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lunedì, 07 aprile 2008

Differenze?

La realtà, in certi casi, mi confonde e mi strapazza e mentre in Francia la fiaccola olimpica arresta la sua magnifica marcia e salta sul pulman che la condurrà incolume fino in Cina, proprio da questa porzione di oriente giunge una storia che ha saputo restituirmi, per qualche istante, quel mio sorriso di bambina. Perché alcune volte la natura, saggia e ironica, sfida e vince se stessa mettendo in scena la massima rappresentazione del Gioco delle Parti.

Allo zoo di Pechino (mi pare fosse proprio quello) un lupo si innamora di una capretta e questo amore è talmente deciso e arrogante da spiazzare ogni volontà di contrasto e dare ai 2 la possibilità di mettere su casa insieme. La storia comincia quando uno dei guardiani  dimentica di chiudere il recinto della piccola che, mossa da curiosità, decide di sfidare le convenzioni e si intrufola secca secca e impertinente (per il bosco) nell’area di rifugio del baldanzoso lupo. Al mascalzone non sembra vero e giunge di fretta leccandosi i baffi che lo rendono l’irresistibile marpione che è. La sciagurata signorina  pare abbia cominciato a tremare e quel tremore le ha conferito quell’aspetto irresistibile che ha fatto la differenza. Il lupo, infatti, dopo averla odorata a dovere (sotto gli occhi terrorizzati degli avventori) è esploso in un ululato liberatorio “ Ecco, ho trovato la mia compagna”sembrava urlare ad una luna incredula. Adesso i  2 vivono nello stesso loft per la gioia di grandi e bambini, l’unica cosa che non riescono a condividere sono i pasti infatti l’ovina(?) non rinuncia alle sue erbette e insalatine mentre lui (?) non accetta che bistecche.

Tutto questo ha poco a che vedere con gli stupidi uomini che proprio non riescono a cedere alla tentazione di mettersi in discussione… tracotanti  e rigidi come pali della luce non accettano che la propria ragione possa arrendersi alle mille altre esistenti.

I cinque cerchi olimpici sono divenuti manette e io me le sento ai polsi perché le ingiustizie mi legano al palo della mortificazione e le catene pesano come quella logica irrazionale che difficilmente riusciamo ad accantonare. Non voglio giudicare la riottosità di certe menti ma non posso non sentirmi frantumata contro il muro di gomma  dello scontro fisico e ideologico in nome di stupide verità le cui  certezze oggettive  di alcuni  sono   soggettive per altri.

Mi piacerebbe invitare chi di competenza a riflettere. Nulla è insormontabile, forse difficile, forse improbabile, ma non necessariamente impossibile. Se la natura cede a se stessa in casi come quello citato o ancora come nel caso della piccola Lala, bimba indiana, nata con due facce e cioè 4 occhi, 2 nasi, 2 bocche e per questo venerata come una dea dai genitori e dagli abitanti del suo villaggio che proprio non vogliono considerare la possibilità di operarla, allora perché certe maggioranze non possono cedere ad alcune minoranze che non ledono e non offendono?

Photobucketarietta alle ore 21:28 | link | commenti (22)
categorie: seriamente, pop , dubbi, denuncia
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mercoledì, 12 marzo 2008

Tarantella macabra (racconto breve)

Guardando fuori dalla finestra del suo dorato bunker, don Ciro non poteva che registrare la sconfitta. La più dolorosa. Quella finale.

La sua ascesa al potere era cominciata mezzo secolo prima, quando l’indole sanguinaria e spietata, la freddezza negli affari, l’orgoglio granitico e quella particolare caratteristica di parlare pochissimo, avevano segnato i contorni del profilo del Boss dei boss.

Le sue attività illegali lo impegnavano su tutti i fronti: dal racket delle estorsioni al traffico di droga; dalla prostituzione al gioco d’azzardo; dallo smaltimento dei rifiuti al riciclaggio di denaro sporco.

Eppure anche il boss aveva un punto debole, ovvero la sua famiglia. La vita non era stata semplice anzi il loro continuo nascondersi nel timore che i rivali li freddassero o che il potere costituito li scovasse aveva reso l’esistenza una vera e propria latitanza per l’intero gruppo ma don Ciro aveva sempre fatto del proprio meglio per proteggerli controllando la provincia campana entro la quale si muovevano con un vero e proprio esercito privato, valutando ogni spostamento, blindando le vite, non tracciando itinerari.

Ma quel giorno il capo dei capi capitolava sotto i colpi inferti dal più temibile dei nemici: La Diossina.

1 anno prima  una leucemia fulminante aveva strappato il nipote di 10 anni dalle braccia della madre, sua figlia, la quale a sua volta era stata invasa dalle cellule malefiche di un cancro all’apparato respiratorio. Anche la moglie di don Ciro lo aveva lasciato di recente dopo indicibili sofferenze causate da un tumore maligno allo stomaco, uno dei più impietosi, lo stesso genere che adesso si infilava dentro i tessuti del suo intestino crasso. Gli specialisti che aveva interpellato, luminari italiani e americani e svedesi, avevano concordato nella diagnosi la cui causa era ancora la stessa: Avvelenamento da diossina, con valori talmente alti da non lasciare scampo.

A nulla era valsa la sua attenzione, la sua determinazione nel proteggerli, il loro nemico era stato lui stesso in un macabro gioco al rialzo.

Quando vide spegnersi il nipotino, l’estate precedente, davanti ai suoi occhi si materializzò l’immagine che tanto lo aveva elettrizzato molto tempo prima. Era il 1994 e per la prima volta aveva assistito allo spargimento e appianamento di fango infetto, denso di sostanze tossiche, sui terreni campani destinati all’agricoltura e all’allevamento. I suoi uomini si divertivano parecchio a guidare i trattori che premevano la merda sulle zolle di terra. Erano tutti convinti che quella pratica avrebbe creato solo ricchezza. Ma quel liquame velenoso gi si era infilato dentro il sangue, il  suo e dei suoi cari, sottoforma di lattuga e pomodoro e carciofi e piselli e latte marcio e formaggio assassino. Avevano inghiottito la loro morte avidamente, cucinata dalle mani di abili chef.

Adesso gli rimaneva poco da vivere e ancora meno per chiedere perdono.

Ridendo pensò che chi di merda ferisce, di merda perisce.

(così…almeno dovrebbe essere)

 

Perché le mafie sono tutte uguali….i carnefici spietati e le vittime quasi sempre innocenti…

Photobucketarietta alle ore 07:57 | link | commenti (28)
categorie: pop , dubbi, denuncia
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giovedì, 21 febbraio 2008

Carmen

In queste ultime settimane la legge 194 ha fatto da cassa di risonanza a schieramenti e convinzioni.

L’aborto in se stesso è stato strumentalizzato.

Parlandone non dico nulla di nuovo, nulla che non sia stato già sentito e ribadito però ad un certo punto mi sono ricordata di Carmen:

Circa 6 anni fa frequentavo il CAV (Centro Aiuto alla Vita), più per espiare un grosso peccato che per altro. Il grosso peccato è forse quello di essere una persona che vive da privilegiata in una società sempre più povera, sempre più infelice.

In quel luogo ho conosciuto Carmen, una volontaria come tante. Non era particolarmente silenziosa ma neanche troppo loquace. Restava delle ore a sistemare il magazzino del centro invaso da ogni sorta di merce. Qualche attimo di confidenza nel corso del tempo mi consegnarono una verità troppo pesante anche solo da ascoltare.

Non aveva molti amici, aveva studiato fino quasi alla laurea e viveva con la madre e una sorella.

Carmen aveva abortito, era praticamente una bambina quando era successo.

Si era innamorata o credeva di esserlo, di un ragazzo di 10 anni più grande di lei. Avevano avuto dei rapporti diciamo consenzienti  se a 13 anni questo è legittimo. Era rimasta incinta subito e con altrettanta solerzia era stata portata ad abortire. Non le era stata data possibilità di scelta. Perché a 13 anni si può solo ubbidire alle sollecitazioni che giungono dall’esterno, un esterno spesso aggressivo e doloroso. E così Carmen col suo corpo da donnina (e neanche tanto) e con lo stupore negli occhi si era ritrovata carne da macello. Brutto a dirsi, vero? Anche un po’ scontato forse…parafrasando Francesco Guccini. Però questo aveva effettivamente provato.

In seguito la sua vita era stata disastrosa. Un uomo dopo l’altro che potesse sopperire la perdita, non solo di quel probabile figlio ma principalmente di se stessa . Una vita sregolata in una famiglia tanto colpevole, per non essersi accorta di nulla, quanto il prolifico mezza tacca che l’aveva condannata.

In sostanza quella donna era il fantasma di se stessa, la copia su carta velina di quella che avrebbe dovuto essere in effetti. Se non le avessero succhiato via il sangue con un frullatore, come vampiri.

Il periodo di espiazione al centro è finito e di Carmen mi è rimasto solo il ricordo. Un ricordo fatto di occhi alla continua ricerca di qualcosa  che potesse riempire  gli spazi di un’esistenza a perdere. Mi fa rabbia pensare che anche il padre ragazzino non abbia avuto nessuna altra soluzione se non quella di eliminare l’ostacolo da un punto di vita maschilista. Quale altro rimedio al più classico degli errori? Una scopata è una scopata…cosa c’entrano i figli?.

Erano i primi anni 80 ed il suo aborto era stato effettuato in uno studio medico alquanto rudimentale.

La legge ci serve per definire i parametri civili entro i quali muoversi. La legge ci serve a disciplinare ciò che comunque verrebbe fatto, perché una cosa è la legalità e un’altra la moralità.

Però è pur vero che ognuno vive una propria vita fatta di esperienze e cultura che andrebbero riconosciute e comunque tutelate. Una madre  deve decidere di esserlo o non esserlo. A propria discrezione, secondo le proprie capacità. In ogni caso

Una cosa è concepire( in questo siamo bravi tutti più o meno) un’altra cosa è affrontare tutto il resto.

Io penso , ritenendo l’aborto sbagliato,che questa decisione  sia già una condanna per la donna che lo deve affrontare .

La legge c’entra poco.

Chi sceglie questa possibilità già perde in partenza….per quello che la vita le riserverà… per quel senso di colpa che sicuramente  naufragherà nella  vergogna per se stesse.

E un naufragio è un naufragio.

Perché anche la più indefessa sostenitrice di questa pratica si troverà ,almeno per un attimo, al cospetto della propria coscienza.

Per il resto, tutto mi sembra superfluo.

Photobucketarietta alle ore 09:12 | link | commenti (20)
categorie: seriamente, emozioni, dubbi
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domenica, 17 febbraio 2008

Civili, seri, pazzi

maschere[1]

«Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui ci sta qua, in mezzo alla fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come tanti cani arrabbiati. - Non si può. E che faccio allora? Do' una giratina così alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si intorbidano. E allora... allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, per rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio! ». (dal Berretto a sonagli- L.Pirandello 1916)

Il tutto dipende dalle note caratteriali di ciascuno, dalla passionalità nell’esporre le proprie idee ed anche dalla capacità di mediazione che può o non può appartenerci.

Esistono diversi modi di porsi a chi ci sta vicino ma sicuramente un approccio calmo e gradevole è quanto ci aspetteremmo da chiunque. Il tono rende ciò che vogliamo comunicare più o meno incisivo ma le leggi della buona educazione non dovrebbero mai essere perse di vista. Quando ciò che diciamo non viene compreso nel giusto modo allora è il caso di fare appello alla nostra serietà e di prendere le distanze da chi ci ascolta per dare una maggiore forza alle nostre ragioni.

Se poi quanto da noi sostenuto non viene del tutto considerato anzi viene deriso o peggio ancora stravolto, la nostra parte più istintiva (quella che aleggia sempre sopra le righe) irrompe decisa dando sfogo a tutta quanta la rabbia, trasformandoci in furiosi paladini della nostra stessa verità…Pazzi appunto.

Ma queste ormai non sono più  le regole del gioco.

Sempre più spesso alziamo il tono della voce per accreditarci una visibilità che ci dia una posizione superiore agli altri.

Siamo diventati tutti seri, tutti al limite. E perdiamo troppo in fretta la pazienza, ci incazziamo, ci agitiamo sventolando le nostri ragioni.

Abbiamo perso la corda civile, non la giriamo più, neanche quando parliamo al telefono con la laureata del call-center che vuole venderci una tariffa migliore delle altre. La liquidiamo velocemente con tono altero sottolineando che ha interrotto il nostro da fare, anche se era niente o poco più.

Urliamo ai figli, mandiamo al diavolo il vicino,

quello che ci frega il posto per l’auto,

chi, passandoci accanto ci urta.

Basterebbe bloccarsi un attimo e perdere la coincidenza con l’incazzo garantito. Treno puntualissimo aimè, che non sbaglia mai una corsa.

Le nostre posizioni sono sempre più accreditate delle altre. I nostri ritardi più in ritardo di quelli degli altri, i nostri guai più grossi, i nostri mali più dolorosi, le nostre idee più valide, le nostre notizie più attendibili.

E questa generazione si incarta su stessa, avendo dimenticato da qualche parte quell’educazione che altri ci avevano consegnato.

E i nostri figli ci guarderanno come?

Verranno su dei gran maleducati con l’I-pod come scudo contro un mondo fatto di altre persone che un tempo avevano il dono dell’educazione?

Oppure ci guarderanno un po’ schifati perché i quarantenni (o giù di lì) non hanno saputo far  tesoro di quello che invece loro sanno per istinto ovvero che il vivere civile passa attraverso la comunicazione e la comunicabilità?

Photobucketarietta alle ore 08:38 | link | commenti (29)
categorie: dubbi, dentro dentro
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mercoledì, 02 gennaio 2008

Amor che nullo amato amar perdona?

Se potessi farlo, ti chiamerei adesso nel cuore della notte per dirti “Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo”.

Ma l’orgoglio  me lo impedisce.  Non voglio tu sappia che adesso sei nei miei pensieri. Che ci sei rimasto l’intero giorno e che da mesi è quasi sempre così.

Devo dirti addio perché restare con te mi fa male. Ed io devo pensare a me stessa.

Credo che ciò che mi ha reso quello che sono  sia stato il dovermi prendere cura di me  per anni. Ho sempre provveduto a consolarmi, a sorreggermi, a bastarmi. Quando ancora non avevo esperienza dei sentimenti  mi affrettavo ad infilare il mio cuore nelle mani di chiunque….piccola  e desiderosa di calore umano, di linguaggio che passa attraverso la sicurezza delle carezze. Non immaginavo che esistessero le carezze bugiarde, puttane, assassine.

Adesso che le conosco le evito.

Mi ricordo di quando ero un’altra. Mi ricordo di quando riuscivo a restare impigliata ai sogni e me li portavo dietro orgogliosa per giorni. Sognavo di un amore potente che si dilatava per aderire ai miei  tempi di vita. Lo vedevo profondo e attento. Capace e temerario. Un amore che si svelava  sotto la trama  delle parole e delle attenzioni. Un amore che fosse di fuoco e d’aria, d’acqua e terra. Totale. Bellissimo.

Poi ho capito che i sogni sono merce sopraffina. Costano cari e durano poco. Come quelle rare orchidee nere. Fiori di carne.

Li conosco quelli come te, quelli che non si sbilanciano mai , quelli sempre convinti di non doversi occupare di alcuno, quelli  che interrompono i discorsi per ficcarci dentro i propri pensieri, le proprie parole. Incuranti. Svogliati. Frettolosi.  Eppure dolci e sapienti. Saggi a metà e per l’altra impertinenti e monelli come eterni bambini, convinti che sia possibile perdonargli tutto. Sempre.

Ho ricordi di te che devo abbandonare sul ciglio di una strada qualsiasi, al freddo, al buio. Ho attimi vissuti insieme  che devo rimuovere come si fa come con le macerie dopo un terremoto. Ho discorsi che avrei voluto farti da imballare e spedire lontano. Devo ripulirmi da te. Dai tuoi respiri sul collo dopo aver fatto l’amore. Da quegli occhi d'argento che si incagliano ai miei come un relitto su un fondo sabbioso. Dal peso del tuo corpo che ancora mi scalda.

E’ tempo di dar aria alla stanza e mentre tengo tra i denti il fermaglio a matita  che a breve infilzerà il nodo di capelli raccolti sulla nuca, mi vedo guerriera in una smorfia beffarda. Temo l’amore  e per questo lo affronto nella speranza di esorcizzarne il potere. Perchè non permetterò che mi si facciano ancora buchi profondi e dolorosi.

Giungerà il momento della resa?

Non ora. Non con te. Non ne vale la pena eppure mi struggo. Perchè anche se non lo ammetto eri il desiderio che esprimevo alla vista di una stella cedente, il brivido che mi percorreva quando la pioggia rigava i vetri della mia finestra. Eri un'idea che avrebbe potuto trasformarsi in conferma.

Eri tu. E non avrei voluto altri.

Ora non voglio.

Non sento.

Non mento.

E' finita.

Photobucketarietta alle ore 00:44 | link | commenti (50)
categorie: dubbi, dentro dentro
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giovedì, 27 dicembre 2007

Per amore solo per amore?

Cosa c’è di più gratificante, di più entusiasmante, di più romantico che sentirsi dire dal proprio uomo “ti amo” o “sei la mia vita” o ancora “tu mi dai gioia e felicità”? Nulla suppongo, a patto che chi proferisce queste parole sia davvero il proprio uomo e non quello che un’altra inconsapevolmente ti cede part-time.

C’è una categoria di donne che da sempre si muove dietro le quinte, bravissime e silenziose si accontentano di momenti rubati, di briciole di tempo sottratte ad altre come piccoli uccellini ladri. Sono le amanti.

Donne, la cui unica colpa sembra essere quella di essersi innamorate del marito di un’altra.

Alcuni le definiscono “sfascia famiglie”, altri “puttane senza scrupoli” e invece sono esseri delegati a rendere un grande servigio alla società: Rafforzare i legami. Altrui.

Non per nulla Oscar Wild diceva che “La gioia dell’uomo sposato….è chi non ha sposato”anche se i suoi riferimenti erano altri.

Il fatto è che l’uomo piuttosto che affrontare i problemi di  un matrimonio che funziona poco  cerca ricovero tra le pieghe di un’altra a patto che non rompa le palle, che non diventi impegnativa o esigente.

Perché se poi vengono spaventati da situazioni che potrebbero divenire imprevedibili, allora tornano con la coda tra le gambe a casa, in attesa di non farcela di nuovo e fuggire tra le cosce di un’altra.

Nell’immaginario comune delle amanti c’è un’idea sempre uguale a se stessa ovvero che il “proprio” uomo viva in una condizione quasi terribile, che la sua vita sia tetra, muta, infelice entro le mura domestiche. E invece il più delle volte non è così. L’uomo non soffre a vivere in casa sua, a godere dei propri figli, delle proprie comodità, dei propri amici. E la cosa più sorprendente è che anche con la signora legittima ha i suoi bei rapporti sessuali, che magari consuma con cadenza settimanale o oltre, ma comunque comprensivi di amplesso  ed eiaculazione di parole melliflue.

Ma allora il punto della situazione è che gli uomini sono dei gran bastardi? Che la colpa è tutta loro?

No. Non dico questo.

Il fatto è che in amore non esistono leggi. Può essere giusto tutto e il contrario di tutto.

Ci sono donne che scelgono il ruolo di amante per comodità. Che giocano con questo o con quello senza nessuna complicazione sentimentale. Quelle che usano i mariti delle altre mentre altre usano  i loro. Quelle che non aspettano alcuna telefonata e non si rammaricano per un appuntamento disatteso, per un incontro saltato.

Però ci sono anche quelle che vivono rapporti lunghissimi e irrisolvibili. Quelle che diventano seconde mogli senza essersi liberate delle prime. Quelle che accettano un figlio non desiderato, solo per amore. E per amore tacciono e subiscono regalando a chi non lo merita anni che non torneranno indietro.

Ho letto da qualche parte che tale atteggiamento è pari ad una vera e propria perversione sentimentale, una bulimia del cuore, un atto di punizione pari a quei piccoli tagli che menti autolesioniste  si producono sul corpo.

Ma quello che mi chiedo o meglio che vorrei chiedere ad una delle signore che hanno deciso di seguire questo percorso:

Ma per uno qualsiasi di questi maschietti, ne vale veramente la pena?

Perché se lui è un bel bamboccione che ama stare con un piede in due scarpe, che non sta con voi nell’attesa di lasciare la moglie ma sta con voi nell’attesa che lo lasciate per trovarne un’altra….o che vive tranquillamente prendendo a destra e a manca…

allora signore datevi da fare e fate scoppiare la bomba…magari giusto per l’ultimo dell’anno.

Sai che botti…..

 

Photobucketarietta alle ore 10:00 | link | commenti (31)
categorie: donne, sesso, pop , dubbi
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martedì, 18 dicembre 2007

Che ci siamo persi per strada?

Mi pare di aver notato una cosa strana. E’ un Natale sottotono, un natale difficile per la popolazione, un Natale povero forse, ma sicuramente più povero degli ultimi. La cosa strana che mi pare di aver notato è che questa realtà abbia un potere aggregativo. Ci si incontra per strada e pur sorridendo sembriamo bastonati e stranamente accomunati dallo stesso destino, perché la crisi ci ha veramente presi tutti (a parte quelli lassù in cima).

E allora mi chiedo se veramente non ci siamo lasciati prendere troppo la mano.

Abbiamo veramente perso di vista i punti saldi della vita in genere e del vivere civile?

Contano ancora quei beni morali come la parentela, la cultura e dunque la scuola,  i legami sinceri, il senso di giustizia, la salute?

Oppure li abbiamo sostituiti coi fast-food, internet ,gli I-pod , il cattivismo  i Tom Tom che ci danno punti di riferimento sicuri?

Ma vogliamo veramente rimpiazzare gli altri… con cose che ci indebitano rendendoci vulnerabili all’astio, all’insofferenza, al qualunquismo ?

Perché così facendo poi non ci si aiuta più, non ci si accorge del nostro vicino che crepa sul lavoro e di un lontano parente che ha venduto la casa. Non ci si accorge di quanto ci stiamo impoverendo sia nelle tasche sia negli affetti.

E’ una realtà così difficile da accettare da fingere che non esista ?

Photobucketarietta alle ore 21:58 | link | commenti (37)
categorie: dubbi
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giovedì, 06 dicembre 2007

Il capo, i capi e le origini in Sicilia

Io “Il capo dei capi” non lo ho visto,però ho seguito il dibattito tutto italiano che ne è conseguito.

Io del capo dei capi ne ho sentito parlare, però vivevo a Palermo quando hanno arrestato Totò Riina e ho visto la gente esultare, i ragazzi abbracciarsi per strada, gli anziani ad alzare le dita al cielo in segno di vittoria..

Io con la mafia quella “concettuale” ci convivo e sorrido alle volontà del buon Mastella che all’ultima puntata sentenzia che è sbagliato far circolare visioni simili perché si rischia l’emulazione. Vorrei potergli dire che l’emulazione spesso la garantisce la fame o il desiderio di potere e rispetto che circola in certi ambienti, ma mi pare che queste voci gli siano già pervenute.

La mafia è la mafia. Puoi contrastare quella che si esprime in associazioni a delinquere, ma quella che alberga dentro il dna siculo è più difficile. Non dico, ovviamente, che ogni siciliano è un potenziale sanguinario, dico solo che le radici di questa essenza affondano in tempi assai remoti. Ho già scritto di questo  ma mi ripeto. I primi riscontri si hanno intorno all’anno mille, ma allora era di ben altra stazza. L’esigenza nasceva dal fatto che spesso chi ci governava non risiedeva nell’isola demandando il potere a signori del luogo che agivano da luogotenenti. La sua forma malandrina cominciò a serpeggiare fin da subito perché da sempre i siculi ,essendo un popolo fiero ed orgoglioso, poco tolleravano i soprusi. Spesso le varie beghe dei locali non venivano neanche riportate ai sovrani, si tendeva piuttosto a sbrigare le faccende in loco considerandole “cosa nostra” e non  di chi aveva vinto questa terra al lancio del giavellotto. Nel corso dei secoli si è dunque assestato uno stato nello stato che se prima riferiva ai sovrani designati,  col tempo e gli interessi ha cominciato a sviluppare una propria autonomia specifica.

Con l’unità d’Italia, dovendo rendere conto al governo piemontese, si hanno i primi atti giudiziari nei quali compare il sostantivo mafia. Ma questa è storia conosciuta.

La mafia che io ho vissuto, quella assassina, quella bombarola, quella che ti fa rintanare in casa secca dalla paura  è cosa diversa di quella di cui mi parlava mia nonna, nei lunghi pomeriggi impastati di colori ad olio e caffè. Quella era quasi una favola nella quale figure di briganti si intrecciavano con lavandaie e signorotti.

Però c’è sempre stata una costante, la collusione col potere politico.

Non voglio giustiziare nessuno ne tantomeno giustificare colpe evidenti, dico solo che probabilmente è un dato impossibile da modificare. Il politico, per ovvi motivi, si relaziona a più gente possibile ed essendo questo un territorio abitato per almeno il cinquanta per cento da individui che con la mafia ci hanno a che fare,è difficile non stringere la mano a qualcuno o allungare lo sguardo su qualcuno o ascoltare le parole di qualcuno che con la mafia interagisce. In certi casi l’atteggiamento mafioso è anche comodo e parlo di quell’aspetto prepotente e arrogante che sveltisce le cose. Lo sguardo truce a mo di intimidazione, il ricorso all’amico per dimezzare i tempi delle pratiche, lo scambio di un favore per un altro, con l’intesa del debito, sono tutte attività nelle quali ci siamo cimentati almeno una volta nella vita. Il gusto del potere, il brivido della possibilità sono caratteristiche insite nell’animo umano.

E’ trarre un profitto a scapito degli altri che crea la differenza. Una differenza sostanziale pagata col sangue e con le lacrime, pagata con lo spreco nella morte di menti eccellenti, di animi integri, di appassionati della giustizia.

Perché il signor capo dei capi e il capo più indietro di lui nel tempo, ma di poco, hanno stravolto un’essenza che per quanto odiosa aveva ben poco a che fare con lo schifo della violenza per le strade o nelle stazioni. Da che esiste il mondo l’uomo uccide, lo sa bene caino che ha visto  la sua eterna condizione di temine fisso di paragone. Che l’uomo uccide per natura non lo si deve ad Hobbes e al  suo Homo homini lupus, lo si deve forse ad una volontà o ad una distrazione di Dio. Che l’uomo uccida, non per sopravvivere, ma per prevaricare…è questa la nota stonata. Se poi lo si fa per denaro e non per difesa, se poi lo si reitera per  abitudine a risolvere  i propri affari allora diventa abominevole e sicuramente condannabile.

Che oggi la mafia sia intesa come risoluzione di una condizione spesso disagiata non mi stupisce, mi stupisce di più che la scuola sia obbligatoria fino a 12 anni e poi tutti a casa o a lavorare. Lavorare si fa per dire, perché nel paese dove oggi il precariato è una certezza, esiste una terra dove lo è sempre stato, un pò per mollezza dovuta al caldo, un pò per quel senso di abbandono entro il quale ci siamo rinchiusi.

E poi ci sono le famiglie, quelle reali,  quelle fatte di padri e di madri e di figli parenti, quelle entro le quali si parla, forse di meno di un tempo al nord, ma sicuramente di più oggi qui nel sud. La mediazione tra una realtà brutale e una condizione perseguibile è la grande scommessa tra le generazioni. Oggi pare si stiano ottenendo buoni risultati anche se certi siti restano fortemente ancorati a discutibili  valori.

Tutti conosciamo i personaggi passati alla storia per il loro esempio di integrità e onestà e più che a Borsellino e Falcone, spiriti fondamentali ed integerrimi, io penso di continuo a quel ragazzino che faceva il giudice e che si chiamava Livatino che ha perso la vita correndo su una strada che percorro ogni giorno quando porto a scuola i miei figli. E tremo al pensiero che questi stessi figli un giorno mi possano dire di voler intraprendere la carriera della giustizia ma tremo anche alla possibilità che vogliano fare i politici o i medici o i commercianti o gli avvocati o gli appaltatori.

In fondo tremo all’idea che possano svendersi all’illegalità ma non attribuirei mai tale scelta all’emulazione di qualcuno bensì alla mia incapacità di potere sottoscrivere con essi un patto di eterna alleanza al bene.

 

Photobucketarietta alle ore 16:17 | link | commenti (39)
categorie: politica, emozioni, dubbi
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venerdì, 28 settembre 2007

Dead Man Married

Che l’amore guidi spesso l’essere umano oltre ogni possibile comprensione è cosa risaputa. Che l’amore renda, ciechi, sordi, stolti ce ne siamo accorti tutti,prima o poi, ma certe storie sembrano avere davvero dell’impossibile.

Parliamo del braccio della morte.

Questo luogo non luogo in cui risuona l’eco di una campana tormentosa…

“Dead Man Walking – Dead Man Walking - Dead Man Walking” Don- Don-Don

Chi vi è giunto è quasi sempre colpevole. E la colpa di cui si è macchiato è la peggiore.

Ma da sempre il detto “Chi di spada ferisce, di spada perisce” non suona le mie corde perché esiste in me una sorta di accordo magico che si chiama perdono.  Certo è semplice parlare di perdono quando non si è coinvolti personalmente in efferati casi di omicidio ma sono cresciuta a pane e rispetto e dunque voglio concedermi il beneficio del dubbio  credendo che anche in un caso simile agirei come penso.

Nessuno tocchi  caino. Anche se caino è uno stronzo.

Ma da qui a sposarlo certo ce ne vuole…

Sono centinaia e centinaia le donne che istaurano rapporti epistolari con i detenuti. Solitamente queste donne  cercano di colmare dei vuoti difficili anche da immaginare, raccontano loro di vite parallele che procedono al di là del muro. E delle sbarre. E delle catene. Spesso anche queste vite al di là sono permeate da una solitudine senza fine e senza fini. Solitudini interiori che si camuffano di buonismo a perdere e comprensione a iosa.

Un conto è cercare di tirare su il morale di chi morali e morale non ha più, un conto è innamorarsene.

Come può una donna accettare o proporre un matrimonio ad un condannato a morte? Come può una donna decidere che un’unica possibilità, ovvero quella di una innocenza non impossibile ma molto, molto remota possa trasformare la propria vita in una doppia condanna a morte?

Tameka è un’agente di polizia carceraria in una prigione del Tennessee. Nera, bella, giovane.

Durante l’ora d’aria scorta in cortile una fila di uomini vestiti di arancione con pesanti bracciali ai polsi e alle caviglie. Non un cinguettio di uccelli. Solo lo sferragliare di pesanti catene.

Uno degli uomini in fila la guarda e riesce a stabilire con lei un contatto visivo esclusivo. Lei lo chiamerà colpo di fulmine. Per lui è forse eccitazione o solo un estremo tentativo di dare voce a quel cadavere che già pensa di essere.

Edward Green si innamora,  tanto non è che ci sia molto da fare li dentro a parte pregare e dar luogo a quanto di umano resta da fare. Non la speranza di un futuro al quale aggrapparsi, non la consapevolezza che toccando il fondo per forza di inerzia si possa innescare il meccanismo della risalita. Quella palla al piede glielo impedisce. E lo lascia sul fondo.

Lei gli si concede più volte nel lettino dell’infermeria e quando i suoi superiori si accorgono dell’intrallazzo le danno un’altra possibilità: Lasciarlo ed accettare il trasferimento in un altro penitenziario.

Lei rifiuta, è incinta, lo sposa e perde il lavoro. Dopo qualche tempo perde il marito. Lo guarda mentre i muscoli cedono sotto l’effetto di una iniezione letale. Non urla, non piange. Ieri era una bella donna, nera e giovane. Oggi è una vedova.

Ma di queste storie  ce ne sono parecchie.

Donne libere che decidono la loro segregazione del cuore in nome di un amore raccattato sul web. Donne che riescono a vedere oltre il comune senso dell'orrore restituendo attimi di umanità a chi forse non la merita (ma non per questo va ucciso a sua volta).

Estremo atto d’amore o spessa coltre di pietà  a soffocarne la ragione?

Photobucketarietta alle ore 16:47 | link | commenti (25)
categorie: dubbi
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domenica, 16 settembre 2007

Assolutamente priva di ispirazione.

Ci sarà un perché?

Photobucketarietta alle ore 16:04 | link | commenti (8)
categorie: dubbi
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Chi sono

Blogger: arietta
...ma guarda un pò che arietta!...
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Il mio tempo



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Premio 10 e lode

Consegnatomi da Giuliana Argenio come "attestazione di stima, bravura e amicizia".

E da Baruli perchè:"passionale, delicata e potente allo stesso tempo... la vedo come una donna - eterna ragazza che sa scorgere le pulsioni della vita"...

Grazie infinite

Donne e Finestre




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Per me

Saprai che non t'amo e che t'amo perché la vita è in due maniere, la parola è un'ala del silenzio, il fuoco ha una metà di freddo.

Io t'amo per cominciare ad amarti, per ricominciare l'infinito, per non cessare d'amarti mai: per questo non t'amo ancora.

T'amo e non t'amo come se avessi nelle mie mani le chiavi della gioia e un incerto destino sventurato.

Il mio amore ha due vite per amarti. Per questo t'amo quando non t'amo e per questo t'amo quando t'amo.

da Cento sonetti d'amore di P.Neruda
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