
Di padri amorevoli che accudiscono e allevano i propri figli poco si dice. Eppure sono uno schieramento la cui forza va oltre il quotidiano vivere .
Sono uomini intensi.
Sono uomini attenti.
Amorevoli, fieri e orgogliosi del proprio ruolo, accompagnano i figli nella crescita.
Le separazioni e i divorzi sono in aumento, spesso (quasi sempre) tali realtà assomigliano a puzzle, a mosaici, i cui pezzi offrono una visione interamente frantumata di un insieme che non è più insieme.

E il padre è il pezzo più solo di tutti.
Quasi sempre, per motivi più o meno legittimi, i figli vengono affidati alle madri, la cui cura, si dice, sia maggiormente adatta alla crescita di questi. Ovviamente non sempre è così. Perché ci sono madri impegnate, stanche, deluse, menefreghiste e qualunquiste. Madri la cui attenzione è sempre rivolta ad altro. Ad altri.
I padri amano come le madri ed è sempre stato così. Oggi hanno scoperto un nuovo modo per esprimere questo sentimento, abbandonando consapevolmente quell’immagine rigida e grigia da anni 50. Oggi i padri giocano coi figli, li aiutano nello studio, li accompagnano , li seguono, gli parlano. Ma alcuni fra questi, uomini speciali, fanno molto di più: Li crescono. Si prendono cura di essi in ogni particolare, dalla cena al bucato, dal bagnetto alle coliche. E questo loro impegno fa la differenza. Rende i figli forti e giusti.
Un consiglio alle donne separate che armano lotte ingiuste contro gli ex: il fatto che questi siano stati dei pessimi compagni non sempre significa che siano dei cattivi padri, anzi non lo sono quasi mai.
Amare i propri figli significa concedere loro il meglio. Un padre è il 50% di questo meglio che difficilmente riesce ad esprimersi in un fine settimana su 2. Non poniamo ostacoli spazio temporali all’amore. Non precludiamo ai nostri figli la possibilità di essere felici, anche se in maniera differente, è il minimo che si possa fare.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
Che la prima viola sull'opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell'altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.
Camillo Sbarbaro (raccolta poesie – Pianissimo 1914)
On air: father and son – cat Stevens
Le opere: oli su tela – lindsay dawson
arietta alle ore 09:55 | link | commenti (42)
Ho 15 anni, mi chiamo Kisha, sono irachena. Ho sempre vissuto nel mio villaggio con la mia famiglia.
Tutti quanti ,tranne mia madre, mi trattano come una capra.Ridono di me, mi tirano i sassi, mi cacciano con le botte.I miei fratelli mi svegliano con i calci e dicono che sono un mostro.
La mia faccia è piatta, il mio naso schiacciato, i miei occhi lacrimano, la mia lingua è tagliuzzata. Ma non sono un mostro. Io non sono un mostro, sono una bambina che la notte ha freddo e che ha paura del buio.
L’altra notte sono entrati in casa, erano un gruppo di soldati cattivi.Mi hanno presa e portata via. Mia madre gridava, mio padre la picchiava. Mi hanno fatto salire su un camion e mi hanno portato nel deserto.
Gridavano e ridevano e fumavano.
Mi hanno strappato i vestiti di dosso, mi hanno coperto la faccia coi loro stracci, mi hanno bruciato la pelle con lame infuocate. Io sono solo una bambina.
Mi hanno infilato dentro i loro bastoni di carne, uno, due, tre, dieci. Mi hanno svuotato la pancia del sangue che ha cominciato a colare. Io sono solo una bambina.
Sono rimasta un giorno intero e una notte, legata e al buio. Ma avevo troppo dolore per sentire paura.
Questa mattina sono venuti da me. Ho gridato “No! Lasciatemi, ho male, sono una bambina io, sono un mostro, state lontani da me, ho male, ho male, ho male!”Ma loro mi hanno presa e lavata e vestita.
Mi hanno detto che nessuno mi avrebbe voluta e che al mio villaggio mi avrebbero uccisa per questo devo andare da Allah con i miei piedi.
Adesso cammino piano, mi brucia lì in mezzo alle gambe, ho un peso sulle spalle che a stento reggo.
E poi quando sarò al mercato dovrò tirare questo filo e BOOOOM Allah mi aprirà le sue porte.
Io sono solo una bambina.
Al Qaida utilizza donne e bambine down come Kamikaze.
Non credo di aver mai odiato nessuno se non chi oltraggia i più deboli, chi riversa la propria efferatezza sui bambini, chi si scaglia sui malati…. e stamani provo un enorme schifo.
Una lacrima per tutte quelle donnine violate, infibulate, uccise in nome di un’inferiorità che è solo nella mente dei loro aguzzini.
Una carezza a quegli angeli che hanno dovuto abbracciare la morte loro malgrado.

Mai un genitore dovrebbe sopravvivere ad un figlio. Non è naturale. Non è accettabile.
E invece la vita segue percorsi la cui logica disattende teoremi, distanze calcolate di iperboli, ellissi simmetriche, fattori elevati a potenza.
La vita ha in comune con la logica matematica solo il concetto di incognita. Ma in questo caso quasi mai calcolabile. Quasi mai prevedibile.
E dunque succede che un padre debba piangere la morte di un figlio. E mai più la sua vita sarà la stessa, non sarebbe neanche vita se non per quella necessità vaga di respirare e nutrirsi e piangere.
Ma che un genitore sia la causa della morte della sua stessa progenie non è plausibile.

Non mi scaglio contro Pappalardi il padre di Gravina di Puglia così come non mi sono scagliata contro Anna Maria Franzoni o contro quei genitori per i quali non è possibile accertare un’effettiva colpevolezza, mi astengo dal formulare congetture e attendo che la giustizia compia il suo corso. Però la sola ipotesi sfinisce il mio senso materno.
Le accuse sono talmente gravi da apparire ridicole. Uccidere entrambi i figli in un eccesso d’ira per aver disatteso un divieto? Avere inveito in maniera talmente violenta su 2 innocenti da causarne la morte? E per quale offesa? Per esser stati trovati in piazza a spruzzarsi acqua da pistole giocattolo, piuttosto che in camera a scontare una punizione la cui efficacia doveva garantire un’educazione pregevole ?
Mio Dio, la verità non può essere tanto feroce.
Le braccia che avrebbero dovuto accoglierli a riparo di tutto il male del mondo sono diventate armi impietose generatrici di morte? Machete? Clava? Cappio?
Non posso accettare questa condanna. Perché in questo caso dovrei concepirne la colpa. E la mia piccola mente non è in grado di lasciare spazi che possano essere invasi da realtà tanto abbiette.
Voglio appellarmi(non solo in questo caso) a quell’unico ragionevole dubbio che fa di un assassino un presunto colpevole.
Per onor del vero ad inchiodare Filippo Pappalardi non ci sarebbero prove tangibili ma una minuziosa ricostruzione dei fatti. Frasi estrapolate da intercettazioni alle utenze convaliderebbero la sua colpevolezza… e invece non voglio credere a tanto orrore che si cela dietro una presunta lucidità reiterata davanti ai media per un anno e mezzo.
E mai vorrei un finale comune ai fratellini Brigida e quella madre piegata in due sul sito circoscritto da bande a strisce bianche e rosse il cui viso resta impresso nella mia memoria come la maschera di dolore più macabra che abbia mai visto.
Guardo i miei figli in faccia. Gli leggo gli occhi, ne assaporo i baci. Uso il mio corpo come scudo e coperta. Faccio da cassa di risonanza ai loro sogni. Gli insegno l’amore che per le cattiverie e gli abomini ci penserà questo cazzo di mondo….

"Ho una mamma che non sta molto bene. E’ sempre nervosa e non fa altro che urlare. Alcune volte mi scuote tanto da farmi male.
Io la amo.
E’ la mia mamma.
Sta meglio quando prende le sue pillole, allora usciamo e andiamo a passeggiare al parco.
Papà lavora tutto il giorno.
Rientra la sera e io gli corro sempre tra le braccia, soprattutto se la mamma non ha preso le medicine.
Lui le dice che deve seguire la cura che il medico le ha dato, ma lei sostiene che in alcuni giorni non è necessaria.
Oggi lei dice che non è necessaria.
Però trema.
Anch’io tremo nel vederla così.
Non vedo l’ora che ritorni papà, allora dopo cena mi aiuterà a fare il bagno e poi sul letto mi riempirà di polvere di talco e mi solleticherà mentre mi fa indossare il pigiama. Leggeremo una storia come ogni sera e mi farà sentire al sicuro. Reciteremo anche le preghierine e io dirò alla Madonnina se domani potrà far sentire meglio la mamma così magari potrà anche baciarmi.
Torna papà. Torna papino.
Adesso prendo una sedia e mi metto al balcone, vedrò arrivare la macchina e lo chiamerò.
Si, qui la sedia va bene.
Non ti preoccupare mammina che non mi sporgo tanto.
Non gridare, per favore, non mi sporgo tanto.
Non mi dare botte mammina, voglio solo vedere quando arriva papà.
No! mamma no! così no o cado giù….."
Il resto purtroppo è cronaca di oggi
Ogni giorno milioni di bambini sono succubi della violenza degli adulti. Gli abusi perpetuati su di essi sono fisici o psicologici. Le violenze sessuali, lo sfruttamento per il lavoro minorile, l’obbligo alla guerra sono solo alcuni degli abomini che vengono inferti ai più piccoli.
Ma esiste anche la violenza entro le mura domestiche ad opera dei genitori o dei fratelli che può mettere a repentaglio la vita dei più deboli.
Malattie come le tossicodipendenze, l’alcolismo, la depressione hanno la stessa valenza e lo stesso potere distruttivo di un fucile a canne mozze.
Esistono organi per il controllo e la denuncia per le violenze sui minori.
Usiamoli se necessari.
Una telefonata può fare la differenza.

Mi sono alzato presto questa mattina. Fa ancora caldo e fuori continuano a sparare.
Da quando sono nato sento sempre sparare. Mio padre dice che c’è la guerra. Nel mio paese c’è sempre la guerra. Le persone non riescono ad andare d’accordo e si odiano.
Esco e vado a scuola. Quando arrivo mi siedo con gli altri bambini e apro il Corano. Leggiamo. Non scriviamo mai. Non usiamo mai i colori. Dobbiamo solo leggere e imparare a memoria le sure. Così saremo dei buoni musulmani. In nome di Allah.
Quando torno a casa, mia madre mi prepara il pranzo. Pomodori, carote, patate. La carne la mangiamo di sera, quando tutta la famiglia è riunita.
Ogni giorno corro al mare. Lo guardo. Lo guardo perché è tutto davanti a me, lui non si nasconde. Non ha paura il mare e mi viene incontro.
Gioco con le pietre. Gioco con la polvere. Gioco con quello che trovo per terra. Pezzi di fucile o pezzi di lamiere. Non c’è altro. Solo polvere, pietre e pezzi di latta.
Samir mi dice che in altri posti non è così. Io non so se ci sono altri posti. Ho 7 anni e sono sempre stato qui. Dove si spara. Dove c’è la guerra. E dove per fortuna c’è il blu del mare.
Oggi faccio un gioco nuovo. Lo chiamo esercizio. Faccio finta di essere sordo. Mi chiamano e io non mi volto. Occorre che mi scuotano, allora io rispondo. Questo esercizio mi serve per non sentire quando invece sento. Così non ho paura delle bombe. Così non ho paura delle urla quando mi svegliano di notte. Così non sento mia madre quando piange in cucina.
Samir mi chiama. Io non lo sento. Mi dice che sono scemo. Io non lo sento.
I ragazzi più grandi hanno i fucili. Loro hanno finito la scuola e si preparano a combattere. Pure mio fratello era un combattente ma è morto. Pure mia mamma pare morta perché non parla quasi mai. Piange e qualche volta mi chiama. Mi cerca.
Mia sorella fa i lavori. Mi guarda e si rattrista. Dice che anch’io fra un po’ sarò un combattente perché pare non ci sia verso che questa guerra finisca prima che io diventi grande.
Io non divento grande. Mi metteranno una cintura pesante e mi manderanno in città vicino al mercato o vicino ad una delle loro scuole.
E porterò con me altri bambini in paradiso.
Chissà se li troverò una bicicletta? O delle matite colorate?
(arietta)
Il video è :Heaven/Where True Love Goes di Yusuf Islam (cat Stevens)