


“Avevo 43 anni e due figli quando ho perso l’orgasmo. Come si fa a perdere un orgasmo direte voi. Che cos’è un calzino? E’ finito in qualche cesta del bucato sessuale, in attesa di ricongiungersi col compagno in modo da diventare un orgasmo multiplo? La gente perde spesso delle cose. La pazienza. Il senso dell’umorismo. La linea (il termine “collant contenitivo” vi dice niente?). La ragione (dopo il parto di sicuro). Ma non l’orgasmo. Io però, non riuscivo più a trovarlo Era più sfuggente dell’ombra di Peter Pan. Credetemi, l’ho cercato più di quanto abbiano cercato il triangolo delle Bermuda, lo Yeti, Amelia Earhart, la Marie Celeste, il mostro di Loch Ness e gli scrupoli di George Bush…..”…(da “Come uccidere il marito” – Ketty Lette)

Quando ho letto questa pagina ho sorriso di gusto, veramente tutto il libro è un delizioso susseguirsi di immagini ironiche e divertenti, ma poi ho acceso una bella sigaretta, ho poggiato il libro sulle gambe e ho cominciato a pensare...
I miei 40 anni non sono i 43 della Lette però ci siamo vicini per cui dovrei pormi il problema di come sarà quando perderò l’orgasmo? Roba da rabbrividire direi, non ci avevo mai pensato. Ricordo perfettamente quando l’ho incontrato e sinceramente non ho molta voglia di dirgli addio. Sicuramente per quella bellissima sensazione che infonde fisicamente ma anche per l’attestazione di persona attiva e certamente felice ,anche se per un tempo effimero, che conferisce. Perderlo significherebbe perdere quella voglia di sedurre che viene prima dell’atto in se stesso. L’orgasmo è il fine ultimo di una danza complessa e suggestiva, fatta di sguardi, di approcci, di fiato sul collo e promesse sussurrate o solo supposte. Sarebbe troppo riduttivo non considerare che anche scegliere un vestito (o ringraziare per averlo fatto) non sia parte di quel sublime piacere, che ahimè scopro solo adesso, potrebbe andare smarrito. Che poi il sesso è un aspetto talmente presente nella vita di ognuno fin da quando si è bambini, da considerare impossibile di non considerarlo.
All’inizio è una scoperta meravigliosa, un gioco gradevole che ci fa sentire grandi. L’impaccio iniziale ci sfugge del tutto. E’ conquista.
Man mano si evolve in qualcosa di più intenso, la conquista cede il passo al possesso. Il gioco si fa più interessante perché il coinvolgimento diventa maggiore. Ma ha in se ancora qualcosa di …come dire?...Tagliente, appuntito, non levigato.
Fino a giungere alla maturità, all’affermazione. E proprio in questa fase tutta una serie di ulteriori scoperte rendono l’amplesso perfetto e appagante. Parlare di orgasmo multiplo sembra un po’ una roba da film hard (di quelli che se ne stanno li per ore a fare entra ed esci, su e giù, mettiti così e mettiti colì) e invece è un’esperienza disarmante, strabiliante direi. Perché è vero alla mia età il sesso diventa veramente roba raffinata, da gustare con calma e completamente. Ci si parla su, si ride, si gioca, si mangia…e quei quarto d’ora di un tempo diventano ore distese tra il fruscio delle lenzuola e la gratitudine di sentirsi ancora vivi. E belli. E contenti.
L’idea di dover cedere ad una resa fisiologica è quasi deprimente. Come procedere verso il rincoglionimento cosmico che muove tanti arzilli vecchietti, i quali ammiccano pure ma già si stancano al pensiero di un bacio.
Veramente uncinetto, balera e scopone scientifico basteranno a colmare il senso di vuoto?
Alcuni libri calibrano i nostri sentimenti.
Il loro indurci alla riflessione fa senz’altro parte di quell’itinerario che un vero autore si propone di intraprendere con i propri lettori. Perché, diciamolo pure, di autori piccolini, pseudo autori e quaquaraquà ce ne sono a bizzeffe. In molti sono convinti che saper scrivere possa concedere loro l’autorizzazione a pubblicare, a dire, a raccontare. Ma di molte chiacchiere se ne farebbe volentieri a meno.
(E comunque non comprare un libro è sempre un’ottima alternativa al comprarlo.)
Leggere, dicevo, ci aiuta a mettere a fuoco concetti tralasciati, dimenticati. Leggere ci spinge a guardare oltre, a considerare le visioni altrui e a ponderarle. E anche se ciò che abbiamo letto non ci è piaciuto è comunque entrato a far parte di quel nostro patrimonio personale che costituisce la nostra richezza.
Quando giungono a noi autori o opere del tutto inaspettati, i segmenti di sentimento che abbiamo accantonato cominciano a palpitare come pezzi monchi di noi messi da parte perché considerati superflui. E ci accorgiamo che la vita e l’amore e le intelligenze ci tengono in vita anche se continuiamo a fingere di non vederle. Di non sentirle.
Il diario di Jane Somers è un libro sorprendente e feroce. Bellissimo direi.
Non per niente a scriverlo è stata il premio nobel per la letteratura 2007 Doris Lessing.
Chi me lo ha regalato lo ha fatto con un scopo , penso. Voleva spalancarmi gli occhi su un mondo troppo spesso negato. L’amore e l’amicizia. Ne ho tratto una parte di me sepolta ma comunque viva e vibrante.
Janna, la protagonista, è una giovane 50enne dalla vita caotica e piena che usa come cuscino per attutire obblighi irrisolti e sentimenti taciuti. La morte del marito prima, quello della madre poi, scavano al suo interno voragini di silenzi inferti e subiti. Ma il vero problema è proprio nel confronto con la morte. La negazione di questa la spinge lontano da ciò che dovrebbe fare, ovvero assistere le persone più importanti per lei proprio al momento della loro agonia e della successiva dipartita.
L’incontro con una donna vecchia e sola, lercia e povera ma disarmante per la sua fame di amore e considerazione la induce a rivedere quel contratto stipulato con l’esistenza . Le carezze alla “piccola Maude” solo pensate e a volte appena accennate le fanno varcare la soglia della dimensione altruistica che in ogni uomo è posta ai limiti dell’anima. La quotidianità è scandita da piccoli impegni fino a poco prima al di sopra di ogni possibile concezione, come la pulizia della topaia priva di servizi nella quale la vecchia amica vive o anche della persona, spesso lurida e maleodorante. Nasce pian piano un’intesa di estrema tenerezza, scandita de sguardi accigliati per i ritardi inevitabili di una donna al centro di un mondo glamour e patinato e lunghi silenzi per gli appuntamenti mancati e ardentemente attesi da chi non ha altro da fare se non aspettare .
Due forze totali si fronteggiano: Da una parte la solitudine della vecchiaia di chi vive ai margini dei sentimenti altrui e dall’altra il bisogno di amicizia da donare a chi ne ha veramente bisogno.
Ma questo rapporto rappresenta anche l’estremo tentativo di recuperare ciò che ormai è perso per sempre, come il dare le dovute cure a chi in quel momento non ha altro e dunque un tentativo di ricongiungimento con la figura del marito amante e della madre silente il cui affetto diventa prerogativa di una sorella sempre presente, sempre perfetta, sempre migliore.
Il diario di Jane Somers è un libro complicato ed affascinante perché il suo spessore è dato dalla intensità di sentimenti elementari e fondamentali……
Chi di noi sarebbe disposto a non rientrare a casa dopo un’estenuante giornata di lavoro per far la spesa e cucinare e rigovernare la casa di una donna estranea?
Chi di noi scambierebbe il proprio tempo con lunghe notti di veglia in ospedale, per una amica di cui fino a poco prima non si conosceva l’esistere?
Quanti di noi sono disposti a restituire alla vita il bottino saccheggiato in anni di agiatezza per regalare un sorriso sincero e una lacrima vera nell’ultimo istante di vita di una sconosciuta?
![donnescialle[1]](http://files.splinder.com/62e2b7b1357267b656de185c8ad753d5.jpeg)
Mi capita sempre più spesso di cedere alla parole e lasciare che queste influenzino i miei momenti.
Chi mi conosce sa che ho sempre cercato la parola giusta attribuendo a queste un potere fortissimo.
Quando leggo un libro mi arrendo davanti ai concetti tessuti da particelle lessicali, punteggiatura, costruzioni grammaticali.
Lascio che l’autore compia il suo dovere portandomi esattamente dove ha programmato che il lettore arrivasse.
Questa estate ho letto uno dei libri più belli che mi sia capitato da moltissimo tempo.
Il libro si intitola Il Profumo.
La storia di per se è abbastanza particolare, il protagonista davvero sui generis ma quello che mi travolge in questa lettura sono le descrizioni. La bravura di Süskind consiste soprattutto nel fatto che con le parole è riuscito a rendere perfettamente concreto ciò che non si può né vedere né udire ma solo intuire in una narrazione, ovvero gli odori.
Così capitava che nelle dolci serate di luglio, quando il cielo temporeggia a scurirsi e tutt’intorno è un finire di grilli e strani insetti, io mi sedessi sul dondolo in giardino e mi arrendessi a quelle pagine.
Seguivo con il dito il rigo, quasi a voler accarezzare il senso di ciò che i svelava davanti i miei occhi… quasi a volere toccare quel personaggio che non capivo ma che non riuscivo ad odiare. E per incanto dopo pochi periodi venivo, ogni volta, catapultata indietro nel tempo e alle costole di questo giovane uomo che non conosceva né amore né il profumo di se stesso, procedevo per le vie di una Parigi buia e sporca per poi inoltrarmi nella Provenza fino a giungere a Gràs. Tutt’intorno spire dense dell’odore di ogni cosa, delle pietre, del ferro, del vetro, della sabbia, perché ogni cosa ha un odore se lo si riesce a percepire. E l’odore diventa vista e gusto e tatto e udito, ma tutto insieme, a delimitare ogni oggetto e stato d’animo, costituendo una sorta di magico sesto senso che in pochissimi possiedono.
La storia è questa:
Jean-Baptiste Grenouille vede la luce in una Parigi lurida e popolosa della seconda metà del XVIII secolo. Non voluto dalla madre viene partorito e gettato fra le frattaglie del mercato del pesce, ma inspiegabilmente (miracolosamente o diabolicamente) sopravvive. Non una carezza ad accoglierlo, non il profumo dell’acqua saponata o il calore del fiato di una nutrice.
Solo puzza.
Una puzza tremenda.
Di pesci sventrati e ratti famelici e piscio.
Qui è racchiuso tutto quanto, a mio vedere.
Jean-Baptiste Grenouille non ha anima ma solo uno straordinario olfatto. Un olfatto strabiliante e magico che si insinua fra le pietre dei muri, fra il buio di migliaia di anni di solitudini, nei pori della pelle degli altri a carpirne le paure o le impercettibili variazioni suscitate anche dai pensieri.
Lui entra dentro la materia e ne scova le sottili particelle olfattive. Questo lo aiuta a vedere oltre le pareti e dentro gli animi.
E’ come se questa capacità gli avesse sottratto il tempo per ogni altra cosa, anche la più elementare. Non parla, cammina a stento e si propone come un animale buono solo per sfruttarne le forze a compiere qualsiasi tipo di lavoro sfinente e impossibile.
Ma lui è felice perché il suo mondo è fatto di continua ricerca e di soddisfatta esperienza odorosa.
Ma la scoperta del proprio non odore lo scaraventa in un inferno psicotico di strabiliante esasperazione…..
Preferisco non andare avanti con la storia.
Mi basta pensare di avere insinuato una minima curiosità…
Di Patrick Süskind so poco e per altro le notizie sono state reperite in rete, però ho visto il film con l’inevitabile delusione che comporta assistere ad una visione dopo avere letto il libro. E’ una riproduzione abbastanza fedele anche se priva di quel quid che invece sospinge le dita a girare una pagina e poi ancora quella seguente e cercare di succhiare ancora un’emozione da un foglio di carta. Gli attori mi sono sconosciuti, giusto un paio e fra loro un grande Dustin Hoffman nella parte del profumiere Giuseppe Baldini. Mi pare però che manchi la volontà, sottolineata dall’autore, di specificare che qualsiasi cosa muova il protagonista è tutto tranne che amore.
La potenza descrittiva di Suskind è strabiliante. Ricama sottili fili che si incastrano tra il cervello e il naso, creando un intreccio reale di percezione olfattiva. Chapeau.
Buona lettura