Chi Sono
Utente: arietta
...ma guarda un pò che arietta!...

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Labbra Blu - Diaframma
C'e' una ferita in fondo al cuore grande come non l'hai vista mai guarda il sangue e il suo colore ... e' bellissima. .

C'e' un grande salto in fondo al cuore prima deserto, adesso un'oasi via i cancelli per favore, che non mi servono piu'. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano carro che non vuol cadere nella stupidita'. .

Sulle labbra era il sapore del mattino che hai inventato tu guarda adesso come piove sulle mie labbra blu. Guarda adesso come piove sui sentieri in fondo all'anima storie che non hanno odore, e' la mia realta'.br>
Vorrei dare un nuovo nome, nuova linfa a tutto quel che c'e'. ma ogni cosa e' una ferita che mi ricorda te.

Labbra blu - Diaframma

giovedì, 12 novembre 2009
Succede che ...
 
moi 
Succede che non sempre ciò che desideriamo è il meglio per noi, anzi in certe occasioni può essere l’esatto contrario.
Succede che ciò che adesso ci sembra impossibile, in un altro momento, sia invece l’unica possibilità di scelta che ci resta per salvarci la vita.
E il respiro diventa di vetro e le parole di carta.
Succede che ti siedi in terra e disponi sul pavimento tutti i tuoi pezzi cercando un ordine, un senso, una logica opportuna che ti possa restituire quello che ti scoccia aver perduto.
E l’anima è un peso e il fiato si addensa in fumo.
Succede che ti svegli nel cuore della notte e anneghi gli occhi nel buio aspettando un’alba che non vuole arrivare e nel silenzio urli senza voce tutta la rabbia per quello che non sei riuscito a dire, a spiegare e l’impotenza diventa un compromesso e la delusione un’arma per ferire te stesso.
E speravi in una seconda possibilità ma forse ti saresti accontentato anche di una possibilità di seconda mano.
Succede che stringi fra le mani una tazza di te caldo e appunti le spalle al muro e senti più freddo del solito. E la tua immagine ti restituisce solo una parte di te e il resto dovrai recuperarlo mille volte ancora…
Scritto da: arietta alle ore 18:19 | link | commenti (13) | Categoria: paure, dubbi, dentro dentro




martedì, 10 novembre 2009
Mi dispiace...
io io ioMi dispiace...
Faccio spazio alla tua mancanza, rimetto insieme i resti di un’esistenza che non ti accoglie più.

Mi dispiace ma...
Mi sento pronta a lasciare libero il mio addio.

Mi dispiace...
Sono un’altra ora.
Una più vecchia, una che sa che dopo un tradimento niente ritorna più come prima.

Mi dispiace ma...
C’è voluto tempo e sbagli e appigli per giungere fino a qui.
e ora che  ci sono e ci resto.

Mi dispiace ma...
Restituisco alla tua assenza ciò di cui l’avevo privata:
Disinteresse.

E adesso...
Scusami ma ho una vita che mi aspetta!
Scritto da: arietta alle ore 10:33 | link | commenti (19) | Categoria: emozioni, dubbi, dentro dentro




martedì, 27 ottobre 2009
C'è nessuno?
Bersani meglio di Marino o di Franceschini?
 
Credo sia più importante ritrovare la sinistra, mettendo da parte segretari e portavoce.

Io ho vissuto una vita orientata a sinistra per un reale problema fisico. Il mio orecchio sinistro ode meglio, il mio occhio sinistro piglia meglio, il mio lato sinistro (al contrario di ciò che potrebbe sembrare) è più bello… un mezzo millimetro più alto, una mezza mini caloria più magro, un mezzo punto luce più chiaro.
Io non c(’)entro nulla , è solo genetica!
Adesso mi sento disorientata, quasi orfana. Mi manca il lato mancino del mio essere.

Il fatto è che sono cresciuta con la convinzione che ogni individuo va rispettato e se questo si attiene alle regole che la società gli impone, allora va oltremodo tutelato.

Sono cresciuta nella convinzione che ogni lavoro nobilita l’uomo che lo svolge e che vanno supportate quelle categorie di lavoratori la cui voce giunge più flebile di altre.

E credo nella famiglia a prescindere dal suggello delle unioni. Credo nell’amore rispettoso a prescindere dal sesso e nel mutuo soccorso nonostante le ronde. Credo che “credere” sia  un valore aggiunto , la fede dona forza e motivazione, ci rende migliori. Per questo ritengo che ognuno possa e debba affidarsi a chi sente più vicino, sia questo… Gesù, Maometto, Buddha o Nonna Papera.

Oggi vivo in una società che mi rappresenta molto poco.

Vivo in una società che non garantisce il lavoro imponendo ad esseri umani una soglia di povertà che si spalanca sulla disperazione e che invece assicura ,ad altri, enormi guadagni all’insegna dello spreco.

Vivo in un paese dove la tolleranza è scesa a patti con la paura, dove la furbizia scalza di continuo la meritocrazia e la giustizia è ormai un ideale pret-a-porter.

Vivo nell’instabilità delle mie certezze che ormai programmo al tempo  delle legislazioni.

Vivo in bilico tra attesa e crescita,  persa in una folla di maestri unici, perdenti posto e puttanieri che viaggiano in escort o auto blu.
 
Vivo praticamente come la particella di sodio dell’acqua Lete
images[11]
interrogandomi di continuo
 
C’è nessuno?
Scritto da: arietta alle ore 06:33 | link | commenti (18) | Categoria: politica, dubbi, ihihih




sabato, 17 ottobre 2009
Da "tenere" e da "buttare"|
mars
Sabato pomeriggio, nessun passerotto che svolazza in giro.
Quiete. I ragazzi sono appresso alle loro vite, il cinema, il calcetto, la pizza con papà.
Io decido di cimentarmi in uno dei lavori che rimando ormai da secoli ovvero quello di rimettere ordine in questa mia scrivania che è talmente grande e piena di cassetti, vani e pertugi da assomigliare più ad una roulotte che ad un tavolo...
Decido che è arrivato il momento e per avvalorare questo mio intento mi fornisco di 2 scatole di cartone, una “da tenere” e una “da buttare”, una sorta di contropartita  di necessaria organizzazione.
Il disordine che assomiglia all’ordine... questo mi fa paura!
Fogli e fogli impilati, pressati l’uno sull’altro in una risma di appunti e note e scarabocchi che evocano lunghe telefonate con chissà chi. Carpette sbiadite rigonfie di vita quotidiana, di dare e avere, di “pagati”, da “pagare” ,di appuntamenti dal dottore,  di scontrini di incauti acquisti che sarebbe meglio dimenticare e di biglietti della lavanderia che invece avrei dovuto ricordare.
Di tanto in tanto inciampo in qualche sorpresa, una penna perduta, una foto sdrucita, una carta di Mars che documenta qualche giornata amara affogata nel cioccolato.  E fra molliche e fili di tabacco evasi dalle tante sigarette che nascondo ritrovo un biglietto scritto da lui. Una cosa a metà tra una lista della spesa e un organaizer, per cui sotto la voce schiuma da barba c’è un numero da chiamare per le ore 15, quasi che il signor schiuma da barba prima non fosse reperibile.
Così era lui, abbastanza disordinato, un uomo della specie marito, uno di quelli che dopo che ti ha conquistato, pur restando affettuoso, si trasforma in un ibrido a metà tra l’orso e il nonno. Ora, dopo che gli hanno  tolto un po’ di cibo per alcune intolleranze alimentari, ha assunto quella particolare e sorprendente espressione che caratterizza tutti gli uomini del pianeta quando non stanno benissimo, Fosse solo un’unghia incarnita o 37 di febbre ecco che l’esemplare maschio della razza umana viene colpito dalla sindrome del malato terminale.
 Mi accorgo che anche la sua calligrafia non mi provoca più emozioni, un po’ come la sua voce quando di tanto in tanto lo sento.
Ripiego il “pizzino”  .
Avrei voluto tenerlo, ma hops, con un gesto maldestro lo infilo in quella “da buttare”.
(tengo però la carta del mars, quella si mi provoca emozioni)
Scritto da: arietta alle ore 22:21 | link | commenti (23) | Categoria: scemenze, dubbi, ihihih




venerdì, 10 aprile 2009
Scritto il lunedì 6 aprile 2009
E poi… all’improvviso… tutto cambia. La sorte ama tirare ai dadi, oggi è capitato all’Abruzzo, domani chissà.
Per un attimo metto da parte torte e faccende varie e mi fermo a guardare i miei figli. Altri genitori, in questo momento, piangono i loro.
Li guardo ed è come se li vedessi per la prima volta, sforzandomi di immaginare a come sarebbe se fosse l’ultima.
Confrontarsi con la morte, con la disperazione, con l’impotenza è sempre difficile. Dopo valuteremo le colpe o gli onori, al momento c’è spazio solo per la tragedia.
Siamo, tutto sommato, un grande popolo. Fra un po’ cederemo alla routine di tutti i giorni e la disperazione di altri sarà per noi solo una dolorosa notizia da tg, ma in questo frangente tutta l’Italia è da una parte sola e questo mi riempie d’orgoglio. Perché a prescindere dalla destra o dalla sinistra, a prescindere dal credo o dalle preferenze sessuali oggi questo nostro paese è solo Abruzzo.
Cosa significa veramente trovarsi davanti alla propria casa in macerie? Cosa si prova veramente a scavare tra il disastro nella speranza di recuperare qualcosa che ci è appartenuto, qualcuno dal quale non avremmo mai voluto separarci, qualcosa che non recupereremo mai più se non nei ricordi che forse riemergeranno da una rimozione assoluta?
Sentivo di persone che si arrampicano sui tetti coi caschi da moto, per evitare calcinacci, nella speranza di sentire flebili sussurri di sopravvissuti. Ho sentito di alcuni giocatori della squadra di Rugby dell’Aquila che in cerca di un loro compagno hanno finito col soccorrere altri e altri ancora.
Mi sembrava orrendo che 27 persone fossero rimaste uccise, questo accadeva alle 11 di stamani, adesso sono le 15 e 35 e le vittime accertate sono già 92. Migliaia di sfollati, 1500 feriti e troppi dispersi ….
E poi ci sono i centri storici, veri ricami di pietra, che polverizzati esalano gli ultimi respiri e quella polvere si impasta alle lacrime di chi lì ha vissuto, di chi in quei posti ha visto il dipanare della propria esistenza e di quella di molti cari, matassa informe in queste ore.
Il governo apre le casse, gli ospedali aprono i battenti, gli italiani aprono i cuori… temo l’orribile ombra dei container e delle scuole di metallo, bidonville moderne… figlie dell’emergenza. Niente più piazze, ritrovo di amici, niente più bar dello sport dove fermarsi a sparlare, niente più mercato e ritrovarsi a fare la spesa….
Io credo in Dio, alcune volte è più difficile del solito, ma continuo a tenere duro…
Oggi è il giorno dei funerali....
Il papa aveva degli importanti impegni e ha dovuto passare oltre. certo il tenere questa notte la croce per la via crucis avrà significato mangiare parecchio alla sua tavola imbandita, per acquistar forze.
La via crucis è  nel cuore di chi ha ,ormai,  solo macerie.
Una cosa mi ha sconvolto e travolto più di tutte, una bara bianca, piccola, troppo piccola posta sopra una più grande...
madre e figlio.
Straziante!!!
Scritto da: arietta alle ore 21:25 | link | commenti (6) | Categoria: amicizia, emozioni, giorni no, dubbi




venerdì, 30 gennaio 2009
foto di famiglia ... (e sensi di colpa)

Era appena nata, qualche secondo prima era dentro di me e poi con un gesto sapiente di un chirurgo pratico me la ero ritrovata sanguinante e brutta/bella sul mio seno. I nostri cuori palpitavano all’unisono ma dall’esterno. Era una sensazione nuova e realmente carnale. Una sensazione profonda che difficilmente potrò dimenticare tra mille voci che mi tranquillizzavano sullo stato delle cose e quell’odore impastato di fluidi corporei e mentali.

Come ad alcune capita i giorni a seguire furono caratterizzati da una sensibilità acuta, piangevo e ridevo contestualmente, colpa del calo di ormoni, così dicevano. Eppure ricordo come fosse ora un giorno di quasi 11 anni fa quando, con lei fra le mie braccia, misi per la prima volta in discussione me stessa..

Le promisi che avrei fatto di tutto per renderla felice, che non le avrei mai (volutamente) causato dolore, anzi, che la avrei difesa con tutta me stessa da ogni bruttezza e che l’avrei sorretta ad ogni duro colpo.

Sono una madre intensa, una di quelle che spiega tutto, una di quelle che non si nasconde dietro un dito… brutale in qualche occasione, sincera sempre, flessibile quando occorre.

Eppure mi sento in colpa. Il mio sentire  è dovuto da una promessa infranta, da un compito non portato a temine.

Ieri sera l’ho scoperta mentre piangeva. Aveva una fotografia in cui tutti e 4 sembravamo felici. La mia inadeguatezza di madre è esplosa in una rabbia sorda, le ho urlato che quella realtà non esisteva più e doveva farsene una ragione.

Stamani l’ho svegliata riempiendola di baci, lei pareva avere dimenticato e come tutte le mattine mi ha abbracciato come se niente fosse successo. Aveva realmente dimenticato? Aveva registrato quella mia perdita di senso? Era riuscita a mediare con se stessa(più di me) su quanto accaduto? Oppure è ormai abituata  agli sbalzi d’umore di una madre profonda e approssimativa insieme?

Mentre lei era ancora a scuola ho preso quella foto, scattata 9 anni fa per il battesimo del fratello, una di quelle foto da studio con il capofamiglia in piedi ed io in poltrona col neonato in braccio e la piccola al mio fianco in una espressione spiritosa. L’ho inquadrata in una grande cornice d’argento e l’ho messa nello scaffale centrale della libreria nella sua camera.

Quella, per lei, è una realtà a cui fare riferimento. E’ la solidità del suo essere a prescindere da tutto. E’ la sua storia, il suo albero genealogico, il suo DNA. La sua certezza di essere. La sua famiglia. Le sue radici.

Ringrazio il mio tesoro per avermi insegnato il rispetto per i sentimenti di altri. Per avermi dato la capacità di vedere altro. Per la volontà di essere una persona e una madre migliore.

Le distanze tra genitori e figli sono frutto di sensi di colpa non eviscerati.

Il mio è un invito alla riflessione, Ciò che non si affronta scava buchi, trincee, voragini. I nostri figli sono frutto ed incipit di ciò che siamo e di ciò che diventeremo…..

Scritto da: arietta alle ore 23:39 | link | commenti (15) | Categoria: bambini, famiglia, emozioni, dubbi




domenica, 16 novembre 2008
Appassionata

APPASSIONATA - by Patrick Mock - 24x30 on art canvas

Piano piano … dovrei farcela.

E’ che in questo momento riesco solo ad ascoltare il silenzio e la comunicazione passa attraverso un canale muto.

Sto costruendo la mia nuova … bellissima casa interiore.

Avrà fondamenta profonde e muri spessi, mi serve solidità per contenere questa mia vita appassionata.

Scritto da: arietta alle ore 09:51 | link | commenti (17) | Categoria: sogni, arte, dubbi, dentro dentro




venerdì, 07 novembre 2008
Una come tante

Fuori pioveva, le gocce battevano alla finestra senza sosta e ogni tanto un rombo di tuono squarciava il silenzio bagnato della notte. Piano si avvicinava al suo corpo disteso senza sfiorarlo realmente, temeva di svegliarlo e invece desiderava che continuasse a dormire. In realtà non voleva alterare con un qualsiasi movimento quello stato di cose. Si sentiva al sicuro. Si sentiva spaventata.

Una volta aveva avuto una vita diversa, una casa, una famiglia. Andava a scuola, al cinema, in discoteca. Era stata, dopo tutto, una ragazza come tutte le altre. Poi i suoi genitori si erano separati e lei aveva finito col perdere l’orientamento. Era diventata una nomade, si spostava di continuo senza sentirsi mai da nessuna parte, qualche giorno con la madre, poi dal padre, ma anche da qualche amica e di tanto in tanto dai nonni. Quando la notte si stendeva, attaccava gli occhi al soffitto, che bene o male era simile da tutte le parti e sorrideva al pensiero di considerare cemento e ducotone uniche certezze in quell’età  di  mezzo che stava vivendo. Poi gli eventi l’avevano portata in un’altra vita che poco le apparteneva. Avevo cominciato l’università ma dopo qualche materia aveva lasciato perdere, improvvisandosi adulta in un mondo di merda. Qualche lavoretto lo rimediava, commessa in un panificio, cameriera in una pizzeria il fine settimana, shampista in un salone di periferia.

Non capiva come le fosse stato possibile diventare una sbandata che ogni tanto beveva troppo o si sballava con l’hashish, sinceramente avrebbe desiderato essere un’altra ma non una di quelle da sogno, grande figa o ricca sfondata, solo una normale, una come milioni.

Una con una casa, sempre la stessa. Una con un lavoro, sempre lo stesso e con un mutuo, uno scooter, un’amica e un amore. Un grande amore. Un amore grande fatto di carezze e cenni d’assenso. Un amore immenso con camicie da stirare e bollette da pagare e cene insieme davanti al tg e gite fuori porta la domenica mattina. Un amore con una canzone, con un letto ikea, con la speranza di un figlio.

Un amore vero, non di quelli bugiardi e fragili che vengono giù al primo sentir di vento. Non uno di quegli amori costruiti in serie che ti danno la garanzia per un paio d’anni e dopo si sbaracca, pazienza per chi dentro c’è nato.

Questo potrebbe essere l’inizio di una storia ma è solo la trasposizione di una paura materna.

Molte volte mi capita di pensare a come reagiranno i miei figli all’urto di un divorzio che fortunatamente rientra nei termini civili di un disastro.

A parte il fatto che gli dedichiamo , col padre,  tutto il  tempo a nostra  disposizione , riusciranno a comprendere che certi modi bruschi sono il frutto del peso della colpa? Riusciranno a perdonarci il fatto di aver amato più noi stessi che loro? Ci malediranno, quando adolescenti, vorrebbero aggrapparsi a certezze che invece gli mancano? Continueranno ad amarci anche quando realizzeranno che avremmo potuto togliergli la possibilitàdi essere "Uno Come Tanti"?

Già mi immagino a dover combattere con una tigre scatenata e un lupo famelico.

Scritto da: arietta alle ore 22:41 | link | commenti (21) | Categoria: donne, racconti, bambini, emozioni, paure, dubbi




giovedì, 30 ottobre 2008
Minchiate Spaziali

L’economia non è solo in crisi, è proprio in stallo e da ogni dove giungono ventate di recessione. Gli stati emergono da un sonno primordiale e prendono in seria considerazione  l’idea di fare “STATO” supportando quel mondo  finanziario , oggi malato, ma che  in altri tempi ha sovvenzionato e sostenuto baracca e burattini.

Bene, mi dico, procediamo. Si sente parlare di tagli al punto che è diventato un reale imperativo assoluto, una vera compulsiva ricerca della quadratura del cerchio, una necessità oltre che un dovere da parte di tutti. E così si taglia a scuola dove giustamente, dove ingiustamente. Si taglia nelle amministrazioni locali, ma pure in casa, in tavola e in quei pochi piaceri che di tanto in tanto ci danno l’illusione di un’effimera felicità. L’unica cosa che non subisce tagli sono le trattenute e se una tassa viene eliminata … state tranquilli che  altre vengono dilatate. La pressione fiscale ci snerva, ci stressa, ci preclude la possibilità ad essere sereni e con questi nostri sforzi fisici e psicologici, con i nostri sacrifici, con le nostre perplessità andiamo ad alimentare le casse di questi stati scassati. Ci immoliamo. Ma perché?  mi domando. Perché è giusto pagare per poter usufruire di un sistema organizzato che renda la mia vita più agevole e vivibile. Punterei su aspetti pratici e sostanziali quale l’istruzione, la salute e la previdenza sociale.

Bene. Poi sento del fatto che hanno mandato in orbita un ultimo satellite di una serie di miliardi tra euro e dollari e una domanda sorge spontanea: Coglioni loro o coglioni noi? No, perché qualcosa da dire ce l’avrei anche. Se si parla di  recessione, se si parla di crisi mondiale, se si porla di impoverimento globale è ugualmente importante parlare di difesa spaziale, conquista delle orbite e presidi umani su pianeti che con noi non sono per nulla compatibili? E’ davvero così importante mandare 1, 2, 3, robot che costano interi bilanci statali per appurare che le forme di vita in pianeti lontani milioni di anni luce, erano monocellulari oppure che forse 150 milioni di anni fa scorrevano vie d’acqua? Se il mondo fosse prospero sarei  la prima a sostenere  qualsiasi progetto di questo genere, la mia sana curiosità si alimenta anche di queste notizie ma quando è guerra è guerra per tutti.

Ma dico … ci siamo impazziti?

E mentre lor signori giocano a Spazio1999 i nostri figli devono fare i conti con le riduzioni del tempo pieno ed noi adulti con la scomparsa  di certi indici e tassi  d’interesse e le nostre sicurezze fatte di muri e tetti e voglia di festeggiare il Natale.

Perché dovrei finanziare progetti spaziali con la mia illusione di un’effimera felicità?

Minchia, però sai che soddisfazione quando saremo con le pezze nel culo e guarderemo in alto a quel nuovo centro di incontri intelletual-filosofico-scientifici tra Plutone e Giove …  minchia davvero.

Scritto da: arietta alle ore 12:44 | link | commenti (17) | Categoria: politica, dubbi, denuncia, complimenti vivissimi




lunedì, 20 ottobre 2008
Movimento

Mi scavo dentro.

Ho un bisogno costante di conoscermi, di valutare ogni mia alterazione, di registrare ogni mutamento.

Sono una donna da struggimento. Stropiccio parti che sono solo mie e gioco ad identificarmi con gli altri per vedere cosa si prova a non essere me stessa.

Metto tutto in gioco. Sempre.

Mi spingo oltre e vivo in bilico.

Una che azzarda il precariato nei sentimenti, in effetti.

Mi chiedo perché alcuni nascono e vivono stabili. Mi chiedo perché alcuni vivono la staticità come un successo e l’inerzia come uno stato di grazia.

Ed io invece sono movimento anche solo col pensiero. Mi alleno nello step dell’anima con grande successo, salgo e scendo di continuo scalinate bianche come il gesso e nere come l’ebano, mi arrampico su contrafforti e spicco voli pindarici puntando su correnti emozionali .

Beh… si, in molti casi mi appiccico agli specchi.

 

Scritto da: arietta alle ore 21:19 | link | commenti (17) | Categoria: sogni, emozioni, dubbi, dentro dentro




martedì, 07 ottobre 2008
Il papa veste Prada
Papa_Fashion[1]

“I soldi passano, la parola di Dio no”,

queste le parole del pontefice pronunciandosi sulla crisi finanziaria che sta colpendo l’intero pianeta. D’accordo mi dico, questa linea di pensiero potrebbe essere accettabile se nel nome di Dio non fosse stato versato tutto il sangue possibile, così come per il potere o il denaro.

Che poi puntualizzerei pure che la parola di Dio sfama l’anima ma non riempie lo stomaco di chi si trova da innocente al centro di questo tiro incrociato in una guerra che si combatte a suon di derivati, tassi, percentuali e indici.

Pur essendo una cattolica “abbastanza” praticante con grande difficoltà accetto le dichiarazioni pontificie che mi sanno di presa per il culo. E quando vedrò un papa che non appena investito della carica (per cui ha lottato e sbavato e tramato per tutta una vita come un qualsiasi manager d’impresa o politico) rinuncerà a tutto e vivrà nelle periferie del mondo, senza calzari e con un semplice saio allora io stessa mi batterò per un credo che pratica e non blatera.

Mio caro Ratz, non sarebbe male liberarsi di alcune (e dico solo alcune) delle molteplici ricchezze della chiesa per far fronte ai primi soccorsi indispensabili per aiutare tutti quelli che onestamente si segnano con la croce tutte le mattine prima di andare  a lavorare. E parlo di tutti quelli che non vivono nei palazzi, non indossano scarpe da 800 euro e non si spostano in elicottero, jet privato o mercedes.

Perché è davvero troppo facile affacciarsi da una finestra e predicare al mondo la rinuncia alla mondanità e poi dare inizio al pranzo serviti e riveriti come monarchi d’altri tempi.

E cchecazzo, un po’ di coerenza please! (ma proprio non capiscono che sarebbe meglio tacere?)

Scritto da: arietta alle ore 16:29 | link | commenti (16) | Categoria: chiesa, dubbi, denuncia




domenica, 05 ottobre 2008
Minchioni... si nasce

(perdonate la volgarità)

E’ ufficiale, gli uomini sono abbastanza minchioni.

Non me ne vogliano i lettori di sesso maschile ma con mio sommo piacere posso dire di avere prove inconfutabili.

Generalizzare non mi è mai piaciuto, per cui riconoscendo senza alcuna difficoltà che le eccezioni sono legittime ma non costituiscono la regola, mi ripeto asserendo che gli uomini sono abbastanza minchioni.

Perché se la tirano un sacco e poi basta il manuale della “piccola fetente” per farli ruzzolare giù dall’albero come pere cotte.  Non ci sarebbe nulla di male a vederli capitolare mestamente se non fosse per tutto il tempo che hanno dedicato all’impalcatura  di un ego che di li a poco diventerà lego.

Perché loro ti dicono che hanno poco tempo  e quando anche tu avanzi un appuntamento per i fatti tuoi di sabato sera, il poco tempo di cui sopra lo sprecano ad sms atti a verificare che non li stai cornificando e come o quanto ti stai divertendo.

Perché loro sono quelli tosti, quelli che non abbassano mai la guardia, quelli che ce l’hanno duro e poi col primo freddo ti stramazzano a terra raffreddati morti e ti fanno impazzire perché c’hanno la bua e gli scoppia la testa e non riescono a deglutire… sapessero quante volte abbiamo mandato giù il peggiore dei bocconi senza neanche battere ciglio.

Vantano il primato della scoperta dell’acqua calda che in questo contesto si traduce in un teorema spicciolo che per statuto ripetono a menadito non appena varcata la soglia dell’adolescenza:

“Prendi una donna,

trattale male,

lascia che ti aspetti per ore….

E vedrai che lei t’amerà

Chi meno ama è il più forte si sa…”

e  poi patteggiano la pena da scontare per tutta la vita o quasi con chi, questo teorema lo ha inventato nella notte  dei tempi comodamente seduta in un verde giardino sotto un melo il cui frutto profumava di presa per il culo. In quel tempo pare che abbiano sprecato l’unica possibilità di parola regalando ai loro simili un’imprecazione che sa di vera sconfitta: Puttana Eva

E’ bellissimo vederli correre a destra e a manca convinti che stanno andando dalla parte giusta, è divertentissimo far finta di soccombere stritolate dai loro silenzi infiniti … che fa “più mistero nei sentimenti” e poi registrare le molteplici chiamate con una scusa qualsiasi per accertarsi di non essere stati dimenticati, abbandonati e  per sentirsi tanto tanto amati.

Potrebbero costituire un vero partito politico e studiare programmi, avanzare proposte, comporre slogan e decidere un simbolo.

Questo non sarebbe male…

minchioni

Scritto da: arietta alle ore 09:11 | link | commenti (46) | Categoria: scemenze, dubbi, denuncia, ihihih




martedì, 16 settembre 2008
Seghe mentali e company...

A 15 anni ho letto tutta quanta la bibbia.

A 20 la torah.

A 30 il Corano.

A 39 il libro del Tao e mi accingo alla lettura della dottrina buddista e delle sue 4 nobili verità:

Per realizzare le quattro Sante Verità (Sul dolore, Sull’origine del dolore, Sulla soppressione del dolore, Sulla via che porta alla soppressione del dolore) ognuno deve passare da una  condizione di ignoranza a quella di conoscenza liberatrice e liberatoria e per questo occorre procedere su una via difficile e lunga.  

Contenti loro…

preferirei di gran lunga scorazzare su una strada comoda e sicura liberamente consapevole di una certa inettitudine.

Mi hanno educato, mi hanno insegnato, mi hanno inculcato teorie e teoremi che in parte condivido e in parte accetto. Mi hanno detto di Dio e del suo entourage che a quanto pare cambia a seconda dei paralleli e dei meridiani quasi ci fosse una sorte di equilibrio longitudinale da rispettare, tipo fuso orario.

Mi chiedo se Dio (in qualsiasi forma lo si voglia intendere) non si diverta un sacco a vederci sbattere e rimbalzare di continuo, piccoli, folli esseri viventi con un cervello corrotto da pagine scritte e riscritte.

Che neanche lui si spiega come sia riuscito ad ispirare tutto e il contrario di tutto contestualmente.

Gli insegnamenti ricevuti si frappongono fra noi e noi stessi amputando pensieri e dilatando le nostre visioni. Consideriamo  certe verità e ne neghiamo altre...

che tutte quante proprio non si riesce  tenerle a mente.

Ma alla base di tutte le dottrine un unico punto focale  concentra l’attenzione: Il Dolore.

Dunque l’uomo è essenza pura di autolesionismo mistico.

Sarà anche un po’ coglione?

A parte la scomodissima questione del cilicio e la sadica disciplina della fustigazione di continuo aggiornata (Vedi Tafazzi), le  Seghe Mentali trovano spazio fra le righe di un corsivo mancino e di un ricamo destro, passando per la verticalità di idiomi esotici? Oppure  sono una latente volontà soggettiva  di aggravare il peso del quotidiano vivere,  che se si soffre di più, poi, forse, si gode anche meglio?

No, perché se così fosse allora io mi divertirò un sacco.

Scritto da: arietta alle ore 22:02 | link | commenti (20) | Categoria: chiesa, scemenze, dubbi, ihihih




sabato, 06 settembre 2008
Buio e presenze

buio

Quella sera rientrai a casa dopo una giornata d’inferno. Mi sentivo  irritabile e stanca, per fortuna i ragazzi avrebbero dormito dal padre. Potevo concedermi una serata di relax.

Mi chiusi la porta alle spalle e per un attimo rimasi immobile all’ingresso.

La casa era muta. E buia. E rassicurante, talmente rassicurante da non sentire la necessità di girare l’interruttore . Solo in un secondo momento mi sovvenne che in realtà io odio il buio.

Mollai  la borsa e le altre sporte sul pavimento e spostandomi nella sala mi lasciai cadere sul divano.

Silenzio. Silenzio fitto. Silenzio talmente palpabile da sembrare pesante.

Forse un po’ infastidita da questi pensieri  decisi che come prima cosa avrei fatto una doccia.

Percorsi il corridoio nella totale oscurità, come potevo non sentire il bisogno di dare luce ai miei passi? Questa domanda mi tormentava ma finché non avessi cominciato a sentire una reale paura avrei spinto quel gioco il più possibile, ne valeva la pena…

Andai in camera da letto  mi sfilai via le scarpe e poi anche i jeans e la maglia. Con estrema attenzione li ripiegai e li poggiai dove potei. Mi diressi in bagno e cominciai a far scorrere l’acqua perché raggiungesse la temperatura desiderata.  Entrai nello scuro più fitto.

L’acqua mi investì tiepida e vitale,  spontaneamente  chiusi gli occhi. Improvvisamente prese a girarmi la testa. Riaprii gli occhi e pur non vedendo ad un palmo dal naso mi sentii meglio, come se la vertigine fosse passata.

Ripetei l’esperimento.

Mi ritrovai a dovermi poggiare ad una delle pareti ma mantenni gli occhi chiusi, avevo bisogno di capire.

E poi all’improvviso, fu solo questione di un attimo, ebbi l’impressione che qualcuno mi aiutasse a sedermi sul sedile della parete attrezzata.

Riaprii gli occhi.

Ero sconcertata e calma contestualmente.

Solo l’avere trovato una giustificazione a quello che era accaduto avrebbe potuto consentirmi di dormire quella notte.

Il buio restava pesto ma non avevo l’angoscia che mi prende quando improvvisamente salta l’energia  elettrica,  il perdere i punti di riferimento destabilizza il mio equilibrio al punto da farmi vacillare ma in quella circostanza era come se la luce inondasse ogni angolo.

E poi quello strano senso di calma assoluta che notai all’inizio, quando rimasi immobile sentendomi rassicurata.

Cosa percepivo realmente? C’era d’avvero una presenza avvolta in quel buio? Stavo immaginando? Sognando? Probabilmente mi sarei svegliata di li a poco e dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua avrei rinconquistato il sonno.

Perché non mi sentivo spaventata?

Il telefono squillò.

Sempre al buio uscii dalla doccia e avvolgendomi in un asciugamano andai al tavolo sul quale era posto il cellulare.

-          Pronto ! –

-          Mamma volevo dirti che domani papà ci porta al mare e ritorneremo nel pomeriggio  -

-          D’accordo , quando state per rientrare avvertitemi. -

Notavo  qualcosa di diverso ma non mi rendevo conto di cosa. Poi capii.

La luce! La casa non era più immersa nel buio, i faretti e le lampade e i lumi … tutto acceso.

Scesi al piano di sotto e andai all’ingresso. Potevo vedere l’intero tragitto percorso  in precedenza. Le buste sul pavimento, i cuscini smossi sul  divano ed anche  i vestiti ripiegati con cura e poggiati sulla panca, le scarpe disposte una accanto all’altra con una simmetria totale.

Tornai in bagno.

La sensazione che qualcuno mi avesse sfiorato, che mi avesse aiutato a sedermi era ancora forte. Io l’avevo percepita distintamente.

Non sono una di quelle persone che affonda il naso in questioni spiritiche e ciò che non può essere spiegato logicamente sfugge al mio interesse, non mi importa sapere se esiste una vita oltre la vita, se chi non c’è più ci vive accanto o roba del genere.

Ero rimasta davvero al buio non appena in casa? Oppure come di consueto avevo illuminato ogni stanza in cui ero entrata? La calma che mi aveva avvolta era davvero la percezione di “altro”? Oppure il ritrovarmi tra le mura domestiche dopo un intero giorno passato fuori aveva amplificato la mia percezione di soddisfazione al sentire quel profumo familiare che ogni famiglia imprime ai propri ambienti?

Sinceramente non capisco cosa possa essere successo ed anche se la curiosità è forte fingo che in realtà non sia accaduto nulla.

 

Scritto da: arietta alle ore 16:21 | link | commenti (36) | Categoria: sogni, giorni no, paure, dubbi




mercoledì, 23 luglio 2008
Amici?
don camillo e peppone

Spesso gli adulti sono come i bambini, piantano i piedi per terra e cominciano la convulsa danza del capriccio.  Quella dimensione fanciullesca da cui cerchiamo di liberarci per assurgere al ruolo di persona matura e consapevole è uguale ad un virus latente, un Herpes Zoster, che continua a sopravvivere al nostro interno nell’attesa tacita di uno sfogo che lo riporti in vita.

Capita dunque che in certi casi le reazioni siano inconsulte e sorprendenti, plateali e smisurate.

Poco importa, mi dico, alla fine è facile voler bene a chi si comporta sempre in modo impeccabile, senza sbavature o cadute di stile. Il nostro affetto diventa potente quando invece riesce a ri-germogliare, ri-crescere, ri- attecchire su terreni che al momento ci sembrano sterili. E’ un affetto sincero, voluto, conquistato e dunque consapevole.

Noi stessi  scegliamo le nostre amicizie, le coltiviamo, le alimentiamo con confidenze e intimità, le sorreggiamo quando fallendo i passi sembrano vacillare, le soccorriamo quando incidentalmente si feriscono. Non sempre gli amici sono quelli che ci aspettiamo, essendo altri rispetto a noi possono prescindere da ciò che crediamo  e agire come mai avremmo pensato.

Tendo sempre la mano per prima, non per buonismo, non per egocentrismo forse perché trovo stupido perdere tempo in quella pratica in cui tutti sembriamo eccellere, ovvero il tiro incrociato di rimproveri, attese e recriminazioni che finisce col renderci astiosi e critici per poi dovere affrontare la realtà dello sbaglio e dunque delle dovute scuse (comunque). Preferisco non dovermi confrontare con  l'acrimonia di quelle persone a cui tengo, temo che certe parole o azioni possano non essere cancellate del tutto e dunque rimanere invadenti nell'aria.

Aver perso il più grande degli amici mi ha dato una consapevolezza estrema di questo sentimento,per cui mi piace pensare che se un’amicizia invecchia e perde la grinta di un tempo  va trattata come una persona cara e anziana a cui fa piacere di tanto in tanto prendere aria al parco su una panchina all’ombra tra un gelato alla crema e un atterraggio di colombe.

Scritto da: arietta alle ore 10:40 | link | commenti (10) | Categoria: amicizia, dubbi




lunedì, 23 giugno 2008
pensieri.....

Attesa.

Pretesa.

Offesa.

Intesa?

Ascesa.

Discesa.

Arresa.

Difesa.

Scritto da: arietta alle ore 18:30 | link | commenti (13) | Categoria: dubbi




lunedì, 07 aprile 2008
Differenze?

La realtà, in certi casi, mi confonde e mi strapazza e mentre in Francia la fiaccola olimpica arresta la sua magnifica marcia e salta sul pulman che la condurrà incolume fino in Cina, proprio da questa porzione di oriente giunge una storia che ha saputo restituirmi, per qualche istante, quel mio sorriso di bambina. Perché alcune volte la natura, saggia e ironica, sfida e vince se stessa mettendo in scena la massima rappresentazione del Gioco delle Parti.

Allo zoo di Pechino (mi pare fosse proprio quello) un lupo si innamora di una capretta e questo amore è talmente deciso e arrogante da spiazzare ogni volontà di contrasto e dare ai 2 la possibilità di mettere su casa insieme. La storia comincia quando uno dei guardiani  dimentica di chiudere il recinto della piccola che, mossa da curiosità, decide di sfidare le convenzioni e si intrufola secca secca e impertinente (per il bosco) nell’area di rifugio del baldanzoso lupo. Al mascalzone non sembra vero e giunge di fretta leccandosi i baffi che lo rendono l’irresistibile marpione che è. La sciagurata signorina  pare abbia cominciato a tremare e quel tremore le ha conferito quell’aspetto irresistibile che ha fatto la differenza. Il lupo, infatti, dopo averla odorata a dovere (sotto gli occhi terrorizzati degli avventori) è esploso in un ululato liberatorio “ Ecco, ho trovato la mia compagna”sembrava urlare ad una luna incredula. Adesso i  2 vivono nello stesso loft per la gioia di grandi e bambini, l’unica cosa che non riescono a condividere sono i pasti infatti l’ovina(?) non rinuncia alle sue erbette e insalatine mentre lui (?) non accetta che bistecche.

Tutto questo ha poco a che vedere con gli stupidi uomini che proprio non riescono a cedere alla tentazione di mettersi in discussione… tracotanti  e rigidi come pali della luce non accettano che la propria ragione possa arrendersi alle mille altre esistenti.

I cinque cerchi olimpici sono divenuti manette e io me le sento ai polsi perché le ingiustizie mi legano al palo della mortificazione e le catene pesano come quella logica irrazionale che difficilmente riusciamo ad accantonare. Non voglio giudicare la riottosità di certe menti ma non posso non sentirmi frantumata contro il muro di gomma  dello scontro fisico e ideologico in nome di stupide verità le cui  certezze oggettive  di alcuni  sono   soggettive per altri.

Mi piacerebbe invitare chi di competenza a riflettere. Nulla è insormontabile, forse difficile, forse improbabile, ma non necessariamente impossibile. Se la natura cede a se stessa in casi come quello citato o ancora come nel caso della piccola Lala, bimba indiana, nata con due facce e cioè 4 occhi, 2 nasi, 2 bocche e per questo venerata come una dea dai genitori e dagli abitanti del suo villaggio che proprio non vogliono considerare la possibilità di operarla, allora perché certe maggioranze non possono cedere ad alcune minoranze che non ledono e non offendono?

Scritto da: arietta alle ore 21:28 | link | commenti (22) | Categoria: seriamente, pop , dubbi, denuncia




mercoledì, 12 marzo 2008
Tarantella macabra (racconto breve)

Guardando fuori dalla finestra del suo dorato bunker, don Ciro non poteva che registrare la sconfitta. La più dolorosa. Quella finale.

La sua ascesa al potere era cominciata mezzo secolo prima, quando l’indole sanguinaria e spietata, la freddezza negli affari, l’orgoglio granitico e quella particolare caratteristica di parlare pochissimo, avevano segnato i contorni del profilo del Boss dei boss.

Le sue attività illegali lo impegnavano su tutti i fronti: dal racket delle estorsioni al traffico di droga; dalla prostituzione al gioco d’azzardo; dallo smaltimento dei rifiuti al riciclaggio di denaro sporco.

Eppure anche il boss aveva un punto debole, ovvero la sua famiglia. La vita non era stata semplice anzi il loro continuo nascondersi nel timore che i rivali li freddassero o che il potere costituito li scovasse aveva reso l’esistenza una vera e propria latitanza per l’intero gruppo ma don Ciro aveva sempre fatto del proprio meglio per proteggerli controllando la provincia campana entro la quale si muovevano con un vero e proprio esercito privato, valutando ogni spostamento, blindando le vite, non tracciando itinerari.

Ma quel giorno il capo dei capi capitolava sotto i colpi inferti dal più temibile dei nemici: La Diossina.

1 anno prima  una leucemia fulminante aveva strappato il nipote di 10 anni dalle braccia della madre, sua figlia, la quale a sua volta era stata invasa dalle cellule malefiche di un cancro all’apparato respiratorio. Anche la moglie di don Ciro lo aveva lasciato di recente dopo indicibili sofferenze causate da un tumore maligno allo stomaco, uno dei più impietosi, lo stesso genere che adesso si infilava dentro i tessuti del suo intestino crasso. Gli specialisti che aveva interpellato, luminari italiani e americani e svedesi, avevano concordato nella diagnosi la cui causa era ancora la stessa: Avvelenamento da diossina, con valori talmente alti da non lasciare scampo.

A nulla era valsa la sua attenzione, la sua determinazione nel proteggerli, il loro nemico era stato lui stesso in un macabro gioco al rialzo.

Quando vide spegnersi il nipotino, l’estate precedente, davanti ai suoi occhi si materializzò l’immagine che tanto lo aveva elettrizzato molto tempo prima. Era il 1994 e per la prima volta aveva assistito allo spargimento e appianamento di fango infetto, denso di sostanze tossiche, sui terreni campani destinati all’agricoltura e all’allevamento. I suoi uomini si divertivano parecchio a guidare i trattori che premevano la merda sulle zolle di terra. Erano tutti convinti che quella pratica avrebbe creato solo ricchezza. Ma quel liquame velenoso gi si era infilato dentro il sangue, il  suo e dei suoi cari, sottoforma di lattuga e pomodoro e carciofi e piselli e latte marcio e formaggio assassino. Avevano inghiottito la loro morte avidamente, cucinata dalle mani di abili chef.

Adesso gli rimaneva poco da vivere e ancora meno per chiedere perdono.

Ridendo pensò che chi di merda ferisce, di merda perisce.

(così…almeno dovrebbe essere)

 

Perché le mafie sono tutte uguali….i carnefici spietati e le vittime quasi sempre innocenti…

Scritto da: arietta alle ore 07:57 | link | commenti (29) | Categoria: pop , dubbi, denuncia




giovedì, 21 febbraio 2008
Carmen

In queste ultime settimane la legge 194 ha fatto da cassa di risonanza a schieramenti e convinzioni.

L’aborto in se stesso è stato strumentalizzato.

Parlandone non dico nulla di nuovo, nulla che non sia stato già sentito e ribadito però ad un certo punto mi sono ricordata di Carmen:

Circa 6 anni fa frequentavo il CAV (Centro Aiuto alla Vita), più per espiare un grosso peccato che per altro. Il grosso peccato è forse quello di essere una persona che vive da privilegiata in una società sempre più povera, sempre più infelice.

In quel luogo ho conosciuto Carmen, una volontaria come tante. Non era particolarmente silenziosa ma neanche troppo loquace. Restava delle ore a sistemare il magazzino del centro invaso da ogni sorta di merce. Qualche attimo di confidenza nel corso del tempo mi consegnarono una verità troppo pesante anche solo da ascoltare.

Non aveva molti amici, aveva studiato fino quasi alla laurea e viveva con la madre e una sorella.

Carmen aveva abortito, era praticamente una bambina quando era successo.

Si era innamorata o credeva di esserlo, di un ragazzo di 10 anni più grande di lei. Avevano avuto dei rapporti diciamo consenzienti  se a 13 anni questo è legittimo. Era rimasta incinta subito e con altrettanta solerzia era stata portata ad abortire. Non le era stata data possibilità di scelta. Perché a 13 anni si può solo ubbidire alle sollecitazioni che giungono dall’esterno, un esterno spesso aggressivo e doloroso. E così Carmen col suo corpo da donnina (e neanche tanto) e con lo stupore negli occhi si era ritrovata carne da macello. Brutto a dirsi, vero? Anche un po’ scontato forse…parafrasando Francesco Guccini. Però questo aveva effettivamente provato.

In seguito la sua vita era stata disastrosa. Un uomo dopo l’altro che potesse sopperire la perdita, non solo di quel probabile figlio ma principalmente di se stessa . Una vita sregolata in una famiglia tanto colpevole, per non essersi accorta di nulla, quanto il prolifico mezza tacca che l’aveva condannata.

In sostanza quella donna era il fantasma di se stessa, la copia su carta velina di quella che avrebbe dovuto essere in effetti. Se non le avessero succhiato via il sangue con un frullatore, come vampiri.

Il periodo di espiazione al centro è finito e di Carmen mi è rimasto solo il ricordo. Un ricordo fatto di occhi alla continua ricerca di qualcosa  che potesse riempire  gli spazi di un’esistenza a perdere. Mi fa rabbia pensare che anche il padre ragazzino non abbia avuto nessuna altra soluzione se non quella di eliminare l’ostacolo da un punto di vita maschilista. Quale altro rimedio al più classico degli errori? Una scopata è una scopata…cosa c’entrano i figli?.

Erano i primi anni 80 ed il suo aborto era stato effettuato in uno studio medico alquanto rudimentale.

La legge ci serve per definire i parametri civili entro i quali muoversi. La legge ci serve a disciplinare ciò che comunque verrebbe fatto, perché una cosa è la legalità e un’altra la moralità.

Però è pur vero che ognuno vive una propria vita fatta di esperienze e cultura che andrebbero riconosciute e comunque tutelate. Una madre  deve decidere di esserlo o non esserlo. A propria discrezione, secondo le proprie capacità. In ogni caso

Una cosa è concepire( in questo siamo bravi tutti più o meno) un’altra cosa è affrontare tutto il resto.

Io penso , ritenendo l’aborto sbagliato,che questa decisione  sia già una condanna per la donna che lo deve affrontare .

La legge c’entra poco.

Chi sceglie questa possibilità già perde in partenza….per quello che la vita le riserverà… per quel senso di colpa che sicuramente  naufragherà nella  vergogna per se stesse.

E un naufragio è un naufragio.

Perché anche la più indefessa sostenitrice di questa pratica si troverà ,almeno per un attimo, al cospetto della propria coscienza.

Per il resto, tutto mi sembra superfluo.

Scritto da: arietta alle ore 09:12 | link | commenti (20) | Categoria: seriamente, emozioni, dubbi




domenica, 17 febbraio 2008
Civili, seri, pazzi

maschere[1]

«Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui ci sta qua, in mezzo alla fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come tanti cani arrabbiati. - Non si può. E che faccio allora? Do' una giratina così alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si intorbidano. E allora... allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, per rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio! ». (dal Berretto a sonagli- L.Pirandello 1916)

Il tutto dipende dalle note caratteriali di ciascuno, dalla passionalità nell’esporre le proprie idee ed anche dalla capacità di mediazione che può o non può appartenerci.

Esistono diversi modi di porsi a chi ci sta vicino ma sicuramente un approccio calmo e gradevole è quanto ci aspetteremmo da chiunque. Il tono rende ciò che vogliamo comunicare più o meno incisivo ma le leggi della buona educazione non dovrebbero mai essere perse di vista. Quando ciò che diciamo non viene compreso nel giusto modo allora è il caso di fare appello alla nostra serietà e di prendere le distanze da chi ci ascolta per dare una maggiore forza alle nostre ragioni.

Se poi quanto da noi sostenuto non viene del tutto considerato anzi viene deriso o peggio ancora stravolto, la nostra parte più istintiva (quella che aleggia sempre sopra le righe) irrompe decisa dando sfogo a tutta quanta la rabbia, trasformandoci in furiosi paladini della nostra stessa verità…Pazzi appunto.

Ma queste ormai non sono più  le regole del gioco.

Sempre più spesso alziamo il tono della voce per accreditarci una visibilità che ci dia una posizione superiore agli altri.

Siamo diventati tutti seri, tutti al limite. E perdiamo troppo in fretta la pazienza, ci incazziamo, ci agitiamo sventolando le nostri ragioni.

Abbiamo perso la corda civile, non la giriamo più, neanche quando parliamo al telefono con la laureata del call-center che vuole venderci una tariffa migliore delle altre. La liquidiamo velocemente con tono altero sottolineando che ha interrotto il nostro da fare, anche se era niente o poco più.

Urliamo ai figli, mandiamo al diavolo il vicino,

quello che ci frega il posto per l’auto,

chi, passandoci accanto ci urta.

Basterebbe bloccarsi un attimo e perdere la coincidenza con l’incazzo garantito. Treno puntualissimo aimè, che non sbaglia mai una corsa.

Le nostre posizioni sono sempre più accreditate delle altre. I nostri ritardi più in ritardo di quelli degli altri, i nostri guai più grossi, i nostri mali più dolorosi, le nostre idee più valide, le nostre notizie più attendibili.

E questa generazione si incarta su stessa, avendo dimenticato da qualche parte quell’educazione che altri ci avevano consegnato.

E i nostri figli ci guarderanno come?

Verranno su dei gran maleducati con l’I-pod come scudo contro un mondo fatto di altre persone che un tempo avevano il dono dell’educazione?

Oppure ci guarderanno un po’ schifati perché i quarantenni (o giù di lì) non hanno saputo far  tesoro di quello che invece loro sanno per istinto ovvero che il vivere civile passa attraverso la comunicazione e la comunicabilità?

Scritto da: arietta alle ore 08:38 | link | commenti (29) | Categoria: dubbi, dentro dentro




mercoledì, 02 gennaio 2008
Amor che nullo amato amar perdona?

Se potessi farlo, ti chiamerei adesso nel cuore della notte per dirti “Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo”.

Ma l’orgoglio  me lo impedisce.  Non voglio tu sappia che adesso sei nei miei pensieri. Che ci sei rimasto l’intero giorno e che da mesi è quasi sempre così.

Devo dirti addio perché restare con te mi fa male. Ed io devo pensare a me stessa.

Credo che ciò che mi ha reso quello che sono  sia stato il dovermi prendere cura di me  per anni. Ho sempre provveduto a consolarmi, a sorreggermi, a bastarmi. Quando ancora non avevo esperienza dei sentimenti  mi affrettavo ad infilare il mio cuore nelle mani di chiunque….piccola  e desiderosa di calore umano, di linguaggio che passa attraverso la sicurezza delle carezze. Non immaginavo che esistessero le carezze bugiarde, puttane, assassine.

Adesso che le conosco le evito.

Mi ricordo di quando ero un’altra. Mi ricordo di quando riuscivo a restare impigliata ai sogni e me li portavo dietro orgogliosa per giorni. Sognavo di un amore potente che si dilatava per aderire ai miei  tempi di vita. Lo vedevo profondo e attento. Capace e temerario. Un amore che si svelava  sotto la trama  delle parole e delle attenzioni. Un amore che fosse di fuoco e d’aria, d’acqua e terra. Totale. Bellissimo.

Poi ho capito che i sogni sono merce sopraffina. Costano cari e durano poco. Come quelle rare orchidee nere. Fiori di carne.

Li conosco quelli come te, quelli che non si sbilanciano mai , quelli sempre convinti di non doversi occupare di alcuno, quelli  che interrompono i discorsi per ficcarci dentro i propri pensieri, le proprie parole. Incuranti. Svogliati. Frettolosi.  Eppure dolci e sapienti. Saggi a metà e per l’altra impertinenti e monelli come eterni bambini, convinti che sia possibile perdonargli tutto. Sempre.

Ho ricordi di te che devo abbandonare sul ciglio di una strada qualsiasi, al freddo, al buio. Ho attimi vissuti insieme  che devo rimuovere come si fa come con le macerie dopo un terremoto. Ho discorsi che avrei voluto farti da imballare e spedire lontano. Devo ripulirmi da te. Dai tuoi respiri sul collo dopo aver fatto l’amore. Da quegli occhi d'argento che si incagliano ai miei come un relitto su un fondo sabbioso. Dal peso del tuo corpo che ancora mi scalda.

E’ tempo di dar aria alla stanza e mentre tengo tra i denti il fermaglio a matita  che a breve infilzerà il nodo di capelli raccolti sulla nuca, mi vedo guerriera in una smorfia beffarda. Temo l’amore  e per questo lo affronto nella speranza di esorcizzarne il potere. Perchè non permetterò che mi si facciano ancora buchi profondi e dolorosi.

Giungerà il momento della resa?

Non ora. Non con te. Non ne vale la pena eppure mi struggo. Perchè anche se non lo ammetto eri il desiderio che esprimevo alla vista di una stella cedente, il brivido che mi percorreva quando la pioggia rigava i vetri della mia finestra. Eri un'idea che avrebbe potuto trasformarsi in conferma.

Eri tu. E non avrei voluto altri.

Ora non voglio.

Non sento.

Non mento.

E' finita.

Scritto da: arietta alle ore 00:44 | link | commenti (50) | Categoria: dubbi, dentro dentro




giovedì, 27 dicembre 2007
Per amore solo per amore?

Cosa c’è di più gratificante, di più entusiasmante, di più romantico che sentirsi dire dal proprio uomo “ti amo” o “sei la mia vita” o ancora “tu mi dai gioia e felicità”? Nulla suppongo, a patto che chi proferisce queste parole sia davvero il proprio uomo e non quello che un’altra inconsapevolmente ti cede part-time.

C’è una categoria di donne che da sempre si muove dietro le quinte, bravissime e silenziose si accontentano di momenti rubati, di briciole di tempo sottratte ad altre come piccoli uccellini ladri. Sono le amanti.

Donne, la cui unica colpa sembra essere quella di essersi innamorate del marito di un’altra.

Alcuni le definiscono “sfascia famiglie”, altri “puttane senza scrupoli” e invece sono esseri delegati a rendere un grande servigio alla società: Rafforzare i legami. Altrui.

Non per nulla Oscar Wild diceva che “La gioia dell’uomo sposato….è chi non ha sposato”anche se i suoi riferimenti erano altri.

Il fatto è che l’uomo piuttosto che affrontare i problemi di  un matrimonio che funziona poco  cerca ricovero tra le pieghe di un’altra a patto che non rompa le palle, che non diventi impegnativa o esigente.

Perché se poi vengono spaventati da situazioni che potrebbero divenire imprevedibili, allora tornano con la coda tra le gambe a casa, in attesa di non farcela di nuovo e fuggire tra le cosce di un’altra.

Nell’immaginario comune delle amanti c’è un’idea sempre uguale a se stessa ovvero che il “proprio” uomo viva in una condizione quasi terribile, che la sua vita sia tetra, muta, infelice entro le mura domestiche. E invece il più delle volte non è così. L’uomo non soffre a vivere in casa sua, a godere dei propri figli, delle proprie comodità, dei propri amici. E la cosa più sorprendente è che anche con la signora legittima ha i suoi bei rapporti sessuali, che magari consuma con cadenza settimanale o oltre, ma comunque comprensivi di amplesso  ed eiaculazione di parole melliflue.

Ma allora il punto della situazione è che gli uomini sono dei gran bastardi? Che la colpa è tutta loro?

No. Non dico questo.

Il fatto è che in amore non esistono leggi. Può essere giusto tutto e il contrario di tutto.

Ci sono donne che scelgono il ruolo di amante per comodità. Che giocano con questo o con quello senza nessuna complicazione sentimentale. Quelle che usano i mariti delle altre mentre altre usano  i loro. Quelle che non aspettano alcuna telefonata e non si rammaricano per un appuntamento disatteso, per un incontro saltato.

Però ci sono anche quelle che vivono rapporti lunghissimi e irrisolvibili. Quelle che diventano seconde mogli senza essersi liberate delle prime. Quelle che accettano un figlio non desiderato, solo per amore. E per amore tacciono e subiscono regalando a chi non lo merita anni che non torneranno indietro.

Ho letto da qualche parte che tale atteggiamento è pari ad una vera e propria perversione sentimentale, una bulimia del cuore, un atto di punizione pari a quei piccoli tagli che menti autolesioniste  si producono sul corpo.

Ma quello che mi chiedo o meglio che vorrei chiedere ad una delle signore che hanno deciso di seguire questo percorso:

Ma per uno qualsiasi di questi maschietti, ne vale veramente la pena?

Perché se lui è un bel bamboccione che ama stare con un piede in due scarpe, che non sta con voi nell’attesa di lasciare la moglie ma sta con voi nell’attesa che lo lasciate per trovarne un’altra….o che vive tranquillamente prendendo a destra e a manca…

allora signore datevi da fare e fate scoppiare la bomba…magari giusto per l’ultimo dell’anno.

Sai che botti…..

 

Scritto da: arietta alle ore 10:00 | link | commenti (31) | Categoria: donne, sesso, pop , dubbi




martedì, 18 dicembre 2007
Che ci siamo persi per strada?

Mi pare di aver notato una cosa strana. E’ un Natale sottotono, un natale difficile per la popolazione, un Natale povero forse, ma sicuramente più povero degli ultimi. La cosa strana che mi pare di aver notato è che questa realtà abbia un potere aggregativo. Ci si incontra per strada e pur sorridendo sembriamo bastonati e stranamente accomunati dallo stesso destino, perché la crisi ci ha veramente presi tutti (a parte quelli lassù in cima).

E allora mi chiedo se veramente non ci siamo lasciati prendere troppo la mano.

Abbiamo veramente perso di vista i punti saldi della vita in genere e del vivere civile?

Contano ancora quei beni morali come la parentela, la cultura e dunque la scuola,  i legami sinceri, il senso di giustizia, la salute?

Oppure li abbiamo sostituiti coi fast-food, internet ,gli I-pod , il cattivismo  i Tom Tom che ci danno punti di riferimento sicuri?

Ma vogliamo veramente rimpiazzare gli altri… con cose che ci indebitano rendendoci vulnerabili all’astio, all’insofferenza, al qualunquismo ?

Perché così facendo poi non ci si aiuta più, non ci si accorge del nostro vicino che crepa sul lavoro e di un lontano parente che ha venduto la casa. Non ci si accorge di quanto ci stiamo impoverendo sia nelle tasche sia negli affetti.

E’ una realtà così difficile da accettare da fingere che non esista ?

Scritto da: arietta alle ore 21:58 | link | commenti (37) | Categoria: dubbi




giovedì, 06 dicembre 2007
Il capo, i capi e le origini in Sicilia

Io “Il capo dei capi” non lo ho visto,però ho seguito il dibattito tutto italiano che ne è conseguito.

Io del capo dei capi ne ho sentito parlare, però vivevo a Palermo quando hanno arrestato Totò Riina e ho visto la gente esultare, i ragazzi abbracciarsi per strada, gli anziani ad alzare le dita al cielo in segno di vittoria..

Io con la mafia quella “concettuale” ci convivo e sorrido alle volontà del buon Mastella che all’ultima puntata sentenzia che è sbagliato far circolare visioni simili perché si rischia l’emulazione. Vorrei potergli dire che l’emulazione spesso la garantisce la fame o il desiderio di potere e rispetto che circola in certi ambienti, ma mi pare che queste voci gli siano già pervenute.

La mafia è la mafia. Puoi contrastare quella che si esprime in associazioni a delinquere, ma quella che alberga dentro il dna siculo è più difficile. Non dico, ovviamente, che ogni siciliano è un potenziale sanguinario, dico solo che le radici di questa essenza affondano in tempi assai remoti. Ho già scritto di questo  ma mi ripeto. I primi riscontri si hanno intorno all’anno mille, ma allora era di ben altra stazza. L’esigenza nasceva dal fatto che spesso chi ci governava non risiedeva nell’isola demandando il potere a signori del luogo che agivano da luogotenenti. La sua forma malandrina cominciò a serpeggiare fin da subito perché da sempre i siculi ,essendo un popolo fiero ed orgoglioso, poco tolleravano i soprusi. Spesso le varie beghe dei locali non venivano neanche riportate ai sovrani, si tendeva piuttosto a sbrigare le faccende in loco considerandole “cosa nostra” e non  di chi aveva vinto questa terra al lancio del giavellotto. Nel corso dei secoli si è dunque assestato uno stato nello stato che se prima riferiva ai sovrani designati,  col tempo e gli interessi ha cominciato a sviluppare una propria autonomia specifica.

Con l’unità d’Italia, dovendo rendere conto al governo piemontese, si hanno i primi atti giudiziari nei quali compare il sostantivo mafia. Ma questa è storia conosciuta.

La mafia che io ho vissuto, quella assassina, quella bombarola, quella che ti fa rintanare in casa secca dalla paura  è cosa diversa di quella di cui mi parlava mia nonna, nei lunghi pomeriggi impastati di colori ad olio e caffè. Quella era quasi una favola nella quale figure di briganti si intrecciavano con lavandaie e signorotti.

Però c’è sempre stata una costante, la collusione col potere politico.

Non voglio giustiziare nessuno ne tantomeno giustificare colpe evidenti, dico solo che probabilmente è un dato impossibile da modificare. Il politico, per ovvi motivi, si relaziona a più gente possibile ed essendo questo un territorio abitato per almeno il cinquanta per cento da individui che con la mafia ci hanno a che fare,è difficile non stringere la mano a qualcuno o allungare lo sguardo su qualcuno o ascoltare le parole di qualcuno che con la mafia interagisce. In certi casi l’atteggiamento mafioso è anche comodo e parlo di quell’aspetto prepotente e arrogante che sveltisce le cose. Lo sguardo truce a mo di intimidazione, il ricorso all’amico per dimezzare i tempi delle pratiche, lo scambio di un favore per un altro, con l’intesa del debito, sono tutte attività nelle quali ci siamo cimentati almeno una volta nella vita. Il gusto del potere, il brivido della possibilità sono caratteristiche insite nell’animo umano.

E’ trarre un profitto a scapito degli altri che crea la differenza. Una differenza sostanziale pagata col sangue e con le lacrime, pagata con lo spreco nella morte di menti eccellenti, di animi integri, di appassionati della giustizia.

Perché il signor capo dei capi e il capo più indietro di lui nel tempo, ma di poco, hanno stravolto un’essenza che per quanto odiosa aveva ben poco a che fare con lo schifo della violenza per le strade o nelle stazioni. Da che esiste il mondo l’uomo uccide, lo sa bene caino che ha visto  la sua eterna condizione di temine fisso di paragone. Che l’uomo uccide per natura non lo si deve ad Hobbes e al  suo Homo homini lupus, lo si deve forse ad una volontà o ad una distrazione di Dio. Che l’uomo uccida, non per sopravvivere, ma per prevaricare…è questa la nota stonata. Se poi lo si fa per denaro e non per difesa, se poi lo si reitera per  abitudine a risolvere  i propri affari allora diventa abominevole e sicuramente condannabile.

Che oggi la mafia sia intesa come risoluzione di una condizione spesso disagiata non mi stupisce, mi stupisce di più che la scuola sia obbligatoria fino a 12 anni e poi tutti a casa o a lavorare. Lavorare si fa per dire, perché nel paese dove oggi il precariato è una certezza, esiste una terra dove lo è sempre stato, un pò per mollezza dovuta al caldo, un pò per quel senso di abbandono entro il quale ci siamo rinchiusi.

E poi ci sono le famiglie, quelle reali,  quelle fatte di padri e di madri e di figli parenti, quelle entro le quali si parla, forse di meno di un tempo al nord, ma sicuramente di più oggi qui nel sud. La mediazione tra una realtà brutale e una condizione perseguibile è la grande scommessa tra le generazioni. Oggi pare si stiano ottenendo buoni risultati anche se certi siti restano fortemente ancorati a discutibili  valori.

Tutti conosciamo i personaggi passati alla storia per il loro esempio di integrità e onestà e più che a Borsellino e Falcone, spiriti fondamentali ed integerrimi, io penso di continuo a quel ragazzino che faceva il giudice e che si chiamava Livatino che ha perso la vita correndo su una strada che percorro ogni giorno quando porto a scuola i miei figli. E tremo al pensiero che questi stessi figli un giorno mi possano dire di voler intraprendere la carriera della giustizia ma tremo anche alla possibilità che vogliano fare i politici o i medici o i commercianti o gli avvocati o gli appaltatori.

In fondo tremo all’idea che possano svendersi all’illegalità ma non attribuirei mai tale scelta all’emulazione di qualcuno bensì alla mia incapacità di potere sottoscrivere con essi un patto di eterna alleanza al bene.

 

Scritto da: arietta alle ore 16:17 | link | commenti (39) | Categoria: politica, emozioni, dubbi




venerdì, 28 settembre 2007
Dead Man Married

Che l’amore guidi spesso l’essere umano oltre ogni possibile comprensione è cosa risaputa. Che l’amore renda, ciechi, sordi, stolti ce ne siamo accorti tutti,prima o poi, ma certe storie sembrano avere davvero dell’impossibile.

Parliamo del braccio della morte.

Questo luogo non luogo in cui risuona l’eco di una campana tormentosa…

“Dead Man Walking – Dead Man Walking - Dead Man Walking” Don- Don-Don

Chi vi è giunto è quasi sempre colpevole. E la colpa di cui si è macchiato è la peggiore.

Ma da sempre il detto “Chi di spada ferisce, di spada perisce” non suona le mie corde perché esiste in me una sorta di accordo magico che si chiama perdono.  Certo è semplice parlare di perdono quando non si è coinvolti personalmente in efferati casi di omicidio ma sono cresciuta a pane e rispetto e dunque voglio concedermi il beneficio del dubbio  credendo che anche in un caso simile agirei come penso.

Nessuno tocchi  caino. Anche se caino è uno stronzo.

Ma da qui a sposarlo certo ce ne vuole…

Sono centinaia e centinaia le donne che istaurano rapporti epistolari con i detenuti. Solitamente queste donne  cercano di colmare dei vuoti difficili anche da immaginare, raccontano loro di vite parallele che procedono al di là del muro. E delle sbarre. E delle catene. Spesso anche queste vite al di là sono permeate da una solitudine senza fine e senza fini. Solitudini interiori che si camuffano di buonismo a perdere e comprensione a iosa.

Un conto è cercare di tirare su il morale di chi morali e morale non ha più, un conto è innamorarsene.

Come può una donna accettare o proporre un matrimonio ad un condannato a morte? Come può una donna decidere che un’unica possibilità, ovvero quella di una innocenza non impossibile ma molto, molto remota possa trasformare la propria vita in una doppia condanna a morte?

Tameka è un’agente di polizia carceraria in una prigione del Tennessee. Nera, bella, giovane.

Durante l’ora d’aria scorta in cortile una fila di uomini vestiti di arancione con pesanti bracciali ai polsi e alle caviglie. Non un cinguettio di uccelli. Solo lo sferragliare di pesanti catene.

Uno degli uomini in fila la guarda e riesce a stabilire con lei un contatto visivo esclusivo. Lei lo chiamerà colpo di fulmine. Per lui è forse eccitazione o solo un estremo tentativo di dare voce a quel cadavere che già pensa di essere.

Edward Green si innamora,  tanto non è che ci sia molto da fare li dentro a parte pregare e dar luogo a quanto di umano resta da fare. Non la speranza di un futuro al quale aggrapparsi, non la consapevolezza che toccando il fondo per forza di inerzia si possa innescare il meccanismo della risalita. Quella palla al piede glielo impedisce. E lo lascia sul fondo.

Lei gli si concede più volte nel lettino dell’infermeria e quando i suoi superiori si accorgono dell’intrallazzo le danno un’altra possibilità: Lasciarlo ed accettare il trasferimento in un altro penitenziario.

Lei rifiuta, è incinta, lo sposa e perde il lavoro. Dopo qualche tempo perde il marito. Lo guarda mentre i muscoli cedono sotto l’effetto di una iniezione letale. Non urla, non piange. Ieri era una bella donna, nera e giovane. Oggi è una vedova.

Ma di queste storie  ce ne sono parecchie.

Donne libere che decidono la loro segregazione del cuore in nome di un amore raccattato sul web. Donne che riescono a vedere oltre il comune senso dell'orrore restituendo attimi di umanità a chi forse non la merita (ma non per questo va ucciso a sua volta).

Estremo atto d’amore o spessa coltre di pietà  a soffocarne la ragione?

Scritto da: arietta alle ore 16:47 | link | commenti (25) | Categoria: dubbi




domenica, 16 settembre 2007

Assolutamente priva di ispirazione.

Ci sarà un perché?

Scritto da: arietta alle ore 16:04 | link | commenti (8) | Categoria: dubbi