
Sono fatta così, ogni tanto rubo tempo a me stessa, mi zittisco, mi metto in disparte e sento il rumore che ho dentro. Magari continuo a vivere il quotidiano come se nulla fosse ma è un vivere in parte mentre al mio interno strati di pensieri e nuove sensazioni cercano nuovi alloggi, altre sistemazioni.
Ieri sono andata al mare, ho fatto qualche foto, ho camminato e ho ritrovato pezzi che non ricordavo di avere.


Sono stata travolta dallo stupore e dalla gioia di vivere.
Si, adesso mi sento bene.
Non mi serve altro.

Io sono una che si fa un sacco di seghe mentali. Oggi dunque sto di merda, ma notevolmente di merda.
Il fatto è presto detto: Sabato sono uscita con un gruppo di amici, tutte persone più o meno della stessa età, tutti o quasi nella stessa condizione…separati, con figli e con la stessa identica volontà di non volersi arrendere al tempo che passa e che ci sfugge inesorabile. Siamo quei quarantenni che si illudono di avere ancora tutta la vita davanti e giocarsela a dadi in una notte di baldoria. Piccoli esseri contenti che esista una sindrome, quella di Peter Pan, a giustificare le cazzate che di tanto in tanto non ci lasciamo sfuggire.
Bene… abbiamo bevuto e abbiamo ballato. E quanto abbiamo bevuto… e come abbiamo ballato.
Ad un certo punto mi sono ritrovata sul tavolo del locale e li sono rimasta per tutta la notte ancheggiando come una ventenne disorientata. La nonna sul cubo. Squallido e tristissimo. Ovviamente eravamo l’attrazione del circo, tutti guardavano pietosamente ma a noi sembrava non ci interessasse nulla, ovviamente il rum e pera a cicchetti ha fatto la differenza.
Questa mattina mi sono guardata allo specchio. Questa mattina mi sono riconosciuta. Questa mattina ho dovuto fare i conti con me stessa nel tentativo di spiegarmi chi fosse quella della notte precedente. Avete presente quando particolari rimossi riaffiorano in flash disegnando uno scenario che invece si vorrebbe non ricordare? Avete presente la sensazione che si impossessa della testa e di tutto il corpo quando ci si rende conto che è ormai troppo tardi e che non è possibile cambiare l’accaduto? L’impotenza generata da una sorta di disperazione gratuita?
Io ho 2 figli. Sono ancora dei bambini ma ho sempre agito pensando a loro per primi. Ho sempre scelto di fare cose per le quali non dovermi vergognare rimediando giustificazioni da quattro soldi. Eppure ieri sera non pensavo a loro. Pensavo a me. Per una volta pensavo a me. E basta.
Adesso mi tocca riconquistare parte di quella dignità che devo aver lasciato appesa al palo della Lap dance di un postribolo a cui darei volentieri fuoco.

Il mio giardino...


Questo l'orto...


E questo è il mio mondo all'interno... prego accomodatevi...

Qui scrivo... parlo... respiro…vivo
e qui...

alcune volte dormo, ma spesso penso, piango, ascolto musica, leggo, coccolo i miei figli e mi strutturo... giorno per giorno, uno dopo l'altro....
E questa è la cappella di famiglia (come la chiamo io)… luogo di culto per me, perché nutrire chi amo è una vera missione…

Senti che arietta…

Fare l’amore… Una meravigliosa esperienza. Ogni volta.
Non è solo sesso, certo che no!
Non è solo tenerezza, affatto.
Non è solo comunione, neanche semplice comunicazione.
E’ un po’ di tutte queste cose insieme in una ricetta dal dosaggio perfetto.
E’ un piacere che si distende sul letto del tempo. Inizia ed è subito impeto, voglia, fame alchemica e si protrae fino allo sfinimento, allo stordimento dei sensi.
Sintetizzarsi nell’altro diventa un gioco in cui la percezione della somma stabilisce l’equilibrio funambolico di quegli attimi intensi
E il ritmo del respiro diventa una voce assordante che sovrasta la folla di tutto il resto.
E i gemiti… note sinfoniche che colano dal pentagramma dell’anima.
Fare l’amore è dirsi tutto quanto con le mani.
Fare l’amore è dare modo ai sussulti di divenire linguaggio e le parole carne e il tempo un semplice dettaglio
Fare l’amore è una gioia che riesce anche a far male tanto è intensa… quando è intensa.
Fare l’amore è averti negli occhi e nella bocca.
E sopra.
E dentro.

La delusione ha il sapore amaro della birra scura dei frati trappisti.
La delusione ha il colore verde chiaro penicillina, l’odore di una polvere purgante e il peso di un macigno di calcestruzzo.
In un primo momento ti si palesa davanti come una nuvola nera che promette solo pioggia a catinelle.
Poi diventa una sorta di vapore e l’umidità si insinua sottopelle e infradicisce le ossa che sembrano gonfiarsi ed espandersi e premere, premere su quel vano strettissimo , quasi un loft di terz’ordine del nostro io più profondo.
La delusione è una lampada al neon la cui luce giallognola scivola sull’intonaco bianco rendendo tutto asettico e ospedalizzato.
La delusione morde più di tutti i cagnacci che ti popolano il sonno dopo una notte di bagordi.
La delusione è meccanismo strano, si innesca quando ciò che credi perfetto comincia a manifestare segni di intolleranza e dunque a palesare strani e deformi bubboni.
Te la ritrovi nella scatola delle lettere del cuore a chiazze amebiche di muffa stantia e sai che nulla servirebbe a salvarne il contenuto, vanno solo buttate che quella carta non te la ricicla nessuno.
E i “ti amo” diventano “Chi sei?”
E Il tuo nome quello di un’altra.
E il sudore appiccichiaticcio invece di sensuale.
E le lacrime viscide invece di sanguigne.
La delusione trasforma tutto e rende le intelligenze kit di memoria e la bellezza un insieme di discreti difetti e le parole maniera stilografica …
E me…
Una donna sola
al cospetto delle mie aspettative…

“Sarei già andato davvero lontano, tanto lontano quando è grande il mondo, se non mi trattenessero le stelle che hanno legato il mio al tuo destino”….(Goethe)

E’ davvero tanto caparbio l’amore?
E’ davvero tanto arrogante da spazzare via ogni nostra convinzione e sistemarsi al centro di tutto?
E davvero tanto potente da non darci possibilità di scelta se andare o restare?
Ci lascia, l’amore, senza via di scampo, annullando ogni nostra volontà a reagire?

Vorrei poter sciogliere questo nodo scorsoio di stelle e sospiri… vorrei poter guardarti mentre vai via di spalle senza voltarti indietro. E non sentire nulla, se non il rumore dei tuoi passi che si perdono ai margini di una strada che non è più la nostra.

Ho superato ostacoli maggiori, mi dico, eppure questa realtà non serve a lenire il dolore che giorno dopo giorno si sistema a strati come fogli di carta in pila sui quali vi è traccia di inchiostro di te e di me e dei nostri sguardi, delle nostre parole, dei nostri baci.

Avevo paura e tu lo sapevi, adesso sono qui ad incassare il colpo.
Vorrei poter gridare che l’amore non è per me,
che non ho la forza giusta per sorreggerlo,
che non ho la pazienza dovuta per assecondarlo,
che non ho la capacità necessaria per contenerlo.

Io non so mediare l’amore. Mi confonde, certe volte mi offende, altre mi dimentica. E’ come se per avermi non concepisse riguardi. Mi fa prigioniera dei miei stessi sogni e delle mie lenzuola. 
Devo andare via.
On air :Adele – Chasing Pavements
Le opere sono di Zhaoming Wu

Ci sono momenti in cui riflettere diventa una priorità del mio essere donna.
Ci sono momenti in cui mi sento talmente dimessa e bastonata da concedermi un po’ di tempo da dedicare a me stessa , nel tentativo di capire dove sto andando e perché.
Da ragazzina avevo questa incredibile mania di dare un senso a tutto. Non sapevo quello che so oggi e cioè che non tutto è controllabile, che molte cose sono imprevedibili. La logica mi diceva che ogni problema avesse in sé la soluzione, ogni oggetto una funzione specifica, ogni parola un senso assoluto.
Non conoscevo ancora i Fenomeni, le Alchimie, i Doppi Sensi per cui il confronto con la complessità del mondo reale mi appariva feroce.
Crescere ha significato cedere il passo agli eventi, riconoscere le cause per cui vale la pena lottare o scorgere i momenti in cui è più logico fermarsi e aspettare.
In momenti sfuggenti come questo, invece di rincorrere un ordine che dia senso a ciò che vivo, mi metto comoda e aspetto che ogni cosa trovi la sua disposizione naturale. I dolori diventeranno più sopportabili, i pesi meno gravosi e la vita più vivibile.
E’ forse crescita, è forse resa o forse solo stanchezza.
Però non riesco a controllare ciò che sento in alcuni frangenti ovvero il mio desiderio di perdermi in uno sguardo, di seguire il filo di certe parole,di lasciarmi andare ai battiti di un cuore qualsiasi, di approdare nei terreni sconfinati di un sogno che concederebbe un non senso dolcissimo alla mia esistenza….
E penso che se perdessi la mia dimensione dello stupore o quel forte desiderio di sbattere i piedi per terra e di mettere il muso…allora sarebbe davvero finita.
(Dedicato a tutte quelle donne che non smetteranno mai di essere delle ragazzine)

Ho deciso per il silenzio e allora ti scrivo , tanto non puoi rispondere e comunque non lo avresti fatto neanche se fossi stato qui in carne e ossa. Perché sapevi che il tuo silenzio avrebbe assorbito le mie lamentele restituendomi un po’ di spazio su cui stendere altri pensieri.
Forse questa lettera andrà sul blog. Forse il blog mi serve a diluire un po’ la tua assenza.
Certo che sei stronzo Michè a farmi tutto questo male e a non averne colpa. Tu e il tuo cancro non mi avete lasciato alcuna possibilità. Lui si porta via un sacco di vite, un sacco di storie e questa volta si è portato via la nostra, lasciando ricordi a cumuli. Ma i ricordi, ad un certo punto non sorprendono più, sono sempre gli stessi per questo col tempo perdono la loro aggressività e alla fine un po’ ci annoiano.
In certi momenti mi pare di essere in una di quelle scene da film poliziesco quando qualcuno parla con un detenuto che siede oltre un vetro con un telefono in mano. Nessun contatto reale, nessun alito che possa insinuarsi dentro l’anima. Questo siamo, detenuti, condannati.
Siamo distanti e pure così vicini Michè….
Mi ricordo i nostri silenzi che duravano ore, giorni e che poi finivano così come erano cominciati. L’uno faceva irruzione nella vita dell’altro e ci inondavamo di parole perchè quei silenzi tra noi erano il normale scorrere del tempo tra un pensiero e un altro.
Ora questi silenzi sono tutto quello che ho. Tra un pensiero e un altro.
In questi giorni leggevo dell’amicizia, io stessa l’ho paragonata ad un’opera d’arte ed il viverla diventa una sorta di costante esecuzione imperiosa, con acuti e stecche, con allegri ma non troppo e marce trionfali. Il fatto è che in certi momenti mi sento così sola da non riuscire a sostenere il peso di alcuni sentimenti che richiedono tempo e attenzioni e allora chiudo il mio cuore ad ogni sinfonia, rimetto a posto gli spartiti e scendo giù dal palco.
Io mi perdo, tu lo sai come mi è facile questo. Mi succede di continuo quasi fosse un’esigenza intima per testare la forza del bene di chi dice di volermene. In effetti metto tutto quanto in discussione, sempre. Niente riesce più a soddisfarmi e allora sono alla continua ricerca... di cosa davvero non so.
In certi momenti penso a quando io perderò te , perché io ti perderò. Questo succederà quando la nostra diversità sarà talmente evidente da non poterla più nascondere. Perché tu sarai per sempre quel bel ragazzo di 38 anni, mezzo pazzo e mezzo saggio, che ho visto crescere fino ad un certo punto e io invece diventerò tua madre, tua nonna, una signora di mezza età che non conoscerai mai, con una vita che non ti apparterrà mai, con esperienze che non saranno mai anche tue. Sarò un'altra io a prescindere da ciò che abbiamo vissuto insieme.
Il silenzio mi aiuta a non sentire. Il silenzio mi aiuta a non aprirmi. Il silenzio mi separa da tutto il resto a cui al momento non voglio appartenere.


![maschere[1]](http://files.splinder.com/dbf35985d914079ba53eec6d83d97b59.jpeg)
«Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui ci sta qua, in mezzo alla fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come tanti cani arrabbiati. - Non si può. E che faccio allora? Do' una giratina così alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si intorbidano. E allora... allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, per rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio! ». (dal Berretto a sonagli- L.Pirandello 1916)
Il tutto dipende dalle note caratteriali di ciascuno, dalla passionalità nell’esporre le proprie idee ed anche dalla capacità di mediazione che può o non può appartenerci.
Esistono diversi modi di porsi a chi ci sta vicino ma sicuramente un approccio calmo e gradevole è quanto ci aspetteremmo da chiunque. Il tono rende ciò che vogliamo comunicare più o meno incisivo ma le leggi della buona educazione non dovrebbero mai essere perse di vista. Quando ciò che diciamo non viene compreso nel giusto modo allora è il caso di fare appello alla nostra serietà e di prendere le distanze da chi ci ascolta per dare una maggiore forza alle nostre ragioni.
Se poi quanto da noi sostenuto non viene del tutto considerato anzi viene deriso o peggio ancora stravolto, la nostra parte più istintiva (quella che aleggia sempre sopra le righe) irrompe decisa dando sfogo a tutta quanta la rabbia, trasformandoci in furiosi paladini della nostra stessa verità…Pazzi appunto.
Ma queste ormai non sono più le regole del gioco.
Sempre più spesso alziamo il tono della voce per accreditarci una visibilità che ci dia una posizione superiore agli altri.
Siamo diventati tutti seri, tutti al limite. E perdiamo troppo in fretta la pazienza, ci incazziamo, ci agitiamo sventolando le nostri ragioni.
Abbiamo perso la corda civile, non la giriamo più, neanche quando parliamo al telefono con la laureata del call-center che vuole venderci una tariffa migliore delle altre. La liquidiamo velocemente con tono altero sottolineando che ha interrotto il nostro da fare, anche se era niente o poco più.
Urliamo ai figli, mandiamo al diavolo il vicino,
quello che ci frega il posto per l’auto,
chi, passandoci accanto ci urta.
Basterebbe bloccarsi un attimo e perdere la coincidenza con l’incazzo garantito. Treno puntualissimo aimè, che non sbaglia mai una corsa.
Le nostre posizioni sono sempre più accreditate delle altre. I nostri ritardi più in ritardo di quelli degli altri, i nostri guai più grossi, i nostri mali più dolorosi, le nostre idee più valide, le nostre notizie più attendibili.
E questa generazione si incarta su stessa, avendo dimenticato da qualche parte quell’educazione che altri ci avevano consegnato.
E i nostri figli ci guarderanno come?
Verranno su dei gran maleducati con l’I-pod come scudo contro un mondo fatto di altre persone che un tempo avevano il dono dell’educazione?
Oppure ci guarderanno un po’ schifati perché i quarantenni (o giù di lì) non hanno saputo far tesoro di quello che invece loro sanno per istinto ovvero che il vivere civile passa attraverso la comunicazione e la comunicabilità?

Ho 15 anni, mi chiamo Kisha, sono irachena. Ho sempre vissuto nel mio villaggio con la mia famiglia.
Tutti quanti ,tranne mia madre, mi trattano come una capra.Ridono di me, mi tirano i sassi, mi cacciano con le botte.I miei fratelli mi svegliano con i calci e dicono che sono un mostro.
La mia faccia è piatta, il mio naso schiacciato, i miei occhi lacrimano, la mia lingua è tagliuzzata. Ma non sono un mostro. Io non sono un mostro, sono una bambina che la notte ha freddo e che ha paura del buio.
L’altra notte sono entrati in casa, erano un gruppo di soldati cattivi.Mi hanno presa e portata via. Mia madre gridava, mio padre la picchiava. Mi hanno fatto salire su un camion e mi hanno portato nel deserto.
Gridavano e ridevano e fumavano.
Mi hanno strappato i vestiti di dosso, mi hanno coperto la faccia coi loro stracci, mi hanno bruciato la pelle con lame infuocate. Io sono solo una bambina.
Mi hanno infilato dentro i loro bastoni di carne, uno, due, tre, dieci. Mi hanno svuotato la pancia del sangue che ha cominciato a colare. Io sono solo una bambina.
Sono rimasta un giorno intero e una notte, legata e al buio. Ma avevo troppo dolore per sentire paura.
Questa mattina sono venuti da me. Ho gridato “No! Lasciatemi, ho male, sono una bambina io, sono un mostro, state lontani da me, ho male, ho male, ho male!”Ma loro mi hanno presa e lavata e vestita.
Mi hanno detto che nessuno mi avrebbe voluta e che al mio villaggio mi avrebbero uccisa per questo devo andare da Allah con i miei piedi.
Adesso cammino piano, mi brucia lì in mezzo alle gambe, ho un peso sulle spalle che a stento reggo.
E poi quando sarò al mercato dovrò tirare questo filo e BOOOOM Allah mi aprirà le sue porte.
Io sono solo una bambina.
Al Qaida utilizza donne e bambine down come Kamikaze.
Non credo di aver mai odiato nessuno se non chi oltraggia i più deboli, chi riversa la propria efferatezza sui bambini, chi si scaglia sui malati…. e stamani provo un enorme schifo.
Una lacrima per tutte quelle donnine violate, infibulate, uccise in nome di un’inferiorità che è solo nella mente dei loro aguzzini.
Una carezza a quegli angeli che hanno dovuto abbracciare la morte loro malgrado.

Alcune persone ci aiutano a crescere, a vivere. Sono quelle presenze costanti ed imprescindibili alle quali ci rivolgiamo nei momenti del bisogno, anzi alle quali neanche occorre appellarsi perché loro sono comunque lì pronte a sorreggerci, a porgerci la mano e far forza sul braccio per salvarci dal vuoto sul quale pende la nostra dignità. Parlo di quelle persone che ci amano per partito preso, per imposizione sovrannaturale, perché così deve essere. E questa condizione resta immutata e immutabile nel tempo…irrompendo prepotentemente entro i termini del per sempre.
Ma la vita gioca tiri insoliti e alcune volte arriva il momento di dover ricambiare. Questo ci fa male perché mai avremmo i voluto trovarci in una situazione simile…e non per noi stessi.
Perché i deboli eravamo noi, quelli che si cacciavano nei guai, quelli che combinavano le cazzate che avrebbero pagato per molto, moltissimo tempo. Loro erano su di noi a ripeterci “Vedrai…passerà, supereremo anche questa…tranquilla”
E poi capita di essere travolti da scoperte che mai avremmo voluto fare. Ci ritroviamo davanti a ciò che mai avremmo voluto vedere o sentire. Diventiamo testimoni di una caduta totale, rovinosa, dolorosa e sappiamo che non possiamo girarci da un’altra parte e fingere di non vedere. Occorre affrontare il problema, magari senza parlare per non acuire il dolore di chi viene colto in fallo. E allora tocca a noi tendere la mano e fare leva sul braccio. Ci accorgiamo del peso della vergogna, lo sentiamo come se fosse un filo elettrico che ci attraversa da capo a piedi e cerchiamo di resistere, di fingere che non carbonizzi tutto quanto dentro di noi.
In amore tutto è a doppio senso, anche quelle parole “vedrai…passerà, supereremo anche questa . Tu e io insieme… papà”
Perché essere figli ha in se la stessa potenza dell’essere genitori, soprattutto quando si cresce e i nostri diventano anziani. Allora li guardi e dentro senti rabbia e tenerezza insieme e paura di perderli e gratitudine perché se sei riuscita ad arrivare fin qui lo devi anche a loro, a quella capacità che hanno avuto a salvarti la vita.
Oggi mi sento mio padre e vedo in lui sua figlia.

Se potessi farlo, ti chiamerei adesso nel cuore della notte per dirti “Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo”.
Ma l’orgoglio me lo impedisce. Non voglio tu sappia che adesso sei nei miei pensieri. Che ci sei rimasto l’intero giorno e che da mesi è quasi sempre così.
Devo dirti addio perché restare con te mi fa male. Ed io devo pensare a me stessa.
Credo che ciò che mi ha reso quello che sono sia stato il dovermi prendere cura di me per anni. Ho sempre provveduto a consolarmi, a sorreggermi, a bastarmi. Quando ancora non avevo esperienza dei sentimenti mi affrettavo ad infilare il mio cuore nelle mani di chiunque….piccola e desiderosa di calore umano, di linguaggio che passa attraverso la sicurezza delle carezze. Non immaginavo che esistessero le carezze bugiarde, puttane, assassine.
Adesso che le conosco le evito.
Mi ricordo di quando ero un’altra. Mi ricordo di quando riuscivo a restare impigliata ai sogni e me li portavo dietro orgogliosa per giorni. Sognavo di un amore potente che si dilatava per aderire ai miei tempi di vita. Lo vedevo profondo e attento. Capace e temerario. Un amore che si svelava sotto la trama delle parole e delle attenzioni. Un amore che fosse di fuoco e d’aria, d’acqua e terra. Totale. Bellissimo.
Poi ho capito che i sogni sono merce sopraffina. Costano cari e durano poco. Come quelle rare orchidee nere. Fiori di carne.
Li conosco quelli come te, quelli che non si sbilanciano mai , quelli sempre convinti di non doversi occupare di alcuno, quelli che interrompono i discorsi per ficcarci dentro i propri pensieri, le proprie parole. Incuranti. Svogliati. Frettolosi. Eppure dolci e sapienti. Saggi a metà e per l’altra impertinenti e monelli come eterni bambini, convinti che sia possibile perdonargli tutto. Sempre.
Ho ricordi di te che devo abbandonare sul ciglio di una strada qualsiasi, al freddo, al buio. Ho attimi vissuti insieme che devo rimuovere come si fa come con le macerie dopo un terremoto. Ho discorsi che avrei voluto farti da imballare e spedire lontano. Devo ripulirmi da te. Dai tuoi respiri sul collo dopo aver fatto l’amore. Da quegli occhi d'argento che si incagliano ai miei come un relitto su un fondo sabbioso. Dal peso del tuo corpo che ancora mi scalda.
E’ tempo di dar aria alla stanza e mentre tengo tra i denti il fermaglio a matita che a breve infilzerà il nodo di capelli raccolti sulla nuca, mi vedo guerriera in una smorfia beffarda. Temo l’amore e per questo lo affronto nella speranza di esorcizzarne il potere. Perchè non permetterò che mi si facciano ancora buchi profondi e dolorosi.
Giungerà il momento della resa?
Non ora. Non con te. Non ne vale la pena eppure mi struggo. Perchè anche se non lo ammetto eri il desiderio che esprimevo alla vista di una stella cedente, il brivido che mi percorreva quando la pioggia rigava i vetri della mia finestra. Eri un'idea che avrebbe potuto trasformarsi in conferma.
Eri tu. E non avrei voluto altri.
Ora non voglio.
Non sento.
Non mento.
E' finita.

Guardo la mia immagine riflessa allo specchio e penso che il tempo sia stato inesorabile ma benevolo.
Guardo mia figlia e la rivedo come in quella prima volta, con la consapevolezza di conoscerla da sempre e la sensazione che fosse in me fin dall’inizio dei giorni, a prescindere da tutto, a discapito degli altri. I suoi capelli adesso sono lunghi e di seta e non l'ho mai creduta tanto bella come adesso con le guance rosa di caldo di legna che arde e quello scintillio nello sguardo di gemma che sboccia.
Guardo la mia casa e la vedo capanna e castello, accogliente , protettiva, sincera e calda . I muri sono rivestiti di fiato e vapore di cucina, fumo di legna e sicurezze. I pavimenti non cedono ai passi anzi sorreggono cuori pesanti e menti pensanti. E' riparo. E' fortezza. E' alcova. E' approdo sicuro e salvezza.
Guardo mia madre e ho certezza che il perdono arriva sempre e si poggia come un velo ad assorbire rancori e paure. Restituendo ai dubbi verità sottratte . E dignità all’amore.
Guardo il mio cane e mi accorgo di quale essenza è fatta l'amicizia sincera. L'affetto, certe volte, assume forme strane di occhi lucidi e musi che si strusciano nella certezza di una carezza, nella richiesta di un' attenzione, nella speranza di un cenno che parli e tranquillizzi, "dai vieni qui bella, stammi vicina".
Guardo il mio mare e penso di non ricordare cosa ho provato quando lo ho visto per la prima volta perché è sempre stato qui davanti ai miei occhi e questa immensità mi appartiene... cristalli di salsedine nel vento e aria che si impiglia fra i capelli. E nulla, in fondo, ci potrà cambiare l'uno nei confronti dell'altra.
Guardo i giorni che sfilano come piccoli soldatini di piombo a passo di marcia, ordinati, ubbidienti, silenti. Penso agli altri che verranno e troverò un modo nuovo per guardare anche tutti quelli che seguiranno ancora...Perchè di giorni e giorni è fatta la vita e questa vita non mi basta mai...dovesse durare in eterno.
Guardo avanti e non mi volto indietro. Mai. Ciò che ho trovato mi ha arricchito, ciò che ho perso mi manca ma ormai è andato.
E se anche non guardassi, vedrei tutto ugualmente, perche ormai sono quella che sono e questo mi basta.

Affondo gli occhi nel buio e mi concedo ad una serata di solitudine totale.
La casa tace, non c’è nessuno al di fuori di me. L’assenza di rumore rimbalza sulla superficie dei muri lasciando che l’orecchio si sintonizzi sulle frequenze del silenzio.
Ho tempo per riflettere.
Amare significa ,anche, muoversi come un funambolo attento.
Ma non è mantenendo sempre l’equilibrio che si costruisce un rapporto. Perché quell’amore di cui tanto si parla non può occuparsi di non urtare la permalosa sfera del pensiero dell’altro. Il controllo dovrebbe prescindere l’amore e l’abbandono dovrebbe essere una condizione essenziale. L’intimità non dovrebbe temere limiti di parola, di azione, di pensiero.
Se chi ama deve preoccuparsi di non offendere la fonte del proprio sentimento, se deve misurare le parole, modulare il tono, sperare che il giorno che inizia sia un giorno buono o al massimo un giorno così così, di che amore si va dicendo? E come lo si potrebbe accettare?
Eppure io sono fatta così. Mi rabbuio per un nonnulla, divento scontrosa se non mi sento compresa. Mi chiudo come un pugno se mi sento attaccata. Allontano gli altri prima che diventino un preludio di indispensabilità.
Soffro per non soffrire, piango per non parlare, mi trasformo in pietra per non agire.
E aspetto…
Aspetto che qualcosa cambi, forse aspetto di morire o solo di giungere ad uno stadio di stasi interiore, dove la calma procede impetuosa senza che si possano scorgere attimi di impazienza febbrile.
E aspetto…
Aspetto che le lacrime ghiaccino in stalattiti appuntite e che il martellare del cuore sia solo di sottofondo al silenzio assoluto. E che il ghiaccio diventi coperta. E il nero luce. E la fragilità speranza.
Esiste qualcosa del genere?
Perché non riesco più a sentire nulla?
E aspetto…
E se aspettare non bastasse? E se questo fosse il destino che mi è stato cucito addosso quando ero solo un’ipotesi? Un’armatura contro gli imprevisti del mal di vivere?
In fondo aspettare ha in se un che di romantico, di illusorio. O è solo un modo per impiegare il tempo quando ci si accorge che non si ha altro da fare.
Questo silenzio è baccano.


Sono un mostro.
Ho la faccia di bronzo, il corpo di pietra e il cuore di plastica.
e inoltre aggiungo:
Chi cazzo sei?
Che vuoi da me? Che volete da me e dico a chi punta il dito?
Non capite e pretendete. Non vi soffermate e giudicate.
Tu questo, tu quello. Tu di qua, tu di la.
Mica ti tedio con le mie questioni intime e intimistiche. Sono una che tira dritto io. Non mi soffermo. Devo andare avanti, devo sempre andare avanti. Perché nessuno si aspetta niente ma neanche che mi soffermi sui miei dolori.
Non c’è pace lo so, l’ho sempre saputo e allora ho dovuto fare alchimie è trasformare il tessuto cardiaco in pvc affinchè non si ledesse con questi continui sussulti.
Mi hanno crocifissa anzitempo perché ero come ero e allora a darci dentro in tanti “che tanto da te ci aspettiamo grandi cose”. Tutti ad aspettarsi qualcosa, la testa, il cuore, la figa.
Eccomi qui, sono carne da macello.
Venghino signori che qui c’è roba buona…..
Che ne sai delle mie lacrime? Che ne sai delle mie paure? Di come tengo stretto il cuscino di notte quando intorno c’è solo gelo?
Che ne sai di quello che si prova a cercare certezze in un pozzo senza fondo di rifiuti e porte chiuse?
Sono stata mille io diverse, ogni volta nella speranza di accontentar qualcuno.
Quale tremenda verità ferisce te più di me?
Che l’amore mi sfiora ma non mi travolge?
Pensi che questo supplizio ferisca più te o più me?
Hai pensato a cosa si prova a portarsi appresso una zavorra al posto del cuore. Ci hai pensato cazzo?