sostenuto in momenti di precario equilibrio. Mi hanno imboccato quando il cibo era nemico, mi hanno scosso quando la stupidità prevaleva sul buonsenso, mi hanno acchiappato quando la mia voglia di fuggire avrebbe distrutto la mia vita.

Le tue mani hanno un senso, sono il mio appiglio a quella vita di cui tu non hai potuto godere fino in fondo come avresti voluto…, e che io non comprendo a dovere solo perché ce l’ho.

Le tue mani reali ancora le ricordo e non dimentico quel nostro modo di aggrapparci l’uno all’altra, per questo le ho disegnate..

Ciao tesoro, a presto, (speriamo).

Scritto da: arietta alle ore 16:07 | link | commenti (18) | Categoria: sogni, amicizia, emozioni, michele




martedì, 14 ottobre 2008
Michele

Fra breve saranno 3 anni.

3 anni che ti ho perso. 3 anni di una solitudine che ancora mi ghiaccia.

In questi giorni avevo fra le mani alcune foto del mio matrimonio, ex matrimonio, e lo guardavo. Io ero bellissima ma lui, forse, di più. E poi quell’ultima sera…

Non dimenticherò mai quella sera. Era fine settembre e lui piombò in casa mia con quell’aria da monello e uno zaino verde militare che gli avevo regalato cent’anni prima. Sembrava strano ma questa osservazione non faceva testo perché normale non era mai stato.

Michele era il mio grande, fenomenale amico, il mio appuntamento con la vita, un appuntamento che si ripresentava senza preavviso, senza motivo, senza colpo ferire. Lui arrivava, stava e andava via.

Michele era una certezza, lo conoscevo da sempre. Quando ero una bambina mi aveva salvato la vita nel senso che mi aveva percepita  reale… e viva… e amabile.

Lui, l’unico.

Giocavamo insieme nel giardino di casa mia e frequentavamo la stessa classe sia alle medie che alle superiori. E poi non ci staccammo quasi mai l’uno dall’altra.

All’università vivevamo nella stessa casa, preparavamo insieme gli esami e ci appropriavamo l’uno dell’altro come è solo possibile ai fratelli. Ai gemelli. E il nostro, bellissimo appartamento,era come un sacco amniotico.

Un amore fraterno, il nostro, consolidato da sbronze indimenticabili e da confidenze indicibili.

Dopo la laurea con 110 e lode (e pure la menzione) era sparito per un certo tempo e per non so dove. Lui diceva di essere stato in America latina ma io lo vedevo nel letto di qualche bella signora, ubriaco e a farsi le canne. Anche se in America latina credo ci sia stato veramente.

Al mio matrimonio è stato testimone, alla mia separazione è stato conforto, per tutta la vita… un’ assoluta certezza.

Quella sera avevo aperto la porta e lui facendo toc-toc sulla mia faccia aveva un’espressione conosciuta, ovvero:Ho bisogno di te.

Hai la  tua solita faccia da mascalzone, con quei riccioli  biondi scomposti, vestito trasandatamente, nonostante le ricchezze della tua famiglia… un vero bohemien, alternativo e comunista.  Artista…(del cazzo aggiungevo io).

Mi abbracci e mi fai paura, sprofondi sul mio divano e metti i piedi sulla cassapanca di inizio ottocento(siciliano). Dallo zaino tiri  fuori tabacco, cartine e "la maria" e ti rulli una canna.

“Ciccia metti musica” mi dici e io ubbidiente infilo nella bocca dello stereo un cd dei Pearl Jam (la nostra musica) e riempio le bolle di vino rosso, un nero d’Avola corposo e intenso.

C’è qualcosa di nuovo tra noi, qualcosa che non comprendo, qualcosa che in 30 anni di vita non ho mai notato.

-         Ho un cancro! –dici tu come se avessi appena sbadigliato.

Per un pelo non mi strozzo, tossisco, mi viene da vomitare, mi alzo… ti guardo, ti fisso, cazzo… non capisco, non parlo.

-         Dai non fare così,  vieni qui.

Che cazzo significa non fare così?... Che cosa significa ho un cancro? Che cazzo significa?

Mi spieghi che il cancro è al pancreas e che ti restano pochi mesi di vita, è il più impietoso e che nelle statistiche pochi si salvano.

Nessuno sa nulla, né la tua famiglia, nè altri. Solo io… e per la prima volta davanti a te mi si seccano le parole. Però fiumi di ricordi si presentano in quello “steso istante” e ti rivedo coi bermuda blu il giorno della nostra prima comunione, ti rivedo in jeans e cravatta il giorno degli orali di maturità e con la bandana viola al concerto dei R.E.M.

Mi fai una carezza ma la mia pelle è diventata carta straccia e mi fai male. Ti rubo la canna dalle mani e faccio un paio di tiri, poi 3, 4, praticamente la finisco tutta e continuo a guardarti. In quel momento vedo la morte in faccia e per la prima volta credo sia bellissima. Stendo la mia mano sul tuo volto  e tu come un bambino ti pieghi sulle mie dita. Piangi e sono io, adesso, a sentirmi morire perchè di rado ti ho visto farlo anche quando le occasioni lo imponevano. Io invece comincio a ridere sarà per via dell’erba, sarà perché devo fare da contrappeso a così tanto dolore. Tanto rido che ti trascino sul pavimento in una danza isterica e convulsa, non facciamo l’amore, non possiamo permettercelo ma restiamo avvinghiati in un abbraccio eterno, immersi l’uno nell’altra.

Rulli un’altra canna e io penso che in quella sera tutto è legittimo, se a Dio è dato di spegnere la vita di un uomo che ha soli 38 anni, a noi sarà data la possibilità di farci 2 canne e una bottiglia di vino in un’unica soluzione. Ci addormentiamo svenuti l’uno sull’altro.

Nel cuore della notte mi sveglio. Ti ho sbavato sulla camicia ma poco importa,

- Dormi amore mio- ti dico ma tu sei inquieto.

Apre gli occhi, mi guarda e si accuccia con le ginocchia sotto il mento che mi pare mio figlio. Lo vedo come per la prima volta ma mi rendo conto che sarà forse l’ultima.

Come spiegherò ai “nostri” ragazzi (come li chiamava lui), i miei figli, che non ci saranno più momenti di intensa gioia? Come farò a dirgli che lo zio non piomberà più in casa nel cuore della notte o durante un pranzo di famiglia coi pantaloni scivolati giù nei fianchi e il sorriso di un delinquente gentiluomo? Come farò a spiegare che questo amore ci lascerà un buco, un cratere, per sempre.

Questo è stato il nostro addio, da quel momento non ti ho più né visto ne sentito, poche settimane dopo una telefonata di tuo padre mi comunicava la data e l’ora del tuo funerale.

Mi sono stesa sulla tua bara semplice e liscia e con te ho seppellito il mio cuore.

Mio piccolo, dolce, incredibile amore.

Soffia sulla mia altalena....

 (clicca qui) arietta.splinder.com/post/14551267#comment

Scritto da: arietta alle ore 19:36 | link | commenti (28) | Categoria: michele




martedì, 27 maggio 2008
Palpiti

Volevo dirti che l’altra sera ho conosciuto uno, uno carino, un po’ impertinente. E’ stata una di quelle cose che ti riportano indietro nel tempo e ti danno una carezza di vita come a voler sottolineare che certe emozioni  ti prendono a qualsiasi età e il cuore batte con lo stesso impeto, con la stessa urgenza dei vent’anni.

Mi ricorda te, quell’aria da monello, quel sorriso disarmante. Parlavo con le mie amiche e si è intromesso come se ci conoscessimo da sempre , mi ha lasciato un sorriso e se ne è andato. L’ho rivisto un paio di volte, come sai la città è piccola e ci si conosce tutti. Credevo fosse una situazione come tante ma non ho considerato una variabile da non sottovalutare. La chimica. Quando scatta la chimica c’è poco da fare. La reazione è immediata, il botto  scontato, prima o poi succede per forza qualcosa e come in quelle scene teatrali rotanti eccoci da un’altra parte io e lui in un batter d’occhio. Gli altri? Boh forse erano qui , forse ci siamo sempre stati solo noi a seguire l’andirivieni paziente delle onde che si ripetono in un eterno scivolare ad incontrare la sabbia.

Mi hanno sorpreso  le sue parole ma non lo ho  dato  a vedere. Incarto ciò che mi ha detto con la carta pallina per evitare che possa infrangersi  e andare perduto per sempre, mi servirà in seguito a ricordare questi momenti.

Se ci fossi stato tu mi avresti ricordato che ogni lassata è persa, ovvero ogni occasione perduta può diventare rimpianto e mi avresti accompagnato a comprare un paio di jeans nuovi  come portafortuna.

Mi mancano queste cazzate Michè e mi manchi tu. I tuoi vivi silenzi  non questi eterni attimi di eterno riposo.

E siccome l’ironia della sorte è baldracca oltre che  leggendaria , il caso vuole che anche lui si chiami come te.

Un bacio tesoro, ti faccio sapere.

Scritto da: arietta alle ore 21:54 | link | commenti (25) | Categoria: emozioni, michele, dentro dentro




venerdì, 22 febbraio 2008
Silenzi

 

Ho deciso per il silenzio e allora ti scrivo , tanto non puoi rispondere e comunque non lo avresti fatto neanche se fossi stato qui in carne e ossa. Perché sapevi che il tuo silenzio avrebbe assorbito le mie lamentele restituendomi un po’ di spazio  su cui stendere altri pensieri.

Forse questa lettera andrà sul blog. Forse il blog mi serve a diluire un po’ la tua assenza.

Certo che sei stronzo Michè a farmi tutto questo male e a non averne colpa. Tu e il tuo cancro non mi avete lasciato alcuna possibilità. Lui si porta via un sacco di vite, un sacco di storie e questa volta si è portato via la nostra, lasciando ricordi a cumuli. Ma i ricordi, ad un certo punto non sorprendono  più, sono sempre gli stessi per questo col tempo perdono la loro aggressività e alla fine un po’ ci annoiano.

In certi momenti  mi pare di essere in una di quelle scene da film poliziesco quando qualcuno parla con un detenuto che siede oltre un vetro con un telefono in mano. Nessun contatto reale, nessun alito che possa insinuarsi dentro l’anima. Questo siamo, detenuti, condannati.

Siamo distanti e pure così vicini Michè….

Mi ricordo i nostri silenzi che duravano ore, giorni e che poi finivano così come erano cominciati. L’uno faceva irruzione nella vita dell’altro e ci inondavamo di parole perchè quei silenzi tra noi erano il normale scorrere del tempo tra un pensiero e un altro.

Ora questi silenzi sono tutto quello che ho. Tra un pensiero e un altro.

In questi giorni leggevo dell’amicizia, io stessa l’ho paragonata ad un’opera d’arte ed il viverla diventa una sorta di costante esecuzione imperiosa, con acuti e stecche, con allegri ma non troppo e marce trionfali. Il fatto è che in certi momenti mi sento così sola da non riuscire a sostenere il peso di alcuni sentimenti che richiedono tempo e attenzioni e allora chiudo il mio cuore ad ogni sinfonia, rimetto a posto gli spartiti e scendo giù dal palco.

Io mi perdo, tu lo sai come mi è facile questo. Mi succede di continuo quasi fosse un’esigenza intima per testare la forza del bene di chi dice di volermene. In effetti metto tutto quanto in discussione, sempre. Niente riesce più a soddisfarmi e allora sono alla continua ricerca... di cosa davvero non so.

In certi momenti penso a quando io perderò te , perché io ti perderò. Questo succederà quando la nostra diversità sarà talmente evidente da non poterla più nascondere. Perché tu sarai per sempre quel bel ragazzo di 38 anni, mezzo pazzo e mezzo saggio, che ho visto crescere fino ad un certo punto e io invece diventerò tua madre, tua nonna, una signora di mezza età che non conoscerai mai, con una vita che non ti apparterrà mai, con esperienze che non saranno mai anche tue.  Sarò un'altra io a prescindere da ciò che abbiamo vissuto insieme.

Il silenzio mi aiuta a non sentire. Il silenzio mi aiuta a non aprirmi. Il silenzio mi separa da tutto il resto a cui al momento non voglio appartenere.

 

Scritto da: arietta alle ore 17:39 | link | commenti (41) | Categoria: michele, dentro dentro




domenica, 16 dicembre 2007
buon natale tesoro

Era il Natale del 1990. Un Natale stanco e offeso e chiuso. Le cose non andavano bene a casa, così preparai la mia roba e senza dir nulla a nessuno, la mattina del 24 ritornai a Palermo. Sola.

Li vivevo in una casa bellissima, oddio era pur sempre la casa di universitari, ma il fatto che una delle coinquiline ( l’altro era Michele) fosse la proprietaria mi aveva assicurato un decoro da non sottovalutare.

Lo stabile era un palazzo signorile dell’800 su una delle arterie principali della città,  in una zona adibita ormai a dare alloggio perlopiù a studenti. Sotto di noi la Vucciria. L’appartamento era enorme con le stanze che si aprivano l’ una nell’altra, le grandi finestre protette da scuri in legno , i soffitti a botte altissimi e i pavimenti in maiolica. Bello davvero.

Nel pomeriggio, intorno alle 18 telefonai a Michele ad Agrigento. Ovviamente urlò dall’altro capo del telefono e molto indignato mise giù senza neanche salutare.

La sera scivolò lentamente in un buio pesto avvolto nel freddo della solitudine. Mi aggiravo per le stanze gelide  e mute nella speranza di ricacciare indietro le lacrime che invece volevano riempire quel vuoto enorme che avevo intorno. Sarebbe stato il Natale più triste di tutti quelli vissuti.

A Natale mai nessuno dovrebbe restar solo. Le mancanze affiorano prepotenti, i ricordi si trasformano in fiocchi ghiacciati che cadono fitti sulla superficie  della tristezza più implacabile. Tutto viene acuito e in certi casi distorto al lume della solitudine. E siccome il Natale contiene, in tutta la sua pienezza, il senso di famiglia lo si dovrebbe passare con chi si ama, al caldo degli affetti più veri, cantando Jingle Bells, mangiando panettone e giocando a tombola.  

In quel momento non avevo che me, 22 anni e la speranza che un giorno la mia vita sarebbe stata diversa da quella vissuta fino a lì… un continuo camminare su un tappeto di uova, sempre  attenta a calibrare ogni passo, ogni parola detta, ogni accenno di sentimento improvviso. Decisi di infilarmi a letto e li rimasi al buio, come chiusa in una scatola che qualcuno aveva dimenticato in soffitta. A scaldarmi il cuore e anche tutto il resto… solo una bottiglia di vino.

Il rumore delle chiavi nella porta mi  sorprese ma non mi spaventò

- “Il Natale lo si passa in famiglia.”-, urlò dall’ingresso.

E lui, la mia famiglia, era venuto da me .Aveva lasciato i suoi genitori, gli amici e prima di cena si era messo in viaggio con un pandoro, una bottiglia di spumante e il suo regalo: un’enorme scatola di cioccolatini di  Modica di cui sono sempre stata golosissima e una raccolta di Pirandello “Maschere Nude”, 2 volumi rilegati in pelle.

Posò la roba in cucina, sfilò via il giubbotto e i suoi orribili anfibi e mi raggiunse sotto le coperte. Si gelava. Non parlammo per un po’, io poggiavo la testa nell’incavo tra la sua spalla e il collo e come in mille altre occasioni aspettammo di bastarci. Riuscivamo a riempiere ogni piccola crepa si aprisse in noi, bastava che ci fossimo.

Michele aveva vissuto fin da ragazzino la malattia di mia madre, i suoi tormenti, i suoi sbalzi d’umore. Ormai sapeva tacere davanti alla mia disperazione offrendomi un appiglio sicuro che mi sottraesse al dolore, al rifiuto,al digiuno del corpo e dell’anima.

E come in mille altre occasioni ci ubriacammo cantando, ridendo, piangendo. Fratelli di cuore, di mani, di testa eravamo. Non ci eravamo scelti. Il destino lo aveva fatto per noi.

Sono passati 17 anni da quella vigilia e dopo 3 Natali di incomprensibile assenza mi chiedo se in momenti come questi lui sente la mia tristezza. Se ha memoria della nostra fratellanza. Se sta sfidando l’impossibile per raggiungermi anche solo con un alito di vento, col sentore di un profumo fresco. Perchè sono sicura che se queste cose accadono realmente, prima o poi troverà il modo di giungere fino a me. Come in quella notte.

Buon Natale tesoro.

Scritto da: arietta alle ore 08:46 | link | commenti (47) | Categoria: emozioni, michele




venerdì, 02 novembre 2007
Michè...(Mura mura)

 

 (Mura mura. Gianna Nannini)

2 Novembre.

Varco il cancello del cimitero

E’ tutto talmente ghiacciato in questo posto.

(aria aria fredda,  aria aria lenta, aria aria)

Mi seggo sotto l’arco della piccola cappella di famiglia e aspetto. Chiudo gli occhi nell’attesa di essere raggiunta dal suo odore, dalla sua voce tintinnante, da quella presa sicura che in molte occasioni mi ha evitato il baratro. Mia nonna.  N’trusciata (avvolta) nei suoi scialli lavorati all’uncinetto,  invadendomi l’anima mi raggiunge.  Lei sa che mi occorre coraggio.

(Chiudo gli occhi  sono cieca o vedo luce dentro me?Luce luce luce bianca, luce luce stanca, luce luce)

Ho un’altra visita da compiere. Rimandata troppo a lungo. Inutilmente.

Michele.

Il mio amico, la mia gioia, il mio tanto.

Michele.

(Apro gli occhi, non c'è vento adesso: non sei più con me. Sole, sole sole nero, sole sole greco, sole sole)

Una lapide bianca per segnare il punto in cui sono custoditi 27 anni di amicizia andata a male

(pietra, pietra pietra chiusa, pietra pietra muta, pietra pietra). 

Non c’è la foto, meno male. Non la voglio lì neanch’io. A quanto pare non la vuole nessuno quella orribile foto di ceramica a forma di uovo. A me non serve. Io mi ricordo tutto. Non ho perso un attimo di noi. Quel nostro essere fratelli. Sempre insieme.

Da ragazzini stavamo per ore nella stessa stanza senza parlare. Ognuno faceva le sue cose come se l’altro non ci fosse. Credo che questo sia il più alto grado di intimità e di complicità fra 2 persone.

Abbiamo dormito, mangiato, bevuto, studiato insieme. Abbiamo abitato nella stessa casa di universitari  amandoci fraternamente, senza mai un equivoco, senza mai una carezza che non fosse una pura e semplice carezza o un bacio  che non fosse un puro e semplice bacio.

“Michè… Ti ricordi quella sera in cui hai bussato alla mia porta e dopo esserti steso sul divano  hai detto “ho un cancro”?

(ferro ferro freddo, ferro ferro dentro, ferro ferro).

Da quella sera non ti ho più visto, non ti ho più sentito. Te ne sei andato e ti sei portato dietro la tua parte di noi che adesso mi manca terribilmente.

Hai portato via le tue mail dall’altro capo del mondo, quelle orribili sciarpe di lana, il tuo sacco a pelo, la tua pipa, quella luce argentata negli  occhi. Il nostro parlare per ore pure la notte, le canzoni di Vasco urlate al mare, quel tuo annodare le dita intorno alle mie.

Mi manca la necessità che avevi di me. Quel tuo ascoltare solo le mie parole. Quella continua richiesta d’amore e di attenzioni. Mi hai lasciato al freddo Michè…

(Muro duro duro duro, muro muro crudo, muro muro)

Qualche tempo fa…molto tempo fa, ho incontrato tua madre.  Per poco non mi salutava, sono stata io a destarla. Mi ha guardata negli occhi e si è messa a piangere. Le ho preso la busta della spesa e ci siamo sedute in macchina. Non la incontravo dal giorno del tuo funerale, ci siamo sentite qualche volte ma null’altro. Io non ho più il coraggio di andare a casa tua. E’ troppo grande quella casa, troppo importante, non riesco a sostenerla senza di te. Dicevo di tua madre, di come è cambiata da quando te ne sei andato. Non riesce più a parlarmi però dice che vuole ascoltarmi  perché io so cose di te che nessun altro conosce.

Non ti preoccupare, non le saprà mai nessuno.

Tutti pensavano e forse speravano che un giorno ci saremo sposati. Loro non sapevano cosa ci unisce ancora. Un legame qualsiasi sarebbe stato troppo riduttivo per noi due, il sesso poi….storie di umanità comune (come dicevi sempre tu). E invece noi eravamo spiriti eletti stretti nella morsa dell’amore che non distingue sessi o razze o età. E tu che gridavi sempre ridendo…”un amore così non lo auguro a nessuno…”

Sono passati 2 anni. 2 anni che non ti vedo, che non ti sento, 2 anni che tento di spiegare ai ragazzi cosa è davvero la morte. 2 anni in attesa di quella rassegnazione che stenta ad arrivare.

(Cerco un corpo, contro i sassi tremo, non c’è un’anima per me)

Io non ci torno in questo posto. Non sopporto l’idea che tu sia li sotto e che io non possa raggiungerti. Che io non possa scavare con queste mani la terra che ti copre e che ci separa. Non sopporto l’idea che tu debba riposare mentre qui c’è tanto lavoro da fare. Hai presente come mi consolavi quando mi sono separata? Giuravi che mi avresti aiutato tu coi ragazzi, che saresti stato tu a portarli in piscina o alle gite. Mi dicevi che mi avresti scelto un altro marito perché da solo non saresti riuscito a gestirmi (ma questa volta meno stronzo) e che questa volta non mi avresti fatto da testimone ma se fosse davvero successo allora ti saresti vestito da damigella e ridevi...ridevi.

Mi hai lasciata sola. Ed io devo farmene una ragione.

Mi accorgo che non ti ho portato neanche un fiore. Però ti lascio le mie lacrime.

Me ne vado Michè. Torno a casa.

(torno indietro, troppo grigio scende,tutto buio al mondo è)

 

Scritto da: arietta alle ore 15:12 | link | commenti (57) | Categoria: emozioni, michele