


Mi dispiace...
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La mia casa.
Mura alte e soffitti pieni.
Un senso di pace che non so dire, le voci dei bambini che si accavallano a questo mio essere inquieto.
La mia casa, un non luogo che non so spiegare.
Un posto che mi appartiene anche se è tappezzato da un codice html che definisce colori e contorni.
Questa sono io, e quel che sono certe volte mi basta e altre mi spaventa.
Vorrei raccontarvi di ciò che mi è successo in questo periodo.
Di ciò che mi ha toccato e trafitto.
Di ciò che ho sperimentato.
Di ciò che ho immaginato e supposto e sperato….
E scansato.
La mia vita è cambiata un giorno in cui altre vite sono cambiate.
Una donna era in macchina coi sui bambini e percorreva una strada solita.
Sempre la solita.
Aveva salutato il marito poche ore prima, si erano dati appuntamento
per il pranzo.
Sempre il solito.
E lui aveva baciato i suoi ometti e loro lui in un gesto scontato.
E poi tutto è finito.
Un crash da ricordare per sempre.
E per sempre quelle vite sono diventate nulla.
Non so spiegare l’effetto.
Ma mi resta poco dentro e a stento riesco a trovarlo.
Forse un giorno saprò parlarne.
Forse un giorno….
Ci sono sensazioni impalpabili che vanno oltre ogni spiegazione e come un velo di umidità si appiccicano sulla pelle facendoci rabbrividire.
Ci sono presenze impalpabili che lievemente si frappongono fra noi e la nostra stessa ragione e riempiono attimi di vuoto che altrimenti ci distruggerebbero.
Ci sono ricordi impalpabili che si addensano in parole e scivolano solidi nero su bianco a significare ciò che siamo stati e quel che abbiamo vissuto.
"Mio caro Michele,
qui è tempo di sagra. Migliaia di persone per strada a rincorrere una primavera che anche da queste parti tarda a mandare i primi segnali. Piove sempre, il cielo da un lato è sgombro e dall’altro gonfio di nubi grigie e pesanti. Un po’ come il mio cuore che non riesce a decidere da che parte esporsi. Eppure ti sento, come ieri ad esempio, quando seduta sulla poltrona a leggere un libro ho avuto l’impressione di dita fra i capelli a comporre note dolcissime di una carezza. Come se si trattasse di qualcosa di normale ho ceduto a quella sensazione piegando di lato la testa, consentendo a quel sentire di darmi un po’ di conforto.
Ho chiuso gli occhi e accennato un leggero sorriso.
Poi mi sono irrigidita ricordando di esser sola in casa, i ragazzi erano al doposcuola e questo tu lo sai bene.
Sei passato a tenermi un po’ di compagnia mentre sprofondavo tre pagine di una storia che non mi appartiene. Sei passato a ricordarmi che non sono mai sola anche quando uso questa condizione a difesa di una stabilità che si è arresa ormai da tempo.
Ma d’altra parte quale è davvero il senso di un’amicizia come la nostra, se non questo? Trascendere i limiti umani dello spazio e del tempo. Offuscare la ragione con il calore dei ricordi e dare ai sogni un senso sempre nuovo.
Le tue mani le conosco bene, mi hanno sostenuto in momenti di precario equilibrio. Mi hanno imboccato quando il cibo era nemico, mi hanno scosso quando la stupidità prevaleva sul buonsenso, mi hanno acchiappato quando la mia voglia di fuggire avrebbe distrutto la mia vita.
Le tue mani hanno un senso, sono il mio appiglio a quella vita di cui tu non hai potuto godere fino in fondo come avresti voluto…, e che io non comprendo a dovere solo perché ce l’ho.
Le tue mani reali ancora le ricordo e non dimentico quel nostro modo di aggrapparci l’uno all’altra, per questo le ho disegnate..
Ciao tesoro, a presto, (speriamo).
Era appena nata, qualche secondo prima era dentro di me e poi con un gesto sapiente di un chirurgo pratico me la ero ritrovata sanguinante e brutta/bella sul mio seno. I nostri cuori palpitavano all’unisono ma dall’esterno. Era una sensazione nuova e realmente carnale. Una sensazione profonda che difficilmente potrò dimenticare tra mille voci che mi tranquillizzavano sullo stato delle cose e quell’odore impastato di fluidi corporei e mentali.
Come ad alcune capita i giorni a seguire furono caratterizzati da una sensibilità acuta, piangevo e ridevo contestualmente, colpa del calo di ormoni, così dicevano. Eppure ricordo come fosse ora un giorno di quasi 11 anni fa quando, con lei fra le mie braccia, misi per la prima volta in discussione me stessa..
Le promisi che avrei fatto di tutto per renderla felice, che non le avrei mai (volutamente) causato dolore, anzi, che la avrei difesa con tutta me stessa da ogni bruttezza e che l’avrei sorretta ad ogni duro colpo.
Sono una madre intensa, una di quelle che spiega tutto, una di quelle che non si nasconde dietro un dito… brutale in qualche occasione, sincera sempre, flessibile quando occorre.
Eppure mi sento in colpa. Il mio sentire è dovuto da una promessa infranta, da un compito non portato a temine.
Ieri sera l’ho scoperta mentre piangeva. Aveva una fotografia in cui tutti e 4 sembravamo felici. La mia inadeguatezza di madre è esplosa in una rabbia sorda, le ho urlato che quella realtà non esisteva più e doveva farsene una ragione.
Stamani l’ho svegliata riempiendola di baci, lei pareva avere dimenticato e come tutte le mattine mi ha abbracciato come se niente fosse successo. Aveva realmente dimenticato? Aveva registrato quella mia perdita di senso? Era riuscita a mediare con se stessa(più di me) su quanto accaduto? Oppure è ormai abituata agli sbalzi d’umore di una madre profonda e approssimativa insieme?
Mentre lei era ancora a scuola ho preso quella foto, scattata 9 anni fa per il battesimo del fratello, una di quelle foto da studio con il capofamiglia in piedi ed io in poltrona col neonato in braccio e la piccola al mio fianco in una espressione spiritosa. L’ho inquadrata in una grande cornice d’argento e l’ho messa nello scaffale centrale della libreria nella sua camera.
Quella, per lei, è una realtà a cui fare riferimento. E’ la solidità del suo essere a prescindere da tutto. E’ la sua storia, il suo albero genealogico, il suo DNA. La sua certezza di essere. La sua famiglia. Le sue radici.
Ringrazio il mio tesoro per avermi insegnato il rispetto per i sentimenti di altri. Per avermi dato la capacità di vedere altro. Per la volontà di essere una persona e una madre migliore.
Le distanze tra genitori e figli sono frutto di sensi di colpa non eviscerati.
Il mio è un invito alla riflessione, Ciò che non si affronta scava buchi, trincee, voragini. I nostri figli sono frutto ed incipit di ciò che siamo e di ciò che diventeremo…..
Tratto da una storia vera....
Era una ragazzina carina, dentro nascondeva una solitudine insopportabile e per questo fuori mostrava una sicurezza bugiarda, di quelle che fanno paura. Aveva conosciuto un tipo più grande di lei almeno di 10 anni, ragazzino anche lui ma con la macchina e la barba da fare tutti i giorni. Lei sembrava innamorata ma quell’amore era difficile da vivere perché 13 anni al cospetto di 24 sono davvero pochi.
Stavano insieme, così si dicevano quando all’uscita di scuola lui la passava a prendere con la sua golf beige di un beige orribile.
Poi una sera lei andò ad una festa, era carnevale e per quello si era vestita in maniera davvero estrosa con un costume viola e rosso di tulle, di una cugina che lo aveva utilizzato per un saggio di danza classica. Quel costume sembrava rafforzare una personalità inesistente perché tra tante bambine/ragazzine vestite da Cleopatra, dame e fate, un vestito da giullare di corte sembrava rompere con una certa consuetudine primi anni ottanta.
E poi a quella festa in un garage sotto un palazzo di periferia si imbatté in lui, ragazzino figlio di puttana con un sacco di storie per storia e una gran voglia di finire nei guai. Un lento, poi un altro e alla fine la conquista di un anfratto buio e nascosto. Il sesso a quell’età è davvero curiosità e ricerca e per questo lei aveva infilato la mano nella patta guidata dalla voglia impertinente di un 15enne arrapato.
Baci, carezze e un’eiaculazione precoce e definitiva. Se solo avesse saputo che con quella pratica era inevitabile sporcarsi e tracciare le sorti di una vita…..
Alla fine della festa aveva raggiunto l’amica che l’aveva accompagnata e che guarda caso era proprio la sorella del giovanotto che tutte le mattine passava a prenderla con la sua golf dall’orribile colore beige…
-Ti sei sporcata – aveva precisato tracciando i contorni di un imbarazzo indicibile. Quella macchia di giovane sperma era lì davanti i suoi occhi, una macchia bianchiccia e sbavata. Una macchia per la vita.
L’indomani aveva incontrato il suo pseudo amore. Un incontro normale. Un incontro fatale che mai avrebbe dimenticato: Lui pareva sereno, aveva guidato fino ad un boschetto vicino al mare e si era posteggiato in tranquillità.
“So che ti sei divertita ieri sera” - aveva detto senza mostrare alcuna emozione e mentre lei, ragazzina carina, cercava giustificazioni appropriate le arrivò il primo colpo… e poi un altro e poi un altro ancora a sfinirla dal dolore.
Le spiegazioni a difesa servirono a poco , fu aperta nell’intimo a costatare se la sera precedente aveva causato quel danno che invece si compieva al momento e mentre lo stronzo 24enne veniva dentro di lei pronunciava il nome dell’altro, del quindicenne arrapato, figlio di puttana.
L’ironia della sorte malevola e troia volle che alla prima volta il senso della vita si completasse in un atto di odio e rancore.
Lei rimase incita.
Aveva 13 anni.
Lui la fece abortire dopo un paio di mesi tracciando le sorti di una vita sporca e inutile.
E poi come succede in questi casi il tempo (che è un gran galantuomo) scorse sul suo letto dando ai protagonisti di questa faccenda storie diverse, motivi diversi, dannazioni diverse.
A distanza di 25 anni, quella gran troia dell’ironia della sorte non sembrava stanca di prendere per il culo faccende e faccendieri e per questo stabilì che la ragazzina carina e il ragazzino arrapato e figlio di puttana si rincontrassero. E finissero con lo stare ancora insieme in una sorta di storia confusa e dannata. Lei gli diede tutto quello che aveva perché credeva fortemente nel senso di giustizia che ognuno vorrebbe per la sua esistenza. la quadratura del cerchio, il cerchio della vita che si chiude ad anello tra il prima e il dopo senza considerare il durante...
Morale della favola?
Fu lui a lasciarle, per ultimo, un figlio.
E’ arrivato serenamente, è scivolato sul broccato della tavola imbandita, si è immerso nell’aria allegra di brindisi e baci, ha allargato le braccia di chi mi era accanto. Ho guardato l’orlo ondeggiante della gonna “fru-fru” di mia figlia che si impigliava ad ogni passo, l’ho vista chiamare il padre, con il fratello, al cellulare 30 secondi prima della mezzanotte per condividere anche con lui quel momento che alla loro età sembra davvero un nuovo inizio ogni volta. Ho potuto tenerli stretti a me nell’attimo in cui il nuovo scalzava il vecchio in un’implosione interiore di speranza e forza ed immenso amore.
Mi sento fortunata, questa sera mi sento davvero fortunata, colma di tanto più di quanto avessi sperato.
I miei 40 anni prendono a pedate nel culo qualsiasi tentativo di buon proposito da formulare per l’occorrenza… sarò … farò … avrò…
Mi piacerebbe pensare di poter avere ciò che "normalmente" si può desiderare, non grandi eventi ma un quotidiano vivere senza grandi problemi da dover affrontare. Bello vero?
E invece saremo tutti qui, intenti a gestire l'unica vita che ci sia data da vivere.
Buon anno a tutti.
Troppo spesso ci chiediamo dove nasce l’amore, da che parte arriva, a cosa ci porta e cosa vorrà in cambio.
Spesso ci addentriamo in cunicoli oscuri che odorano di olio cerebrale e fanghiglia umana e scaviamo … scaviamo dentro le budella del cuore e dell’anima.
Ma poi la vita ci regala momenti impossibili da dimenticare, immagini che vanno custodite in noi per sempre.
Ieri, venerdì 19 con i miei ragazzi abbiamo fatto tardi, una pizza e una partita al boowling con la squadra del pattinaggio. Questa mattina mi sono alzata un po’ più tardi disturbata dal rumore di stoviglie e pentole.
Salgo in cucina e trova loro 2 intenti a prepararmi la colazione.
Thè, limoni appena raccolti, bacche rosse dentro ad un bicchiere che avrebbe dovuto somigliare ad un vasetto e (un’orribile) fetta di pandoro ricoperta di nutella…
Mai mattina mi è sembrata più dolce.
Mai ho desiderato tanto, come in quel momento, essere chi sono al posto in cui sono, in compagnia di chi mi ama davvero.
Mai l’amore ha avuto un sapore tanto dolce.
Di pandoro e nutella…. e latte e baci, perché a casa mia i bambini crescono così…
E’ cominciato il periodo più bello dell’anno ed io mi sto preparando. Ho addobbato il mio albero nuovo di zecca, obbligatoriamente sintetico e in full-violet.
Durante questo mese subirà modifiche varie, nuovi oggetti troveranno collocazione ed altri, invece, torneranno nella scatola… praticamente
WORK IN PROGRESS
(è natale e a natale si può dare di più….)
Fuori pioveva, le gocce battevano alla finestra senza sosta e ogni tanto un rombo di tuono squarciava il silenzio bagnato della notte. Piano si avvicinava al suo corpo disteso senza sfiorarlo realmente, temeva di svegliarlo e invece desiderava che continuasse a dormire. In realtà non voleva alterare con un qualsiasi movimento quello stato di cose. Si sentiva al sicuro. Si sentiva spaventata.
Una volta aveva avuto una vita diversa, una casa, una famiglia. Andava a scuola, al cinema, in discoteca. Era stata, dopo tutto, una ragazza come tutte le altre. Poi i suoi genitori si erano separati e lei aveva finito col perdere l’orientamento. Era diventata una nomade, si spostava di continuo senza sentirsi mai da nessuna parte, qualche giorno con la madre, poi dal padre, ma anche da qualche amica e di tanto in tanto dai nonni. Quando la notte si stendeva, attaccava gli occhi al soffitto, che bene o male era simile da tutte le parti e sorrideva al pensiero di considerare cemento e ducotone uniche certezze in quell’età di mezzo che stava vivendo. Poi gli eventi l’avevano portata in un’altra vita che poco le apparteneva. Avevo cominciato l’università ma dopo qualche materia aveva lasciato perdere, improvvisandosi adulta in un mondo di merda. Qualche lavoretto lo rimediava, commessa in un panificio, cameriera in una pizzeria il fine settimana, shampista in un salone di periferia.
Non capiva come le fosse stato possibile diventare una sbandata che ogni tanto beveva troppo o si sballava con l’hashish, sinceramente avrebbe desiderato essere un’altra ma non una di quelle da sogno, grande figa o ricca sfondata, solo una normale, una come milioni.
Una con una casa, sempre la stessa. Una con un lavoro, sempre lo stesso e con un mutuo, uno scooter, un’amica e un amore. Un grande amore. Un amore grande fatto di carezze e cenni d’assenso. Un amore immenso con camicie da stirare e bollette da pagare e cene insieme davanti al tg e gite fuori porta la domenica mattina. Un amore con una canzone, con un letto ikea, con la speranza di un figlio.
Un amore vero, non di quelli bugiardi e fragili che vengono giù al primo sentir di vento. Non uno di quegli amori costruiti in serie che ti danno la garanzia per un paio d’anni e dopo si sbaracca, pazienza per chi dentro c’è nato.
Questo potrebbe essere l’inizio di una storia ma è solo la trasposizione di una paura materna.
Molte volte mi capita di pensare a come reagiranno i miei figli all’urto di un divorzio che fortunatamente rientra nei termini civili di un disastro.
A parte il fatto che gli dedichiamo , col padre, tutto il tempo a nostra disposizione , riusciranno a comprendere che certi modi bruschi sono il frutto del peso della colpa? Riusciranno a perdonarci il fatto di aver amato più noi stessi che loro? Ci malediranno, quando adolescenti, vorrebbero aggrapparsi a certezze che invece gli mancano? Continueranno ad amarci anche quando realizzeranno che avremmo potuto togliergli la possibilitàdi essere "Uno Come Tanti"?
Già mi immagino a dover combattere con una tigre scatenata e un lupo famelico.
Mi scavo dentro.
Ho un bisogno costante di conoscermi, di valutare ogni mia alterazione, di registrare ogni mutamento.
Sono una donna da struggimento. Stropiccio parti che sono solo mie e gioco ad identificarmi con gli altri per vedere cosa si prova a non essere me stessa.
Metto tutto in gioco. Sempre.
Mi spingo oltre e vivo in bilico.
Una che azzarda il precariato nei sentimenti, in effetti.
Mi chiedo perché alcuni nascono e vivono stabili. Mi chiedo perché alcuni vivono la staticità come un successo e l’inerzia come uno stato di grazia.
Ed io invece sono movimento anche solo col pensiero. Mi alleno nello step dell’anima con grande successo, salgo e scendo di continuo scalinate bianche come il gesso e nere come l’ebano, mi arrampico su contrafforti e spicco voli pindarici puntando su correnti emozionali .
Beh… si, in molti casi mi appiccico agli specchi.
Tu pensi di essere forte.
Ti concedo questa illusione, ti renderai conto presto di quanto sia difficile ingoiare il boccone amaro della perdita. Della sconfitta.
Le donne sanno portare a termine con dovizia i loro impegni. Sono sempre molto coinvolte in ciò che accade, ma a loro (noi) è stata data una possibilità in più che le differenzia dall’uomo che partoriscono.
Il sentimentalismo delle donne ha radici arcaiche, bibliche e questo fardello ne ha fatto esseri speciali e in certi casi davvero superiori.
Piangono, ascoltano, chiariscono, affrontano, certe (troppe) volte subiscono e in molti casi perdonano.
Ma c’è un limite che proprio non riescono a superare ed è quello dell’annullamento totale al cospetto di un uomo. Al massimo si struggono toccando un fondo troppo profondo ma già quella è una vittoria perché in quel fondo è custodita la giusta spinta per la risalita. E quando una donna riemerge dal proprio dolore non credo possa ulteriormente essere scalfita da tutto il resto.
Anche la donna più stupida e vacua trae forza e dignità dalle proprie lacrime. Affronta il destino che la storia le ha assegnato nel modo in cui la storia le ha insegnato: Occhi bassi e mente lucida.
Vendetta, rivalsa, riscatto, superiorità oggettiva, chiamalo come vuoi ma è questo il motivo che le spinge oltre la delusione, oltre il rifiuto, oltre le umiliazioni.
E dopo un periodo più o meno lungo in cui è fondamentale prendere coscienza del proprio strazio
e dopo aver metabolizzato i colpi
e dopo aver mediato fra se stesse e il proprio lutto….
…sanno sempre da dove ricominciare è solo questione di tempo.
Amore mio.
Mio piccolo enorme tesoro.
Non puoi immaginare cosa sento in questo momento, davvero non puoi e neanche lo vorrei.
Imparerai che l’amore per i figli è un tipo d’amore che non somiglia a nessun altro, né a quello per i genitori né a quello per chi ci terrà compagnia per tutta la vita.
Un figlio non ha termine di paragone.
Un figlio non ha rivali, non ha pari, non da alternative.
Un figlio è un figlio, tutto il resto conta poco.
Tu sei la mia bambina, bellissima e ubbidiente, studiosa e accomodante, tu sei il mio amore, la mia forza, la mia ragione di vita.
Per anni ti ho vista crescere e ridere e piangere. Per anni ti ho stretta e consolata e rimproverata e molto molto amata senza rendermi conto di nulla.
E adesso tu sei un’altra ed io devo farmene una ragione.
Ti ho visto spaventata oggi dal medico e lo ero anch’io ma il mio amore non conosce paure e mi ha concesso un sorriso materno, di quelli che non danno scampo e avvolgono e saziano. Un sorriso che sopravviverà al collassamento dei tuoi e dei miei polmoni.
I figli sono ciò che non puoi mai mettere in discussione. Sono entità distinte che ci appartengono al punto da non poterle considerare proprietà ma priorità. E ci scavano nella carne e ci succhiano il sangue e si addormentano ogni notte trovando spazi nuovi nella nostra anima rigenerandone i pezzi andati a male. E li guardi restando sorpresa di tanta bellezza anche se questa in effetti non c’è.
Il loro respiro è una sinfonia vitale.
Non ti accorgi se le note sono effettivamente stonate.
Non ti importa.
E’ comunque melodia.
Questa pagina potrebbe durare in eterno, un elenco infinito di sentimenti e sensazioni e parole importanti, per questo non ha senso che continui.
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Lo avevo visto sfrecciare nel mio giardino come un fulmine e avevo pensato di aver immaginato quel movimento fra le piante ma l’istinto da cacciatori dei miei cani ,oltre all’autorità di padroni conquistata nel tempo, mi avevano chiarito il concetto che fra noi ci fosse un intruso.
Il piccolo guidato da una forte irresponsabilità aveva continuato a nascondersi negli angoli più remoti della nostra proprietà sfidando la sorte e le fauci di due enormi pastori maremmani che sicuramente non gli avrebbero dato pace come, del resto, succede a tutti gli altri esponenti del mondo animale che per sfortuna si aggirano da queste parti. Ero quasi dispiaciuta della fine che avrebbe fatto, secondo me non avrebbe superato la notte.
E invece me lo ritrovai davanti la mattina successiva non appena spalancate le persiane del balcone sul terrazzo della cucina. Piccolo, spaventato e gioioso allo stesso tempo... ma soprattutto affamato.
Quella mattina, circa un mese fa, trascorse tra l’euforia dei bambini per il sopravvissuto e le mille cure di primo intervento. Bagno, coccole, pasti continui ed una prima visita dal veterinario decretarono l’adozione ufficiale del cucciolo. Un cane. Un altro.
Un meticcio secco secco, con gli occhi lucidi e il pelo bianco e miele dalle capacità di sospensione davvero impressionanti.
Dovevamo scegliere un nome! Scartati subito i vari Dik, Mik, Nik, avevamo optato per più simpatici appellativi quali Canuzzu (piccolo cane), Tappo e Birillo ma poi, mio figlio con l’aria disarmante che solo i ragazzini sanno osare disse che dovevamo dargli il nome di un eroe, di un sopravvissuto agli eventi da manuale. Robinson Crusoe sembrava troppo lungo e la scelta cadde sul definitivo Ulisse. Impavido e testardo.
La convivenza coi padroni di casa a quattro zampe non fu immediatamente facile ma con quel fare impertinente e buffo caratteristico dei piccoli di ogni specie riuscì a conquistarli entrambi. E ci ha conquistati tutti
E’ trascorso un mese, un mese in cui a solo guardarlo sfuggiva un sorriso in più anche quando, dimentichi di cosa significhi avere un cino-lattante in giro,ci ritrovavamo al cospetto di rosicchiature varie e panni sparsi in ogni dove.
Però come ogni nuovo arrivato ha portato con se una fantastica dose di tenerezza e novità. Ai ragazzi non pareva vero di scorazzare in bici col prode Ulisse alle calcagna ed io restavo appoggiata al battente della porta seguendoli con lo sguardo nel tentativo di cogliere istanti gonfi di spensieratezza e risate. Qualcosa molto simile alla felicità.
Poi stamani un tonfo. Secco. Agghiacciante.
Nessun guaito, alcun tremito. Basta. Stop.
Un'idiota qualsiasi ,il cui destino per una frazione di secondo lo ha evidenziato tra gli stronzi ai quali pare impossibile veder un rettilineo sgombro e silenzioso senza premere sull'accelleratore, aveva deciso di mettere fine a questa storia d’amore collettiva fatta di uomini e animali. Di bambini e cuccioli.
Lo abbiamo seppellito in un angolo ombroso, sotto un ficus benjamin. Questa era la sua casa, lui stesso la aveva scelta.
Non è stato facile parlarne ai ragazzi, i loro occhi si sono allagati di lacrime e il cuore è stato inondato da una tristezza densa come fango. L'amicizia prescinde i limiti razziali e approda in un terreno neutro in cui convivono sentimenti potenti che un giorno trasformeranno questi bambini in adulti attenti e rispettosi della vita altrui.
Ciao ciao Ulisse. E' stato meglio averti avuto per un mese che non conoscerti per nulla.
Ero in giardino col mio prendisole bianco e i capelli raccolti in due trecce, la luce del sole pomeridiano dissolveva i contorni imprigionando quella strana verità in una bolla di vetro cerebrale…
Mia madre mi viene incontro con l’aria assente di chi ha dimenticato tutto. La guardo avvicinarsi e non so se piangere o ridere perché sono cosciente che in quel momento tutti gli anni trascorsi tra noi, tutti gli eventi dolorosi e non, tutti i macigni e le macerie, tutte le carezze supposte, tutte le lacrime essiccate non sono compresi nei limiti di quella labile mente.
“Fai attenzione a salire sull’albero, potresti farti male”, queste parole risuonano come un colpo di fucile esploso tra pareti d’eco e senza accorgermene mi sfilo le scarpe, alzo la gonna e sfido i rami di un anziano e possente carrubo.
Era quella l’immagine che le scorreva nello sguardo, quell’immagine a cui, tanto tempo fa, ha voluto negare l’attenzione.
Che importanza ha se nel mezzo sono trascorsi 30 anni? In questo momento le manca quella bambina.
E manca anche a me.
Mi manca la leggerezza del sorriso di un tempo, quando gli anni erano una manciata e le occasioni infinite.
Mi manca la paura del buio e il senso di ineluttabilità degli eventi. Mi manca lo stupore che avevo quando scoprivo che la realtà delle cose procedeva a doppio senso e i doppi sensi contenevano visioni incomprensibili.
Mi manca l’incoscienza ormai soprafatta dal buonsenso e la possibilità di una battuta d’arresto… tanto c’è tempo.
Mi manca la fiducia totale che riponevo in un amico e la sicurezza che sapevano infondermi gli abbracci. E i brividi di pelle quando altre mani le si poggiavano sopra e il respiro che moriva in gola al suono di parole non ancora abusate.
Si…mi manco io come ero prima,
prima che diventassi un’autostrada percorsa dal tempo e divelta dagli eventi.
On air: Sleeping with the light on - Teitur
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Infila il suo cuore in una busta di plastica, a volte pesa troppo il portarselo appresso, appende la sporta al manubrio della bici e comincia a pedalare. La strada è in pendio, scivola sotto le ruote senza alcun attrito, sembra liquido questo sentiero che porta al mare.

Da questa parte non viene mai nessuno, lo strapiombo a chi non conosce la zona sembra terrificante. Lei qui invece c’è nata, conosce ogni pietra, ogni parte di cielo, ogni visione possibile, per questo ha imparato a restare sospesa, è un modo come un altro per salvarsi la vita.
Si siede sull’orlo del precipizio, ha sistemato di fianco la busta di plastica che pulsa e sgocciola … fra un po’ il piccolo muscolo si acquieterà in un leggero tum-tum impercettibile, stasi di tranquillità.
Appiccica lo sguardo al cielo, deve fare attenzione e cogliere l’istante esatto in cui piccole stelle si staccano come bottoni da una vecchia trapunta per tuffarsi a mollo nell’acqua scura.
E i suoi occhi diventano acchiappasogni, piccoli pendagli che tintinnano ad ogni movimento d’aria.
Sente lo strofinio dei suoi pensieri col buio, sembra quasi che sfregandosi generino piccole scintille luminose che danno vita a bagliori improvvisi e così di tanto in tanto lo scuro si illumina lasciando intravedere mille possibilità, molte delle quali perse, alcune rubate altre neanche considerate.
Apre la tasca di pelle al centro dello sterno e scostando l’anima tira fuori carta e penna. L’inchiostro cola denso giù dal pennino, forma chiazze grumose di parole non dette, di immagini pietrificate, di sussurri rarefatti. Contorni di incontri custoditi da tempo immemore si sbriciolano tra carta e aria.
Occorre scrivere qualcosa, magari scriverselo addosso, pensa.
A dare senso alla fine.
Lascia il cuore nella sporta in bilico, dopo quel salto non le servirà più.
Vorrei poter avere la stessa leggerezza d’animo di Ferruccio Tagliavini e consegnare il peso dei miei pensieri alla soavità di parole sostenute da musica e aria :
Voglio viver e goder
l'aria del monte
perchè questo incanto
non costa niente….
E invece devo confrontarmi ogni giorni con una realtà il cui prezzo in certi casi è davvero esoso …
Non mi lamento, non lo faccio quasi mai tranne quando devo scaricare la spesa dall’auto dopo una mattinata all’ipermercato e questi 40 anni pesano più di tutte le confezioni di acqua minerale opportunamente impilate che devo tirar giù dal cofano e trasportare in casa.
Certe volte mi rendo conto di quanto sia difficile trasformare in parole ciò che provo… come posso spiegare che biologicamente e anagraficamente gli anni sono 40 ma in realtà dentro sono fatta a strati?
Una parte di me è rimasta a circa 7, 8 anni. Di tanto in tanto mi ritrovo sta fanciulla per casa e sorrido nel vederla accucciare sul divano con un sacchetto di patatine a guardare disney chanel.
Poi ce ne è un’altra, quella che non vuole smuoversi dai 15, quella che ruba i sospiri alla notte nella speranza di vedere una stella cadente ed esprimere tutti i desideri del mondo, quella a cui batte ancora forte il cuore, quella che non resiste ad aprire le braccia in volo quando la discesa invita la bicicletta ad una corsa pazza.
E poi c’è la caparbietà dei 20 anni, la smania dei 25, la sicurezza dei 30 e l’arroganza dei 35.
Fino a qualche tempo fa tutto quanto era disordinatamente sparso sul pavimento della mia coscienza, poi ad un tratto, la signora delle pulizie, una certa signora Maturità ha cominciato a mettere ordine con dovizia e puntiglio. Gli scaffali dell’anima sono stati debitamente spolverati, le finestre del cuore spalancate a dare aria alle stanze e i tappeti interiori ,quelli in cui si accumulano un sacco di psico-acari, sono stati battuti fuori dal balcone come si faceva un tempo prima che la magia del “Folletto” avesse il sopravvento.
La signora Maturità è una buona compagna, una amica sapiente, una consigliera attenta.
Pare che da qualche tempo abbia preso una sbandata per mister Senno Di Poi (uno che arriva sempre in ritardo) ed insieme ,a parte qualche bisticcio,se la spassino allegramente ….
Voglio vivere così
col sole in fronte
e felice canto
beatamente
Resto immobile.
Voglio sentire il peso del tempo che mi si poggia addosso. Il contatto è percettibile, quasi un’emozione così come la visione del mare che si increspa quando il vento lo sfiora.
Spesso rincorriamo il tempo, lo aggrediamo con la nostra fretta, lo dissacriamo con ritmi incalzanti e compulsi, lo zittiamo con fiumi di parole che lo riempiono tutto e ci annegano.
Resto immobile.
Voglio capire il senso del tempo quando averne o non averne non fa differenza. E’ potente quella sospensione interiore che si prova quando si ha la percezione di un attimo che dura un’eternità e il senso di eterno che ci sfugge .
Resto immobile.
E mi perdo nel mare che si increspa quando il vento lo sfiora.
C’è una sottile linea di separazione fra la felicità e l’abisso. E noi, funamboli improvvisati, cerchiamo un equilibrio troppe volte impossibile.

L’estate confonde le menti. Le imprigiona con l’aria salmastra e i colori sfumati e concede attimi di incontenibile leggerzza dell’essere. Momenti che sembrano emergere da realtà già vissute e per nulla dimenticate.

Pensieri come pezzi di conchiglie.
Sentimenti che scivolano sulla sabbia come onde schiumose.
Certezze e incertezze che si incrociano su quel filo di orizzonte che incolla il cielo al mare .

Certe volte penso quanto sia bello essere un essere unano e farsi scuotere da correnti interne a generare ondate di sensazioni, maree che avanzano e si ritirano ossigenando il sangue. Il poggiare lo sguardo su un tramonto estivo o su uno scoglio incrostato di salsedine e alghe dà potere alla vista che nel corso del tempo mi ha insegnato ad allagare il cuore di visioni mozziafiato. Essere un essere umano è una fortuna e una dannazione per il dolore e l’impotenza che ogni tanto ci investe.
C’è una sottile linea di separazione fra la felicità e l’abisso. E noi, funamboli improvvisati, cerchiamo un equilibrio troppe volte impossibile.
Opere: Agostino Cancogni
On air: Apologize - Timbaland
Coldplay – Viva la vida da Viva or Death and All His friends (2008)
Mia nonna era una pittrice .
Vivevamo nella stessa grande casa ed io piuttosto che correre in giardino a giocare restavo a guardarla per ore mentre dipingeva. I giorni estivi trascorrevano dolcemente nella terrazza che si affacciava sul mare. Credo che il mio amore per l’arte sia nato in quei pomeriggi assolati e distesi. Mentre mi sporcavo le dita coi colori ad olio ascoltavo i suoi racconti. Mi parlava di artisti dai nomi esotici, mi raccontava la storia dell’arte come solo chi ci vive dentro può fare.
Mi sono innamorata di Van Gogh al primo sguardo e da quel momento non ho potuto fare a meno di continuare ad amarlo.
Lo incontrai in“Un paio di scarpe”, un olio su tela del 1887 .

Mi pareva impossibile come un pittore, un vero pittore potesse aver dedicato tanta attenzione ad un soggetto così poco aulico. Nel mio immaginario infantile gli artisti riproducevano particolari della realtà che proponevano le ampiezze della campagna, le trasparenze dei fiori o al massimo l’opulenza cromatica dei cesti di frutta. Quelle scarpe mi parvero una magnifica nota stonata in un contesto in cui la perfezione regnava sovrana. Chi fosse veramente quell’uomo lo scoprii di li a poco.
Tra gli effetti di mia nonna trovai un libriccino nel quale Van Gogh narrava se stesso in una raccolta di lettere al fratello Theo, sostegno di vita. In questa raccolta trovai le sue stesse parole a svelare la costruzione delle sue opere ma al contempo ne veniva fuori il ritratto di un essere mortificato dal suo stesso genio, sovrastato dall’intensità delle sue percezioni .
In quelle scarpe avevo visto un sacco di cose , ma solo attraverso le sue parole e solo in un secondo momento capii che parlavano dell’appartenenza alla terra, del duro lavoro, della fame. Narravano le storie dei minatori di Wasmes di cui tratterà nei suoi primi schizzi. Le loro condizioni di vita, le loro esistenze. A questa precarietà, nel corso della sua produzione (immensa) associa per contrasto gli ambienti aperti e sconfinati, le campagne, le vedute sui laghi, i cieli stellati.
Queste scarpe mi danno il senso di appartenenza alla vita e forse il senso della vita stessa.


Per questo, da qualche giorno, in maniera del tutto spontanea, associo queste tele al nuovo singolo dei COLDPLAY “viva la vida” . Dare voce e musicalità alle immagini mi aiuta a capirle meglio o forse solo a creare un file interiore per poterle meglio catalogare e conservare dentro di me.
Questo nuovo album "Viva la vida or death all his friends"è bellissimo. Mi pare stia in quello spazio immaginario ed impegnato che precede una prossima e assoluta commercializzazione del prodotto, ovvero la stessa musica del gruppo.
C’è una frase che vista danzare tra note e pentagramma potrebbe essere resa alla perfezione da quelle inquietanti ed incantevoli visioni di Van Gogh:
Era un lungo e scuro Dicembre
quando le banche diventarono cattedrali
e la nebbia,diventò Dio
Preti aggrappati alle loro Bibbie
bucate per provare i loro fucili
e la croce era tenuta alta.
Seppelliscimi con l’ armatura
quando sarò morto e colpisci il terreno.
Il mio amore si oppone ma non si piega
se tu mi ami
non mi lasceresti sapere?
Spesso le farneticazioni danno vita a probabilità improprie, ma altrimenti che gusto ci sarebbe ad avere pensieri diversi dagli altri in questa varia umanità?
On air: Coldplay – Beautiful world

Risvegli….
Mi piace restare fra le lenzuola quando , appena sveglia, la luce per nulla timida invade la stanza. I miei sogni sono ancora lì, aleggiano nell’aria come sospesi, la saturano e quasi mi stordiscono.


Fra un po’ farai irruzione in me, coi tuoi sorrisi accennati, coi tuoi sguardi prepotenti, con le parole che non mi hai mai detto e con quelle che mi hai urlato nella speranza che mi raggiungessero. Mi allungo sul letto e la tua idea fa tendere i miei muscoli in una pulsione istintiva e vitale.

Guardo fuori, la vita mi danza davanti e le sue evoluzioni rapiscono il mio sguardo. Il suo respiro gonfia le tende e indugia fra i miei capelli come in un gioco sensuale. Mi invita a seguirla, questa esistenza puttana, che oggi mi strega e domani mi inganna.
E a me non resta altro che alzarmi e andarle incontro…
Procedo verso te in un continuo risveglio.

Original oils on canvas – Chen Bolan
La sintassi dell’amore segue regole proprie. Le relazioni modulari creano visioni in cui trovano posto concretezze ed illusioni, sospiri e respiri, pelle e anima, amplessi ed estasi, una concatenazione di sintagmi che attorcigliano cuore e sensi in un groviglio impossibile da gestire.
I battiti diventano fonemi.
E la struttura del sentire, morfologia d’amore.
Ti guardo mentre mi guardi e sorrido. Ti cerco mentre sei distante e quando ti ho trovato mi sento a casa. Sento le tue dita che mi scavano dentro per far posto a parti interiori di te che a nessun’ altra vorresti concedere e resto immobile nell’illusione che tutto questo possa durare per sempre, ma fra noi l’infinito dura il lasso di un gemito, di un singulto. Dovrò arrendermi all’idea che l’eternità, la nostra eternità, si cristallizza tra il verde chiaro del tuo sguardo e il marrone profondo del mio, che questa nostra eternità è solo un nodo di mani in un continuo tentavo di sorreggersi a vicenda su questo terreno instabile che è la quotidianità, indumento appiccicaticcio delle nostre vite bislacche.
Ci siamo cercati e ora che siamo l’uno al cospetto dell’altra ci perdiamo di continuo con estrema sofferenza. Però, a distanza di tempo siamo ancora qui. Quante parole, quante lacrime, quanti rifiuti inutili….tutto passa quando i nostri odori si mescolano e saturano l’aria, quando il fiato si stende sul collo e scivola a gocce giù per la schiena. E quel senso di appartenenza emerge dal fondo come uno scoglio in una notte di bassa marea.
Le regole sono regole, vanno solo rispettate.
E il mio cervello non sa reggere il confronto con la forza del mio cuore
Volevo dirti che l’altra sera ho conosciuto uno, uno carino, un po’ impertinente. E’ stata una di quelle cose che ti riportano indietro nel tempo e ti danno una carezza di vita come a voler sottolineare che certe emozioni ti prendono a qualsiasi età e il cuore batte con lo stesso impeto, con la stessa urgenza dei vent’anni.
Mi ricorda te, quell’aria da monello, quel sorriso disarmante. Parlavo con le mie amiche e si è intromesso come se ci conoscessimo da sempre , mi ha lasciato un sorriso e se ne è andato. L’ho rivisto un paio di volte, come sai la città è piccola e ci si conosce tutti. Credevo fosse una situazione come tante ma non ho considerato una variabile da non sottovalutare. La chimica. Quando scatta la chimica c’è poco da fare. La reazione è immediata, il botto scontato, prima o poi succede per forza qualcosa e come in quelle scene teatrali rotanti eccoci da un’altra parte io e lui in un batter d’occhio. Gli altri? Boh forse erano qui , forse ci siamo sempre stati solo noi a seguire l’andirivieni paziente delle onde che si ripetono in un eterno scivolare ad incontrare la sabbia.
Mi hanno sorpreso le sue parole ma non lo ho dato a vedere. Incarto ciò che mi ha detto con la carta pallina per evitare che possa infrangersi e andare perduto per sempre, mi servirà in seguito a ricordare questi momenti.
Se ci fossi stato tu mi avresti ricordato che ogni lassata è persa, ovvero ogni occasione perduta può diventare rimpianto e mi avresti accompagnato a comprare un paio di jeans nuovi come portafortuna.
Mi mancano queste cazzate Michè e mi manchi tu. I tuoi vivi silenzi non questi eterni attimi di eterno riposo.
E siccome l’ironia della sorte è baldracca oltre che leggendaria , il caso vuole che anche lui si chiami come te.
Un bacio tesoro, ti faccio sapere.
Sono fatta così, ogni tanto rubo tempo a me stessa, mi zittisco, mi metto in disparte e sento il rumore che ho dentro. Magari continuo a vivere il quotidiano come se nulla fosse ma è un vivere in parte mentre al mio interno strati di pensieri e nuove sensazioni cercano nuovi alloggi, altre sistemazioni.
Ieri sono andata al mare, ho fatto qualche foto, ho camminato e ho ritrovato pezzi che non ricordavo di avere.


Sono stata travolta dallo stupore e dalla gioia di vivere.
Si, adesso mi sento bene.
Non mi serve altro.
Fare l’amore… Una meravigliosa esperienza. Ogni volta.
Non è solo sesso, certo che no!
Non è solo tenerezza, affatto.
Non è solo comunione, neanche semplice comunicazione.
E’ un po’ di tutte queste cose insieme in una ricetta dal dosaggio perfetto.
E’ un piacere che si distende sul letto del tempo. Inizia ed è subito impeto, voglia, fame alchemica e si protrae fino allo sfinimento, allo stordimento dei sensi.
Sintetizzarsi nell’altro diventa un gioco in cui la percezione della somma stabilisce l’equilibrio funambolico di quegli attimi intensi
E il ritmo del respiro diventa una voce assordante che sovrasta la folla di tutto il resto.
E i gemiti… note sinfoniche che colano dal pentagramma dell’anima.
Fare l’amore è dirsi tutto quanto con le mani.
Fare l’amore è dare modo ai sussulti di divenire linguaggio e le parole carne e il tempo un semplice dettaglio
Fare l’amore è una gioia che riesce anche a far male tanto è intensa… quando è intensa.
Fare l’amore è averti negli occhi e nella bocca.
E sopra.
E dentro.
“Sarei già andato davvero lontano, tanto lontano quando è grande il mondo, se non mi trattenessero le stelle che hanno legato il mio al tuo destino”….(Goethe)

E’ davvero tanto caparbio l’amore?
E’ davvero tanto arrogante da spazzare via ogni nostra convinzione e sistemarsi al centro di tutto?
E davvero tanto potente da non darci possibilità di scelta se andare o restare?
Ci lascia, l’amore, senza via di scampo, annullando ogni nostra volontà a reagire?

Vorrei poter sciogliere questo nodo scorsoio di stelle e sospiri… vorrei poter guardarti mentre vai via di spalle senza voltarti indietro. E non sentire nulla, se non il rumore dei tuoi passi che si perdono ai margini di una strada che non è più la nostra.

Ho superato ostacoli maggiori, mi dico, eppure questa realtà non serve a lenire il dolore che giorno dopo giorno si sistema a strati come fogli di carta in pila sui quali vi è traccia di inchiostro di te e di me e dei nostri sguardi, delle nostre parole, dei nostri baci.

Avevo paura e tu lo sapevi, adesso sono qui ad incassare il colpo.
Vorrei poter gridare che l’amore non è per me,
che non ho la forza giusta per sorreggerlo,
che non ho la pazienza dovuta per assecondarlo,
che non ho la capacità necessaria per contenerlo.

Io non so mediare l’amore. Mi confonde, certe volte mi offende, altre mi dimentica. E’ come se per avermi non concepisse riguardi. Mi fa prigioniera dei miei stessi sogni e delle mie lenzuola. 
Devo andare via.
On air :Adele – Chasing Pavements
Le opere sono di Zhaoming Wu
Ci sono momenti in cui riflettere diventa una priorità del mio essere donna.
Ci sono momenti in cui mi sento talmente dimessa e bastonata da concedermi un po’ di tempo da dedicare a me stessa , nel tentativo di capire dove sto andando e perché.
Da ragazzina avevo questa incredibile mania di dare un senso a tutto. Non sapevo quello che so oggi e cioè che non tutto è controllabile, che molte cose sono imprevedibili. La logica mi diceva che ogni problema avesse in sé la soluzione, ogni oggetto una funzione specifica, ogni parola un senso assoluto.
Non conoscevo ancora i Fenomeni, le Alchimie, i Doppi Sensi per cui il confronto con la complessità del mondo reale mi appariva feroce.
Crescere ha significato cedere il passo agli eventi, riconoscere le cause per cui vale la pena lottare o scorgere i momenti in cui è più logico fermarsi e aspettare.
In momenti sfuggenti come questo, invece di rincorrere un ordine che dia senso a ciò che vivo, mi metto comoda e aspetto che ogni cosa trovi la sua disposizione naturale. I dolori diventeranno più sopportabili, i pesi meno gravosi e la vita più vivibile.
E’ forse crescita, è forse resa o forse solo stanchezza.
Però non riesco a controllare ciò che sento in alcuni frangenti ovvero il mio desiderio di perdermi in uno sguardo, di seguire il filo di certe parole,di lasciarmi andare ai battiti di un cuore qualsiasi, di approdare nei terreni sconfinati di un sogno che concederebbe un non senso dolcissimo alla mia esistenza….
E penso che se perdessi la mia dimensione dello stupore o quel forte desiderio di sbattere i piedi per terra e di mettere il muso…allora sarebbe davvero finita.
(Dedicato a tutte quelle donne che non smetteranno mai di essere delle ragazzine)
Ogni sera indossava il suo vestito rosso e saliva sul palco. Quando il sipario si apriva lei rivolgeva le spalle al pubblico ed il silenzio calava come il buio nella sala lasciando spazio solo ad un luce bianca che le illuminava le spalle.

Poi… la musica:
E all’improvviso non esisteva altro. Ritmi africani, accenni arabi, passionalità gitana…tutto questo si concentrava in lei contraendole i muscoli. I tendini tesi disegnavano il flamenco sul suo corpo e la carne pulsante lasciava trasparire il senso del suono in una composizione di ossa e pelle e gestualità sciamanica.

Non guardava mai il suo pubblico, quei minuti erano solo suoi e della musica, come in un amplesso. Emozioni e sensualità la pervadevano liberandola da tutto. E la sua essenza andalusa si stendeva sulla platea adorante…

Poi sfinita si poggiava su una sedia e lì restava immobile fino a quando le tende di pesante velluto la inghiottivano fino alla prossima esibizione.

Le opere sono di un giovane artista argentino, Fabian Perèz nato a Buenos Aires nel 1967. Dopo aver viaggiato e studiato in Italia, negli states e in Giappone è ritornato in Argentina dove vive tutt’ora. Tutta la sua produzione pittorica è contraddistinta da un’intensità quasi misteriosa, da atmosfere cupe e fumose, da donne bellissime ed emotivamente coinvolte in danze sensuali, ma anche colte in momenti intimi, in attimi sospesi sulle ringhiere dei balconi dai quali si affacciano. I tessuti le avvolgono e la plasticità delle sete e dei rasi le rendono reali….Guardando le sue tele si resta aggrovigliati come in una trama di ragno…e ancora una volta l'arte diventa inganno sensoriale.
On air: la hungara – corazon flamenco