


L’amore è sempre ad un senso.
Non credo alle corrispondenze, forse è solo il bisogno di trovarsi.
Di non sentirsi soli.
Di non sentirsi di “nessuno”.
L’amore è un sentimento talmente travolgente e forse anche angosciante da non dar spazio a logica e ragione.
L’amore è sconvolgente.
Arrogante.
Belengo.
In certi casi disastroso.
In altri balordo.
E ancora offensivo.
Lascio ad altri eufemismi quali “sole, cuore, amore”
Per me è fastidioso e troppo ingombrante.
(quanto meno al momento!)
Gear of wars – last day
Una combattente malinconica
Con un’incredibile voglia di tornare a casa…
Intorno a me solo macerie ma questo è il destino di ogni mercenario.
Chi combatte per mestiere non dovrebbe avere neanche un briciolo di cuore e ppure una puntina mi pare di averla da qualche parte....
Tu pensi di essere forte.
Ti concedo questa illusione, ti renderai conto presto di quanto sia difficile ingoiare il boccone amaro della perdita. Della sconfitta.
Le donne sanno portare a termine con dovizia i loro impegni. Sono sempre molto coinvolte in ciò che accade, ma a loro (noi) è stata data una possibilità in più che le differenzia dall’uomo che partoriscono.
Il sentimentalismo delle donne ha radici arcaiche, bibliche e questo fardello ne ha fatto esseri speciali e in certi casi davvero superiori.
Piangono, ascoltano, chiariscono, affrontano, certe (troppe) volte subiscono e in molti casi perdonano.
Ma c’è un limite che proprio non riescono a superare ed è quello dell’annullamento totale al cospetto di un uomo. Al massimo si struggono toccando un fondo troppo profondo ma già quella è una vittoria perché in quel fondo è custodita la giusta spinta per la risalita. E quando una donna riemerge dal proprio dolore non credo possa ulteriormente essere scalfita da tutto il resto.
Anche la donna più stupida e vacua trae forza e dignità dalle proprie lacrime. Affronta il destino che la storia le ha assegnato nel modo in cui la storia le ha insegnato: Occhi bassi e mente lucida.
Vendetta, rivalsa, riscatto, superiorità oggettiva, chiamalo come vuoi ma è questo il motivo che le spinge oltre la delusione, oltre il rifiuto, oltre le umiliazioni.
E dopo un periodo più o meno lungo in cui è fondamentale prendere coscienza del proprio strazio
e dopo aver metabolizzato i colpi
e dopo aver mediato fra se stesse e il proprio lutto….
…sanno sempre da dove ricominciare è solo questione di tempo.
Amore mio.
Mio piccolo enorme tesoro.
Non puoi immaginare cosa sento in questo momento, davvero non puoi e neanche lo vorrei.
Imparerai che l’amore per i figli è un tipo d’amore che non somiglia a nessun altro, né a quello per i genitori né a quello per chi ci terrà compagnia per tutta la vita.
Un figlio non ha termine di paragone.
Un figlio non ha rivali, non ha pari, non da alternative.
Un figlio è un figlio, tutto il resto conta poco.
Tu sei la mia bambina, bellissima e ubbidiente, studiosa e accomodante, tu sei il mio amore, la mia forza, la mia ragione di vita.
Per anni ti ho vista crescere e ridere e piangere. Per anni ti ho stretta e consolata e rimproverata e molto molto amata senza rendermi conto di nulla.
E adesso tu sei un’altra ed io devo farmene una ragione.
Ti ho visto spaventata oggi dal medico e lo ero anch’io ma il mio amore non conosce paure e mi ha concesso un sorriso materno, di quelli che non danno scampo e avvolgono e saziano. Un sorriso che sopravviverà al collassamento dei tuoi e dei miei polmoni.
I figli sono ciò che non puoi mai mettere in discussione. Sono entità distinte che ci appartengono al punto da non poterle considerare proprietà ma priorità. E ci scavano nella carne e ci succhiano il sangue e si addormentano ogni notte trovando spazi nuovi nella nostra anima rigenerandone i pezzi andati a male. E li guardi restando sorpresa di tanta bellezza anche se questa in effetti non c’è.
Il loro respiro è una sinfonia vitale.
Non ti accorgi se le note sono effettivamente stonate.
Non ti importa.
E’ comunque melodia.
Questa pagina potrebbe durare in eterno, un elenco infinito di sentimenti e sensazioni e parole importanti, per questo non ha senso che continui.
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Quella sera rientrai a casa dopo una giornata d’inferno. Mi sentivo irritabile e stanca, per fortuna i ragazzi avrebbero dormito dal padre. Potevo concedermi una serata di relax.
Mi chiusi la porta alle spalle e per un attimo rimasi immobile all’ingresso.
La casa era muta. E buia. E rassicurante, talmente rassicurante da non sentire la necessità di girare l’interruttore . Solo in un secondo momento mi sovvenne che in realtà io odio il buio.
Mollai la borsa e le altre sporte sul pavimento e spostandomi nella sala mi lasciai cadere sul divano.
Silenzio. Silenzio fitto. Silenzio talmente palpabile da sembrare pesante.
Forse un po’ infastidita da questi pensieri decisi che come prima cosa avrei fatto una doccia.
Percorsi il corridoio nella totale oscurità, come potevo non sentire il bisogno di dare luce ai miei passi? Questa domanda mi tormentava ma finché non avessi cominciato a sentire una reale paura avrei spinto quel gioco il più possibile, ne valeva la pena…
Andai in camera da letto mi sfilai via le scarpe e poi anche i jeans e la maglia. Con estrema attenzione li ripiegai e li poggiai dove potei. Mi diressi in bagno e cominciai a far scorrere l’acqua perché raggiungesse la temperatura desiderata. Entrai nello scuro più fitto.
L’acqua mi investì tiepida e vitale, spontaneamente chiusi gli occhi. Improvvisamente prese a girarmi la testa. Riaprii gli occhi e pur non vedendo ad un palmo dal naso mi sentii meglio, come se la vertigine fosse passata.
Ripetei l’esperimento.
Mi ritrovai a dovermi poggiare ad una delle pareti ma mantenni gli occhi chiusi, avevo bisogno di capire.
E poi all’improvviso, fu solo questione di un attimo, ebbi l’impressione che qualcuno mi aiutasse a sedermi sul sedile della parete attrezzata.
Riaprii gli occhi.
Ero sconcertata e calma contestualmente.
Solo l’avere trovato una giustificazione a quello che era accaduto avrebbe potuto consentirmi di dormire quella notte.
Il buio restava pesto ma non avevo l’angoscia che mi prende quando improvvisamente salta l’energia elettrica, il perdere i punti di riferimento destabilizza il mio equilibrio al punto da farmi vacillare ma in quella circostanza era come se la luce inondasse ogni angolo.
E poi quello strano senso di calma assoluta che notai all’inizio, quando rimasi immobile sentendomi rassicurata.
Cosa percepivo realmente? C’era d’avvero una presenza avvolta in quel buio? Stavo immaginando? Sognando? Probabilmente mi sarei svegliata di li a poco e dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua avrei rinconquistato il sonno.
Perché non mi sentivo spaventata?
Il telefono squillò.
Sempre al buio uscii dalla doccia e avvolgendomi in un asciugamano andai al tavolo sul quale era posto il cellulare.
- Pronto ! –
- Mamma volevo dirti che domani papà ci porta al mare e ritorneremo nel pomeriggio -
- D’accordo , quando state per rientrare avvertitemi. -
Notavo qualcosa di diverso ma non mi rendevo conto di cosa. Poi capii.
La luce! La casa non era più immersa nel buio, i faretti e le lampade e i lumi … tutto acceso.
Scesi al piano di sotto e andai all’ingresso. Potevo vedere l’intero tragitto percorso in precedenza. Le buste sul pavimento, i cuscini smossi sul divano ed anche i vestiti ripiegati con cura e poggiati sulla panca, le scarpe disposte una accanto all’altra con una simmetria totale.
Tornai in bagno.
La sensazione che qualcuno mi avesse sfiorato, che mi avesse aiutato a sedermi era ancora forte. Io l’avevo percepita distintamente.
Non sono una di quelle persone che affonda il naso in questioni spiritiche e ciò che non può essere spiegato logicamente sfugge al mio interesse, non mi importa sapere se esiste una vita oltre la vita, se chi non c’è più ci vive accanto o roba del genere.
Ero rimasta davvero al buio non appena in casa? Oppure come di consueto avevo illuminato ogni stanza in cui ero entrata? La calma che mi aveva avvolta era davvero la percezione di “altro”? Oppure il ritrovarmi tra le mura domestiche dopo un intero giorno passato fuori aveva amplificato la mia percezione di soddisfazione al sentire quel profumo familiare che ogni famiglia imprime ai propri ambienti?
Sinceramente non capisco cosa possa essere successo ed anche se la curiosità è forte fingo che in realtà non sia accaduto nulla.
Lo avevo visto sfrecciare nel mio giardino come un fulmine e avevo pensato di aver immaginato quel movimento fra le piante ma l’istinto da cacciatori dei miei cani ,oltre all’autorità di padroni conquistata nel tempo, mi avevano chiarito il concetto che fra noi ci fosse un intruso.
Il piccolo guidato da una forte irresponsabilità aveva continuato a nascondersi negli angoli più remoti della nostra proprietà sfidando la sorte e le fauci di due enormi pastori maremmani che sicuramente non gli avrebbero dato pace come, del resto, succede a tutti gli altri esponenti del mondo animale che per sfortuna si aggirano da queste parti. Ero quasi dispiaciuta della fine che avrebbe fatto, secondo me non avrebbe superato la notte.
E invece me lo ritrovai davanti la mattina successiva non appena spalancate le persiane del balcone sul terrazzo della cucina. Piccolo, spaventato e gioioso allo stesso tempo... ma soprattutto affamato.
Quella mattina, circa un mese fa, trascorse tra l’euforia dei bambini per il sopravvissuto e le mille cure di primo intervento. Bagno, coccole, pasti continui ed una prima visita dal veterinario decretarono l’adozione ufficiale del cucciolo. Un cane. Un altro.
Un meticcio secco secco, con gli occhi lucidi e il pelo bianco e miele dalle capacità di sospensione davvero impressionanti.
Dovevamo scegliere un nome! Scartati subito i vari Dik, Mik, Nik, avevamo optato per più simpatici appellativi quali Canuzzu (piccolo cane), Tappo e Birillo ma poi, mio figlio con l’aria disarmante che solo i ragazzini sanno osare disse che dovevamo dargli il nome di un eroe, di un sopravvissuto agli eventi da manuale. Robinson Crusoe sembrava troppo lungo e la scelta cadde sul definitivo Ulisse. Impavido e testardo.
La convivenza coi padroni di casa a quattro zampe non fu immediatamente facile ma con quel fare impertinente e buffo caratteristico dei piccoli di ogni specie riuscì a conquistarli entrambi. E ci ha conquistati tutti
E’ trascorso un mese, un mese in cui a solo guardarlo sfuggiva un sorriso in più anche quando, dimentichi di cosa significhi avere un cino-lattante in giro,ci ritrovavamo al cospetto di rosicchiature varie e panni sparsi in ogni dove.
Però come ogni nuovo arrivato ha portato con se una fantastica dose di tenerezza e novità. Ai ragazzi non pareva vero di scorazzare in bici col prode Ulisse alle calcagna ed io restavo appoggiata al battente della porta seguendoli con lo sguardo nel tentativo di cogliere istanti gonfi di spensieratezza e risate. Qualcosa molto simile alla felicità.
Poi stamani un tonfo. Secco. Agghiacciante.
Nessun guaito, alcun tremito. Basta. Stop.
Un'idiota qualsiasi ,il cui destino per una frazione di secondo lo ha evidenziato tra gli stronzi ai quali pare impossibile veder un rettilineo sgombro e silenzioso senza premere sull'accelleratore, aveva deciso di mettere fine a questa storia d’amore collettiva fatta di uomini e animali. Di bambini e cuccioli.
Lo abbiamo seppellito in un angolo ombroso, sotto un ficus benjamin. Questa era la sua casa, lui stesso la aveva scelta.
Non è stato facile parlarne ai ragazzi, i loro occhi si sono allagati di lacrime e il cuore è stato inondato da una tristezza densa come fango. L'amicizia prescinde i limiti razziali e approda in un terreno neutro in cui convivono sentimenti potenti che un giorno trasformeranno questi bambini in adulti attenti e rispettosi della vita altrui.
Ciao ciao Ulisse. E' stato meglio averti avuto per un mese che non conoscerti per nulla.
L’aria è ferma, si poggia pesante su ciò che è stato e che ancora sarà.
Lo sguardo annaspa in un oceano d’ombra mentre il cuore galleggia gonfio e deforme. Sembra un’isola sperduta battuta dal vento dei ricordi.
Le tue espressioni emergono dal nulla, si aggrappano come naufraghi alla corda di questa passione che non vuole scemare.
Ho tempo mi dico.
Tempo per comprendere che se certe cose finiscono non è detto che sia un male oppure per sempre,
tempo per riabituarmi ad una vita che non ti comprendeva, quando la solitudine era tutto quello che avevo e il baccano del silenzio sembrava non arrestarsi mai.
Ho tempo, mi dico.
Tempo per ricucirmi addosso l’abito di pietra che avevo riposto nell’armadio delle mie paure.
Sembra seta questa roccia che scivola sulla pelle al posto dei tuoi sospiri.
…La mamma dei coglioni è sempre incinta!
Per cui sono costretta a bloccare i commenti anonimi.
Scusate eventuali disagi. I virus mentali dei cervelli devastati dal nulla mi inquietano più di quelli informatici.
A presto (spero)
Morti abbracciati…
(per esalazioni di monossido e fango.)
Quando ci decideremo a fare qualcosa?
Io sono una che si fa un sacco di seghe mentali. Oggi dunque sto di merda, ma notevolmente di merda.
Il fatto è presto detto: Sabato sono uscita con un gruppo di amici, tutte persone più o meno della stessa età, tutti o quasi nella stessa condizione…separati, con figli e con la stessa identica volontà di non volersi arrendere al tempo che passa e che ci sfugge inesorabile. Siamo quei quarantenni che si illudono di avere ancora tutta la vita davanti e giocarsela a dadi in una notte di baldoria. Piccoli esseri contenti che esista una sindrome, quella di Peter Pan, a giustificare le cazzate che di tanto in tanto non ci lasciamo sfuggire.
Bene… abbiamo bevuto e abbiamo ballato. E quanto abbiamo bevuto… e come abbiamo ballato.
Ad un certo punto mi sono ritrovata sul tavolo del locale e li sono rimasta per tutta la notte ancheggiando come una ventenne disorientata. La nonna sul cubo. Squallido e tristissimo. Ovviamente eravamo l’attrazione del circo, tutti guardavano pietosamente ma a noi sembrava non ci interessasse nulla, ovviamente il rum e pera a cicchetti ha fatto la differenza.
Questa mattina mi sono guardata allo specchio. Questa mattina mi sono riconosciuta. Questa mattina ho dovuto fare i conti con me stessa nel tentativo di spiegarmi chi fosse quella della notte precedente. Avete presente quando particolari rimossi riaffiorano in flash disegnando uno scenario che invece si vorrebbe non ricordare? Avete presente la sensazione che si impossessa della testa e di tutto il corpo quando ci si rende conto che è ormai troppo tardi e che non è possibile cambiare l’accaduto? L’impotenza generata da una sorta di disperazione gratuita?
Io ho 2 figli. Sono ancora dei bambini ma ho sempre agito pensando a loro per primi. Ho sempre scelto di fare cose per le quali non dovermi vergognare rimediando giustificazioni da quattro soldi. Eppure ieri sera non pensavo a loro. Pensavo a me. Per una volta pensavo a me. E basta.
Adesso mi tocca riconquistare parte di quella dignità che devo aver lasciato appesa al palo della Lap dance di un postribolo a cui darei volentieri fuoco.
Viviamo le nostre vite per come ci è possibile, amiamo, lavoriamo, corriamo e come matematici funamboli cerchiamo la quadratura del cerchio ogni giorno.
I ritardi non li mettiamo più in conto, sono variabili concesse ma poco gradite.
La perdita del controllo può essere accettabile se dura poco e non lede gli altri.
Eppure ci sono quei giorni in cui il nostro piedino sinistro piuttosto che trovare locazione immediata dentro la ciabatta accanto al letto, per un volere strano scivola di lato ad incontrare una infinitesima parte di pavimento. Ghiacciato.
Quella è una giornata no.
La macchina non parte, il collega di lavoro si lamenta, il direttore generale ci guada torvo, i figli ci rimproverano, i genitori ci accusano, i compagni ci ignorano e le stelle stanno a guardare…
Forse le giornate NO dipendono da noi stessi, dalla nostra esigenza di chiusura, dalla nostra volontà di vedere tutto nero almeno una volta ogni tanto a vantaggio di tutte le altre giornate si, quelle vivibili, quelle in cui il nostro mal di vivere non emergere.
Per coglierne la differenza.
Per cui, in certi giorni, il nostro inconscio giocando sporco si arroga il diritto di stendersi al tappeto e si concede mezza giornata di vittimismo acuto scegliendo un loculo con vista su una distesa buia.
Forse speriamo che giornate così servano a calamitare tutte le avversità del periodo e a raggrupparle insieme, per poi lasciarci in pace in seguito, un po come si fa coi fazzolettini cattura colore che si infilano nella lavatrice quando le tinte dei capi sono troppo aggressive.
Lo specchio sembra dilatarsi restituendoci un’immagine che sembra non appartenerci. La casa ci sembra cupa e malediciamo il fatto di non avere comprato quella(inutile) lampada all’Ikea, costava pochi soldi. Il pc inciampa su un’ADSL da terzo mondo e il frigo vuoto segna il ritmo della danza della spesa. I capelli hanno deciso di seguire un’improbabile traiettoria che sfida la forza di gravità e il nostro umore sembra una fetta di formaggio rancido da settimane incartato in carta stagnola. Decisamente andato a male.
Facendo 2 conti sarebbe opportuno darsi malati e seppellirsi sotto le coperte piuttosto che riversare un acido malumore tutt’intorno con l’unico risultato di misurare un vuoto relativo stabilito da chi ha capito che è meglio mantenersi alla larga per qualche ora.
E invece anche questa giornata deve essere portata a termine, come tutte le altre.
E allora immaginiamo di essere giunti alla fine di queste interminabili 18 ore nefaste, di aver già indossato il pigiama magari fresco di bucato, di aver lavato i denti, tolto il trucco, di essersi cosparse le mani di crema e il cuore di un sottile strato di amore verso noi stessi.
Suvvia domani è un altro giorno, mancano solo 24 ore.