
Sono fatta così, ogni tanto rubo tempo a me stessa, mi zittisco, mi metto in disparte e sento il rumore che ho dentro. Magari continuo a vivere il quotidiano come se nulla fosse ma è un vivere in parte mentre al mio interno strati di pensieri e nuove sensazioni cercano nuovi alloggi, altre sistemazioni.
Ieri sono andata al mare, ho fatto qualche foto, ho camminato e ho ritrovato pezzi che non ricordavo di avere.


Sono stata travolta dallo stupore e dalla gioia di vivere.
Si, adesso mi sento bene.
Non mi serve altro.

Fare l’amore… Una meravigliosa esperienza. Ogni volta.
Non è solo sesso, certo che no!
Non è solo tenerezza, affatto.
Non è solo comunione, neanche semplice comunicazione.
E’ un po’ di tutte queste cose insieme in una ricetta dal dosaggio perfetto.
E’ un piacere che si distende sul letto del tempo. Inizia ed è subito impeto, voglia, fame alchemica e si protrae fino allo sfinimento, allo stordimento dei sensi.
Sintetizzarsi nell’altro diventa un gioco in cui la percezione della somma stabilisce l’equilibrio funambolico di quegli attimi intensi
E il ritmo del respiro diventa una voce assordante che sovrasta la folla di tutto il resto.
E i gemiti… note sinfoniche che colano dal pentagramma dell’anima.
Fare l’amore è dirsi tutto quanto con le mani.
Fare l’amore è dare modo ai sussulti di divenire linguaggio e le parole carne e il tempo un semplice dettaglio
Fare l’amore è una gioia che riesce anche a far male tanto è intensa… quando è intensa.
Fare l’amore è averti negli occhi e nella bocca.
E sopra.
E dentro.

“Sarei già andato davvero lontano, tanto lontano quando è grande il mondo, se non mi trattenessero le stelle che hanno legato il mio al tuo destino”….(Goethe)

E’ davvero tanto caparbio l’amore?
E’ davvero tanto arrogante da spazzare via ogni nostra convinzione e sistemarsi al centro di tutto?
E davvero tanto potente da non darci possibilità di scelta se andare o restare?
Ci lascia, l’amore, senza via di scampo, annullando ogni nostra volontà a reagire?

Vorrei poter sciogliere questo nodo scorsoio di stelle e sospiri… vorrei poter guardarti mentre vai via di spalle senza voltarti indietro. E non sentire nulla, se non il rumore dei tuoi passi che si perdono ai margini di una strada che non è più la nostra.

Ho superato ostacoli maggiori, mi dico, eppure questa realtà non serve a lenire il dolore che giorno dopo giorno si sistema a strati come fogli di carta in pila sui quali vi è traccia di inchiostro di te e di me e dei nostri sguardi, delle nostre parole, dei nostri baci.

Avevo paura e tu lo sapevi, adesso sono qui ad incassare il colpo.
Vorrei poter gridare che l’amore non è per me,
che non ho la forza giusta per sorreggerlo,
che non ho la pazienza dovuta per assecondarlo,
che non ho la capacità necessaria per contenerlo.

Io non so mediare l’amore. Mi confonde, certe volte mi offende, altre mi dimentica. E’ come se per avermi non concepisse riguardi. Mi fa prigioniera dei miei stessi sogni e delle mie lenzuola. 
Devo andare via.
On air :Adele – Chasing Pavements
Le opere sono di Zhaoming Wu

Ci sono momenti in cui riflettere diventa una priorità del mio essere donna.
Ci sono momenti in cui mi sento talmente dimessa e bastonata da concedermi un po’ di tempo da dedicare a me stessa , nel tentativo di capire dove sto andando e perché.
Da ragazzina avevo questa incredibile mania di dare un senso a tutto. Non sapevo quello che so oggi e cioè che non tutto è controllabile, che molte cose sono imprevedibili. La logica mi diceva che ogni problema avesse in sé la soluzione, ogni oggetto una funzione specifica, ogni parola un senso assoluto.
Non conoscevo ancora i Fenomeni, le Alchimie, i Doppi Sensi per cui il confronto con la complessità del mondo reale mi appariva feroce.
Crescere ha significato cedere il passo agli eventi, riconoscere le cause per cui vale la pena lottare o scorgere i momenti in cui è più logico fermarsi e aspettare.
In momenti sfuggenti come questo, invece di rincorrere un ordine che dia senso a ciò che vivo, mi metto comoda e aspetto che ogni cosa trovi la sua disposizione naturale. I dolori diventeranno più sopportabili, i pesi meno gravosi e la vita più vivibile.
E’ forse crescita, è forse resa o forse solo stanchezza.
Però non riesco a controllare ciò che sento in alcuni frangenti ovvero il mio desiderio di perdermi in uno sguardo, di seguire il filo di certe parole,di lasciarmi andare ai battiti di un cuore qualsiasi, di approdare nei terreni sconfinati di un sogno che concederebbe un non senso dolcissimo alla mia esistenza….
E penso che se perdessi la mia dimensione dello stupore o quel forte desiderio di sbattere i piedi per terra e di mettere il muso…allora sarebbe davvero finita.
(Dedicato a tutte quelle donne che non smetteranno mai di essere delle ragazzine)

Ogni sera indossava il suo vestito rosso e saliva sul palco. Quando il sipario si apriva lei rivolgeva le spalle al pubblico ed il silenzio calava come il buio nella sala lasciando spazio solo ad un luce bianca che le illuminava le spalle.

Poi… la musica:
E all’improvviso non esisteva altro. Ritmi africani, accenni arabi, passionalità gitana…tutto questo si concentrava in lei contraendole i muscoli. I tendini tesi disegnavano il flamenco sul suo corpo e la carne pulsante lasciava trasparire il senso del suono in una composizione di ossa e pelle e gestualità sciamanica.

Non guardava mai il suo pubblico, quei minuti erano solo suoi e della musica, come in un amplesso. Emozioni e sensualità la pervadevano liberandola da tutto. E la sua essenza andalusa si stendeva sulla platea adorante…

Poi sfinita si poggiava su una sedia e lì restava immobile fino a quando le tende di pesante velluto la inghiottivano fino alla prossima esibizione.

Le opere sono di un giovane artista argentino, Fabian Perèz nato a Buenos Aires nel 1967. Dopo aver viaggiato e studiato in Italia, negli states e in Giappone è ritornato in Argentina dove vive tutt’ora. Tutta la sua produzione pittorica è contraddistinta da un’intensità quasi misteriosa, da atmosfere cupe e fumose, da donne bellissime ed emotivamente coinvolte in danze sensuali, ma anche colte in momenti intimi, in attimi sospesi sulle ringhiere dei balconi dai quali si affacciano. I tessuti le avvolgono e la plasticità delle sete e dei rasi le rendono reali….Guardando le sue tele si resta aggrovigliati come in una trama di ragno…e ancora una volta l'arte diventa inganno sensoriale.
On air: la hungara – corazon flamenco

In queste ultime settimane la legge 194 ha fatto da cassa di risonanza a schieramenti e convinzioni.
L’aborto in se stesso è stato strumentalizzato.
Parlandone non dico nulla di nuovo, nulla che non sia stato già sentito e ribadito però ad un certo punto mi sono ricordata di Carmen:
Circa 6 anni fa frequentavo il CAV (Centro Aiuto alla Vita), più per espiare un grosso peccato che per altro. Il grosso peccato è forse quello di essere una persona che vive da privilegiata in una società sempre più povera, sempre più infelice.
In quel luogo ho conosciuto Carmen, una volontaria come tante. Non era particolarmente silenziosa ma neanche troppo loquace. Restava delle ore a sistemare il magazzino del centro invaso da ogni sorta di merce. Qualche attimo di confidenza nel corso del tempo mi consegnarono una verità troppo pesante anche solo da ascoltare.
Non aveva molti amici, aveva studiato fino quasi alla laurea e viveva con la madre e una sorella.
Carmen aveva abortito, era praticamente una bambina quando era successo.
Si era innamorata o credeva di esserlo, di un ragazzo di 10 anni più grande di lei. Avevano avuto dei rapporti diciamo consenzienti se a 13 anni questo è legittimo. Era rimasta incinta subito e con altrettanta solerzia era stata portata ad abortire. Non le era stata data possibilità di scelta. Perché a 13 anni si può solo ubbidire alle sollecitazioni che giungono dall’esterno, un esterno spesso aggressivo e doloroso. E così Carmen col suo corpo da donnina (e neanche tanto) e con lo stupore negli occhi si era ritrovata carne da macello. Brutto a dirsi, vero? Anche un po’ scontato forse…parafrasando Francesco Guccini. Però questo aveva effettivamente provato.
In seguito la sua vita era stata disastrosa. Un uomo dopo l’altro che potesse sopperire la perdita, non solo di quel probabile figlio ma principalmente di se stessa . Una vita sregolata in una famiglia tanto colpevole, per non essersi accorta di nulla, quanto il prolifico mezza tacca che l’aveva condannata.
In sostanza quella donna era il fantasma di se stessa, la copia su carta velina di quella che avrebbe dovuto essere in effetti. Se non le avessero succhiato via il sangue con un frullatore, come vampiri.
Il periodo di espiazione al centro è finito e di Carmen mi è rimasto solo il ricordo. Un ricordo fatto di occhi alla continua ricerca di qualcosa che potesse riempire gli spazi di un’esistenza a perdere. Mi fa rabbia pensare che anche il padre ragazzino non abbia avuto nessuna altra soluzione se non quella di eliminare l’ostacolo da un punto di vita maschilista. Quale altro rimedio al più classico degli errori? Una scopata è una scopata…cosa c’entrano i figli?.
Erano i primi anni 80 ed il suo aborto era stato effettuato in uno studio medico alquanto rudimentale.
La legge ci serve per definire i parametri civili entro i quali muoversi. La legge ci serve a disciplinare ciò che comunque verrebbe fatto, perché una cosa è la legalità e un’altra la moralità.
Però è pur vero che ognuno vive una propria vita fatta di esperienze e cultura che andrebbero riconosciute e comunque tutelate. Una madre deve decidere di esserlo o non esserlo. A propria discrezione, secondo le proprie capacità. In ogni caso
Una cosa è concepire( in questo siamo bravi tutti più o meno) un’altra cosa è affrontare tutto il resto.
Io penso , ritenendo l’aborto sbagliato,che questa decisione sia già una condanna per la donna che lo deve affrontare .
La legge c’entra poco.
Chi sceglie questa possibilità già perde in partenza….per quello che la vita le riserverà… per quel senso di colpa che sicuramente naufragherà nella vergogna per se stesse.
E un naufragio è un naufragio.
Perché anche la più indefessa sostenitrice di questa pratica si troverà ,almeno per un attimo, al cospetto della propria coscienza.
Per il resto, tutto mi sembra superfluo.

Può il silenzio avere forma, occupare uno spazio fisico? Può il silenzio creare una scena teatrale in cui attimi bloccati divengono protagonisti di una, di mille storie?
Questo può accadere in quella magica dimensione parallela alla realtà ovvero “L’Arte”.
E così nella pittura il silenzio diviene colore, la solitudine interiore si trasforma in poesia visiva e il linguaggio pittorico prevale su l’assenza di suono, di visuale, di contatto.

In questa stanza il silenzio racconta se stesso e l’appropriarsi di ogni angolo che deve dividere con un sole invadente. Ciò che era prima o che ci sarà in seguito qui non ha importanza, l’attimo vuoto diventa “per sempre” in un alchimia di cromie e spirito.
E a narrare momenti sospesi in una sorta di infinità teatrale è Edward Hopper, padre del realismo americano e “poeta che dipinge la solitudine” come fu definito dalla critica degli anni 50.
Tutta l’opera di Hopper segue il filo di un’interiorità individuale, dalle tele raffiguranti essere umani a quelle in cui i soggetti sono architetture o angoli rubati da un occhio attento che segue la realtà nella sua linearità, fino a cogliere l’attimo esatto in cui il tempo si ferma trasformando il particolare in universale.
A quest’altra tela invece ho voluto dare un’altra interpretazione, veramente sembra che questa pagina tratta da” Non ti muovere” di Margaret Mazzantini, abbia trovato una sua possibile collocazione, e le parole diventano tratti sovrapposti su piani paralleli:

“Hai ragione Elsa, sono una merda egoista. Sto rovinando la vita a tutte le persone che mi circondano, ma credimi non so nemmeno io cosa voglio, sto semplicemente prendendo tempo. Ho desiderio di una donna ma forse mi vergogno di lei, mi vergogno di desiderarla. Ho paura di perderti ma forse sto facendo di tutto per essere lasciato. Si, mi piacerebbe vederti preparare una valigia e scomparire nel cuore della notte. Correrei da Italia e forse lì scoprirei che mi manchi. Ma tu rimani qui, aggrappata a me,al nostro letto,no, non te ne andrai nella notte, non lo farai, non correrai il rischio, perché io potrei non avere nostalgia di te, e tu sei una donna prudente.”
E l’arte si cristallizza, rigenerando se stessa in eterno.

Ho 15 anni, mi chiamo Kisha, sono irachena. Ho sempre vissuto nel mio villaggio con la mia famiglia.
Tutti quanti ,tranne mia madre, mi trattano come una capra.Ridono di me, mi tirano i sassi, mi cacciano con le botte.I miei fratelli mi svegliano con i calci e dicono che sono un mostro.
La mia faccia è piatta, il mio naso schiacciato, i miei occhi lacrimano, la mia lingua è tagliuzzata. Ma non sono un mostro. Io non sono un mostro, sono una bambina che la notte ha freddo e che ha paura del buio.
L’altra notte sono entrati in casa, erano un gruppo di soldati cattivi.Mi hanno presa e portata via. Mia madre gridava, mio padre la picchiava. Mi hanno fatto salire su un camion e mi hanno portato nel deserto.
Gridavano e ridevano e fumavano.
Mi hanno strappato i vestiti di dosso, mi hanno coperto la faccia coi loro stracci, mi hanno bruciato la pelle con lame infuocate. Io sono solo una bambina.
Mi hanno infilato dentro i loro bastoni di carne, uno, due, tre, dieci. Mi hanno svuotato la pancia del sangue che ha cominciato a colare. Io sono solo una bambina.
Sono rimasta un giorno intero e una notte, legata e al buio. Ma avevo troppo dolore per sentire paura.
Questa mattina sono venuti da me. Ho gridato “No! Lasciatemi, ho male, sono una bambina io, sono un mostro, state lontani da me, ho male, ho male, ho male!”Ma loro mi hanno presa e lavata e vestita.
Mi hanno detto che nessuno mi avrebbe voluta e che al mio villaggio mi avrebbero uccisa per questo devo andare da Allah con i miei piedi.
Adesso cammino piano, mi brucia lì in mezzo alle gambe, ho un peso sulle spalle che a stento reggo.
E poi quando sarò al mercato dovrò tirare questo filo e BOOOOM Allah mi aprirà le sue porte.
Io sono solo una bambina.
Al Qaida utilizza donne e bambine down come Kamikaze.
Non credo di aver mai odiato nessuno se non chi oltraggia i più deboli, chi riversa la propria efferatezza sui bambini, chi si scaglia sui malati…. e stamani provo un enorme schifo.
Una lacrima per tutte quelle donnine violate, infibulate, uccise in nome di un’inferiorità che è solo nella mente dei loro aguzzini.
Una carezza a quegli angeli che hanno dovuto abbracciare la morte loro malgrado.

La veranda era invasa dal sole, sul divano a fiori sgargianti la ragazzina dai capelli scuri mischiava le carte da gioco. L’uomo al suo fianco la guardava con attenzione quasi affascinato da quei movimenti precisi.
- Adesso ti darò 5 carte e poi tu potrai scartarne quante ne vorrai, come ti ho insegnato poco fa.
L’uomo era impacciato nei movimenti ma questo sembrava non turbare la piccola, anzi il suo sguardo era una lenta carezza amorevole.
- Non puoi scartarle tutte! Una, almeno la migliore, devi tenerla.
L’uomo riprese le carte quasi dispiaciuto per l’errore commesso, anche la ragazzina sembrava imbarazzata per il tono insofferente usato, poggiò il mazzo sul tavolino e con un sorriso appena accennato prese la mano all’altro e lo aiutò ad alzarsi.
- Vieni, usciamo fuori, magari riproviamo più tardi, adesso facciamo una passeggiata.
L’uomo si lasciò convincere presto, sapeva che quelle attenzioni erano un atto d’amore. Un dono prezioso al quale non poteva rinunciare. E così mano nella mano i due scesero in giardino. Lei 10 anni, pochi kg e lunghi capelli castani, lui 45 anni, 120 kg per 1.80 di altezza, sembravano un uccellino che svolazza accanto ad un elefante, felici entrambi. Dolcissimi.
Mia figlia e mio fratello.
Certe volte penso che anche Dio commetta degli errori ma poi, in un modo o in un altro, riesca a porvi rimedio e così ecco che questa bambina, un mucchietto di ossa composte ad arte, è arrivata tra noi a dar senso alle cose.
Non ho mai avuto un vero rapporto con mio fratello. La sua malattia ha creato un baratro tra noi e la mia rabbia per il mondo intero ha fatto il resto. L’ho amato a metà, ma in realtà i nostri rapporti sono sempre stati viziati dalla paura che abbiamo avuto l’uno dell’altra. Lui si è sentito minacciato dalla mia presenza temendo che potessi rubargli le attenzioni e gli affetti, essendo queste le uniche cose che veramente contano per il piccolo essere che si nasconde in quella mole Antonelliana. Io non sono mai stata capace di nascondere una specie di risentimento per una promessa infranta, per un fratello mancato, per una madre frastornata da tanto dolore. E così abbiamo tirato a campare, ognuno a suo modo, innalzando barriere insormontabili per difesa, scivolando entrambi in tutta una serie di patologie dolorosissime anche da ricordare: Schizofrenia, autismo, anoressia, fobie di vario genere.
E poi è arrivata lei, con il suo carico di gioia, con il suo pieno di una bontà innata che nessuno le ha insegnato, con 2 occhi enormi sempre colmi di tanto e con un’instancabile voglia di fare e parlare e ballare.
Ha costruito un ponte, ne ha innalzato i piloni, ne ha asfaltato la strada, ne ha collaudato l’agibilità e lo ha messo a disposizione di entrambi, affinché potessimo praticarlo per giungere l’uno al cuore dell’altra. E così…semplicemente ci ha spiegato l’amore. L’amore fraterno. Lo stesso di cui lei dispone a vantaggio del suo fratellino quando lo placa negli scatti d’ira, quando lo rassicura nelle notti popolate da orchi e mostri, quando lo stringe e lo bacia per il solo gusto di farlo.
E penso a quanto siano fortunati ad aversi.
Ed io ad avere loro.

Per i miei figli vorrei che esistesse uno stabilizzatore di sentimenti per mamma e papà affinchè non si sentano sempre divisi a metà. E risate e giochi e voglia di parlare e passi di danza sui quali inciampare. Una mano invisibile che li conduca incontro al futuro. E luce negli occhi. E musica costante che gli gonfi il cuore .
Per i miei genitori vorrei che esistesse un plaid di ricordi che tenga al caldo le loro certezze e quel viale del tramonto da percorrere insieme, mano nella mano e un cuore all'unisono e... sguardi tra loro e... un mare di carezze.
Per me vorrei che esistesse un climatizzatore dell’anima per scaldarla nei giorni d’inverno quando il gelo la ghiaccia.
Vorrei che esistesse una voglia nuova per vivere ancora e un pretesto che mi spinga oltre il limite della resa. Ed un vento caldo che dissipi la nebbia della paura che in certi momenti cala su tutto inghiottendo i contorni di ciò che mi rassicura.
(E un cuore nuovo perché quello vecchio è ridotto a brandelli.)
E voi?

Guardo la mia immagine riflessa allo specchio e penso che il tempo sia stato inesorabile ma benevolo.
Guardo mia figlia e la rivedo come in quella prima volta, con la consapevolezza di conoscerla da sempre e la sensazione che fosse in me fin dall’inizio dei giorni, a prescindere da tutto, a discapito degli altri. I suoi capelli adesso sono lunghi e di seta e non l'ho mai creduta tanto bella come adesso con le guance rosa di caldo di legna che arde e quello scintillio nello sguardo di gemma che sboccia.
Guardo la mia casa e la vedo capanna e castello, accogliente , protettiva, sincera e calda . I muri sono rivestiti di fiato e vapore di cucina, fumo di legna e sicurezze. I pavimenti non cedono ai passi anzi sorreggono cuori pesanti e menti pensanti. E' riparo. E' fortezza. E' alcova. E' approdo sicuro e salvezza.
Guardo mia madre e ho certezza che il perdono arriva sempre e si poggia come un velo ad assorbire rancori e paure. Restituendo ai dubbi verità sottratte . E dignità all’amore.
Guardo il mio cane e mi accorgo di quale essenza è fatta l'amicizia sincera. L'affetto, certe volte, assume forme strane di occhi lucidi e musi che si strusciano nella certezza di una carezza, nella richiesta di un' attenzione, nella speranza di un cenno che parli e tranquillizzi, "dai vieni qui bella, stammi vicina".
Guardo il mio mare e penso di non ricordare cosa ho provato quando lo ho visto per la prima volta perché è sempre stato qui davanti ai miei occhi e questa immensità mi appartiene... cristalli di salsedine nel vento e aria che si impiglia fra i capelli. E nulla, in fondo, ci potrà cambiare l'uno nei confronti dell'altra.
Guardo i giorni che sfilano come piccoli soldatini di piombo a passo di marcia, ordinati, ubbidienti, silenti. Penso agli altri che verranno e troverò un modo nuovo per guardare anche tutti quelli che seguiranno ancora...Perchè di giorni e giorni è fatta la vita e questa vita non mi basta mai...dovesse durare in eterno.
Guardo avanti e non mi volto indietro. Mai. Ciò che ho trovato mi ha arricchito, ciò che ho perso mi manca ma ormai è andato.
E se anche non guardassi, vedrei tutto ugualmente, perche ormai sono quella che sono e questo mi basta.

Era il Natale del 1990. Un Natale stanco e offeso e chiuso. Le cose non andavano bene a casa, così preparai la mia roba e senza dir nulla a nessuno, la mattina del 24 ritornai a Palermo. Sola.
Li vivevo in una casa bellissima, oddio era pur sempre la casa di universitari, ma il fatto che una delle coinquiline ( l’altro era Michele) fosse la proprietaria mi aveva assicurato un decoro da non sottovalutare.
Lo stabile era un palazzo signorile dell’800 su una delle arterie principali della città, in una zona adibita ormai a dare alloggio perlopiù a studenti. Sotto di noi la Vucciria. L’appartamento era enorme con le stanze che si aprivano l’ una nell’altra, le grandi finestre protette da scuri in legno , i soffitti a botte altissimi e i pavimenti in maiolica. Bello davvero.
Nel pomeriggio, intorno alle 18 telefonai a Michele ad Agrigento. Ovviamente urlò dall’altro capo del telefono e molto indignato mise giù senza neanche salutare.
La sera scivolò lentamente in un buio pesto avvolto nel freddo della solitudine. Mi aggiravo per le stanze gelide e mute nella speranza di ricacciare indietro le lacrime che invece volevano riempire quel vuoto enorme che avevo intorno. Sarebbe stato il Natale più triste di tutti quelli vissuti.
A Natale mai nessuno dovrebbe restar solo. Le mancanze affiorano prepotenti, i ricordi si trasformano in fiocchi ghiacciati che cadono fitti sulla superficie della tristezza più implacabile. Tutto viene acuito e in certi casi distorto al lume della solitudine. E siccome il Natale contiene, in tutta la sua pienezza, il senso di famiglia lo si dovrebbe passare con chi si ama, al caldo degli affetti più veri, cantando Jingle Bells, mangiando panettone e giocando a tombola.
In quel momento non avevo che me, 22 anni e la speranza che un giorno la mia vita sarebbe stata diversa da quella vissuta fino a lì… un continuo camminare su un tappeto di uova, sempre attenta a calibrare ogni passo, ogni parola detta, ogni accenno di sentimento improvviso. Decisi di infilarmi a letto e li rimasi al buio, come chiusa in una scatola che qualcuno aveva dimenticato in soffitta. A scaldarmi il cuore e anche tutto il resto… solo una bottiglia di vino.
Il rumore delle chiavi nella porta mi sorprese ma non mi spaventò
- “Il Natale lo si passa in famiglia.”-, urlò dall’ingresso.
E lui, la mia famiglia, era venuto da me .Aveva lasciato i suoi genitori, gli amici e prima di cena si era messo in viaggio con un pandoro, una bottiglia di spumante e il suo regalo: un’enorme scatola di cioccolatini di Modica di cui sono sempre stata golosissima e una raccolta di Pirandello “Maschere Nude”, 2 volumi rilegati in pelle.
Posò la roba in cucina, sfilò via il giubbotto e i suoi orribili anfibi e mi raggiunse sotto le coperte. Si gelava. Non parlammo per un po’, io poggiavo la testa nell’incavo tra la sua spalla e il collo e come in mille altre occasioni aspettammo di bastarci. Riuscivamo a riempiere ogni piccola crepa si aprisse in noi, bastava che ci fossimo.
Michele aveva vissuto fin da ragazzino la malattia di mia madre, i suoi tormenti, i suoi sbalzi d’umore. Ormai sapeva tacere davanti alla mia disperazione offrendomi un appiglio sicuro che mi sottraesse al dolore, al rifiuto,al digiuno del corpo e dell’anima.
E come in mille altre occasioni ci ubriacammo cantando, ridendo, piangendo. Fratelli di cuore, di mani, di testa eravamo. Non ci eravamo scelti. Il destino lo aveva fatto per noi.
Sono passati 17 anni da quella vigilia e dopo 3 Natali di incomprensibile assenza mi chiedo se in momenti come questi lui sente la mia tristezza. Se ha memoria della nostra fratellanza. Se sta sfidando l’impossibile per raggiungermi anche solo con un alito di vento, col sentore di un profumo fresco. Perchè sono sicura che se queste cose accadono realmente, prima o poi troverà il modo di giungere fino a me. Come in quella notte.
Buon Natale tesoro.

Io “Il capo dei capi” non lo ho visto,però ho seguito il dibattito tutto italiano che ne è conseguito.
Io del capo dei capi ne ho sentito parlare, però vivevo a Palermo quando hanno arrestato Totò Riina e ho visto la gente esultare, i ragazzi abbracciarsi per strada, gli anziani ad alzare le dita al cielo in segno di vittoria..
Io con la mafia quella “concettuale” ci convivo e sorrido alle volontà del buon Mastella che all’ultima puntata sentenzia che è sbagliato far circolare visioni simili perché si rischia l’emulazione. Vorrei potergli dire che l’emulazione spesso la garantisce la fame o il desiderio di potere e rispetto che circola in certi ambienti, ma mi pare che queste voci gli siano già pervenute.
La mafia è la mafia. Puoi contrastare quella che si esprime in associazioni a delinquere, ma quella che alberga dentro il dna siculo è più difficile. Non dico, ovviamente, che ogni siciliano è un potenziale sanguinario, dico solo che le radici di questa essenza affondano in tempi assai remoti. Ho già scritto di questo ma mi ripeto. I primi riscontri si hanno intorno all’anno mille, ma allora era di ben altra stazza. L’esigenza nasceva dal fatto che spesso chi ci governava non risiedeva nell’isola demandando il potere a signori del luogo che agivano da luogotenenti. La sua forma malandrina cominciò a serpeggiare fin da subito perché da sempre i siculi ,essendo un popolo fiero ed orgoglioso, poco tolleravano i soprusi. Spesso le varie beghe dei locali non venivano neanche riportate ai sovrani, si tendeva piuttosto a sbrigare le faccende in loco considerandole “cosa nostra” e non di chi aveva vinto questa terra al lancio del giavellotto. Nel corso dei secoli si è dunque assestato uno stato nello stato che se prima riferiva ai sovrani designati, col tempo e gli interessi ha cominciato a sviluppare una propria autonomia specifica.
Con l’unità d’Italia, dovendo rendere conto al governo piemontese, si hanno i primi atti giudiziari nei quali compare il sostantivo mafia. Ma questa è storia conosciuta.
La mafia che io ho vissuto, quella assassina, quella bombarola, quella che ti fa rintanare in casa secca dalla paura è cosa diversa di quella di cui mi parlava mia nonna, nei lunghi pomeriggi impastati di colori ad olio e caffè. Quella era quasi una favola nella quale figure di briganti si intrecciavano con lavandaie e signorotti.
Però c’è sempre stata una costante, la collusione col potere politico.
Non voglio giustiziare nessuno ne tantomeno giustificare colpe evidenti, dico solo che probabilmente è un dato impossibile da modificare. Il politico, per ovvi motivi, si relaziona a più gente possibile ed essendo questo un territorio abitato per almeno il cinquanta per cento da individui che con la mafia ci hanno a che fare,è difficile non stringere la mano a qualcuno o allungare lo sguardo su qualcuno o ascoltare le parole di qualcuno che con la mafia interagisce. In certi casi l’atteggiamento mafioso è anche comodo e parlo di quell’aspetto prepotente e arrogante che sveltisce le cose. Lo sguardo truce a mo di intimidazione, il ricorso all’amico per dimezzare i tempi delle pratiche, lo scambio di un favore per un altro, con l’intesa del debito, sono tutte attività nelle quali ci siamo cimentati almeno una volta nella vita. Il gusto del potere, il brivido della possibilità sono caratteristiche insite nell’animo umano.
E’ trarre un profitto a scapito degli altri che crea la differenza. Una differenza sostanziale pagata col sangue e con le lacrime, pagata con lo spreco nella morte di menti eccellenti, di animi integri, di appassionati della giustizia.
Perché il signor capo dei capi e il capo più indietro di lui nel tempo, ma di poco, hanno stravolto un’essenza che per quanto odiosa aveva ben poco a che fare con lo schifo della violenza per le strade o nelle stazioni. Da che esiste il mondo l’uomo uccide, lo sa bene caino che ha visto la sua eterna condizione di temine fisso di paragone. Che l’uomo uccide per natura non lo si deve ad Hobbes e al suo Homo homini lupus, lo si deve forse ad una volontà o ad una distrazione di Dio. Che l’uomo uccida, non per sopravvivere, ma per prevaricare…è questa la nota stonata. Se poi lo si fa per denaro e non per difesa, se poi lo si reitera per abitudine a risolvere i propri affari allora diventa abominevole e sicuramente condannabile.
Che oggi la mafia sia intesa come risoluzione di una condizione spesso disagiata non mi stupisce, mi stupisce di più che la scuola sia obbligatoria fino a 12 anni e poi tutti a casa o a lavorare. Lavorare si fa per dire, perché nel paese dove oggi il precariato è una certezza, esiste una terra dove lo è sempre stato, un pò per mollezza dovuta al caldo, un pò per quel senso di abbandono entro il quale ci siamo rinchiusi.
E poi ci sono le famiglie, quelle reali, quelle fatte di padri e di madri e di figli parenti, quelle entro le quali si parla, forse di meno di un tempo al nord, ma sicuramente di più oggi qui nel sud. La mediazione tra una realtà brutale e una condizione perseguibile è la grande scommessa tra le generazioni. Oggi pare si stiano ottenendo buoni risultati anche se certi siti restano fortemente ancorati a discutibili valori.
Tutti conosciamo i personaggi passati alla storia per il loro esempio di integrità e onestà e più che a Borsellino e Falcone, spiriti fondamentali ed integerrimi, io penso di continuo a quel ragazzino che faceva il giudice e che si chiamava Livatino che ha perso la vita correndo su una strada che percorro ogni giorno quando porto a scuola i miei figli. E tremo al pensiero che questi stessi figli un giorno mi possano dire di voler intraprendere la carriera della giustizia ma tremo anche alla possibilità che vogliano fare i politici o i medici o i commercianti o gli avvocati o gli appaltatori.
In fondo tremo all’idea che possano svendersi all’illegalità ma non attribuirei mai tale scelta all’emulazione di qualcuno bensì alla mia incapacità di potere sottoscrivere con essi un patto di eterna alleanza al bene.

Mai un genitore dovrebbe sopravvivere ad un figlio. Non è naturale. Non è accettabile.
E invece la vita segue percorsi la cui logica disattende teoremi, distanze calcolate di iperboli, ellissi simmetriche, fattori elevati a potenza.
La vita ha in comune con la logica matematica solo il concetto di incognita. Ma in questo caso quasi mai calcolabile. Quasi mai prevedibile.
E dunque succede che un padre debba piangere la morte di un figlio. E mai più la sua vita sarà la stessa, non sarebbe neanche vita se non per quella necessità vaga di respirare e nutrirsi e piangere.
Ma che un genitore sia la causa della morte della sua stessa progenie non è plausibile.

Non mi scaglio contro Pappalardi il padre di Gravina di Puglia così come non mi sono scagliata contro Anna Maria Franzoni o contro quei genitori per i quali non è possibile accertare un’effettiva colpevolezza, mi astengo dal formulare congetture e attendo che la giustizia compia il suo corso. Però la sola ipotesi sfinisce il mio senso materno.
Le accuse sono talmente gravi da apparire ridicole. Uccidere entrambi i figli in un eccesso d’ira per aver disatteso un divieto? Avere inveito in maniera talmente violenta su 2 innocenti da causarne la morte? E per quale offesa? Per esser stati trovati in piazza a spruzzarsi acqua da pistole giocattolo, piuttosto che in camera a scontare una punizione la cui efficacia doveva garantire un’educazione pregevole ?
Mio Dio, la verità non può essere tanto feroce.
Le braccia che avrebbero dovuto accoglierli a riparo di tutto il male del mondo sono diventate armi impietose generatrici di morte? Machete? Clava? Cappio?
Non posso accettare questa condanna. Perché in questo caso dovrei concepirne la colpa. E la mia piccola mente non è in grado di lasciare spazi che possano essere invasi da realtà tanto abbiette.
Voglio appellarmi(non solo in questo caso) a quell’unico ragionevole dubbio che fa di un assassino un presunto colpevole.
Per onor del vero ad inchiodare Filippo Pappalardi non ci sarebbero prove tangibili ma una minuziosa ricostruzione dei fatti. Frasi estrapolate da intercettazioni alle utenze convaliderebbero la sua colpevolezza… e invece non voglio credere a tanto orrore che si cela dietro una presunta lucidità reiterata davanti ai media per un anno e mezzo.
E mai vorrei un finale comune ai fratellini Brigida e quella madre piegata in due sul sito circoscritto da bande a strisce bianche e rosse il cui viso resta impresso nella mia memoria come la maschera di dolore più macabra che abbia mai visto.
Guardo i miei figli in faccia. Gli leggo gli occhi, ne assaporo i baci. Uso il mio corpo come scudo e coperta. Faccio da cassa di risonanza ai loro sogni. Gli insegno l’amore che per le cattiverie e gli abomini ci penserà questo cazzo di mondo….