


Edward Hopper – Hotel-room 1931. Oil on canvas 60 x 65 inches
“Niente intorno a me è familiare se non i miei stessi indumenti che ordinatamente ho riposto accanto al letto.
Avevo pensato che andando via tutto sarebbe stato più sopportabile e invece mi ritrovo in una camera qualsiasi ,di un hotel qualsiasi, in un posto qualsiasi continuando a soppesare questo mio incredibile senso di vuoto.
Odio esser trattata male e questo tu lo hai sempre saputo, non fa differenza se non hai mai alzato un dito sulla mia persona… i tuoi atteggiamenti, i tuoi modi sgarbati, la tua arroganza mi offendono in egual modo, forse tanto quanto l’indifferenza atavica di cui ho vissuto dal giorno in cui sono nata.
Le parole sono fendenti, puntute, scorticanti. E tu riesci ad usarle ad arte.
Le tue parole sanno diventare una massa d’acqua che travolge ogni cosa trovi lungo il percorso che le scivola sotto. Le tue parole, i tuoi rimproveri, le tue offese sgretolano gli attimi intensi di sintesi fra noi, annientano la nostra continua ricerca di una formula matematica che possa comporre entità diverse fra parentesi, in un unico, inscindibile binomio.
Non ho smesso di amarti però ho smesso di credere in noi. La mia stanchezza non lascia spazio ad ulteriori tentativi di rimedio, certo il periodo non è esattamente quello giusto, con il Natale alle porte la sensazione di esser sola al mondo diventerà ancora più angosciante, ma il coraggio non mi è mai mancato e le grandi opere hanno comunque un inizio e una fine a prescindere dal tempo e dallo spazio.
Al momento mi sento come fossi una cosa, una cosa qualunque posata da qualche parte… cosa vuoi che importi dove…
Questo è il mio addio.
Nient’altro da aggiungere”.
Rileggeva in silenzio le righe scritte all’uomo che le scoppiava dentro e quella camera qualsiasi, di un hotel qualsiasi, in un posto qualsiasi era l’unica certezza in quel suo scampolo di vita.
Tu pensi di essere forte.
Ti concedo questa illusione, ti renderai conto presto di quanto sia difficile ingoiare il boccone amaro della perdita. Della sconfitta.
Le donne sanno portare a termine con dovizia i loro impegni. Sono sempre molto coinvolte in ciò che accade, ma a loro (noi) è stata data una possibilità in più che le differenzia dall’uomo che partoriscono.
Il sentimentalismo delle donne ha radici arcaiche, bibliche e questo fardello ne ha fatto esseri speciali e in certi casi davvero superiori.
Piangono, ascoltano, chiariscono, affrontano, certe (troppe) volte subiscono e in molti casi perdonano.
Ma c’è un limite che proprio non riescono a superare ed è quello dell’annullamento totale al cospetto di un uomo. Al massimo si struggono toccando un fondo troppo profondo ma già quella è una vittoria perché in quel fondo è custodita la giusta spinta per la risalita. E quando una donna riemerge dal proprio dolore non credo possa ulteriormente essere scalfita da tutto il resto.
Anche la donna più stupida e vacua trae forza e dignità dalle proprie lacrime. Affronta il destino che la storia le ha assegnato nel modo in cui la storia le ha insegnato: Occhi bassi e mente lucida.
Vendetta, rivalsa, riscatto, superiorità oggettiva, chiamalo come vuoi ma è questo il motivo che le spinge oltre la delusione, oltre il rifiuto, oltre le umiliazioni.
E dopo un periodo più o meno lungo in cui è fondamentale prendere coscienza del proprio strazio
e dopo aver metabolizzato i colpi
e dopo aver mediato fra se stesse e il proprio lutto….
…sanno sempre da dove ricominciare è solo questione di tempo.