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Labbra Blu - Diaframma
C'e' una ferita in fondo al cuore grande come non l'hai vista mai guarda il sangue e il suo colore ... e' bellissima. .

C'e' un grande salto in fondo al cuore prima deserto, adesso un'oasi via i cancelli per favore, che non mi servono piu'. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano carro che non vuol cadere nella stupidita'. .

Sulle labbra era il sapore del mattino che hai inventato tu guarda adesso come piove sulle mie labbra blu. Guarda adesso come piove sui sentieri in fondo all'anima storie che non hanno odore, e' la mia realta'.br>
Vorrei dare un nuovo nome, nuova linfa a tutto quel che c'e'. ma ogni cosa e' una ferita che mi ricorda te.

Labbra blu - Diaframma

venerdì, 30 gennaio 2009
foto di famiglia ... (e sensi di colpa)

Era appena nata, qualche secondo prima era dentro di me e poi con un gesto sapiente di un chirurgo pratico me la ero ritrovata sanguinante e brutta/bella sul mio seno. I nostri cuori palpitavano all’unisono ma dall’esterno. Era una sensazione nuova e realmente carnale. Una sensazione profonda che difficilmente potrò dimenticare tra mille voci che mi tranquillizzavano sullo stato delle cose e quell’odore impastato di fluidi corporei e mentali.

Come ad alcune capita i giorni a seguire furono caratterizzati da una sensibilità acuta, piangevo e ridevo contestualmente, colpa del calo di ormoni, così dicevano. Eppure ricordo come fosse ora un giorno di quasi 11 anni fa quando, con lei fra le mie braccia, misi per la prima volta in discussione me stessa..

Le promisi che avrei fatto di tutto per renderla felice, che non le avrei mai (volutamente) causato dolore, anzi, che la avrei difesa con tutta me stessa da ogni bruttezza e che l’avrei sorretta ad ogni duro colpo.

Sono una madre intensa, una di quelle che spiega tutto, una di quelle che non si nasconde dietro un dito… brutale in qualche occasione, sincera sempre, flessibile quando occorre.

Eppure mi sento in colpa. Il mio sentire  è dovuto da una promessa infranta, da un compito non portato a temine.

Ieri sera l’ho scoperta mentre piangeva. Aveva una fotografia in cui tutti e 4 sembravamo felici. La mia inadeguatezza di madre è esplosa in una rabbia sorda, le ho urlato che quella realtà non esisteva più e doveva farsene una ragione.

Stamani l’ho svegliata riempiendola di baci, lei pareva avere dimenticato e come tutte le mattine mi ha abbracciato come se niente fosse successo. Aveva realmente dimenticato? Aveva registrato quella mia perdita di senso? Era riuscita a mediare con se stessa(più di me) su quanto accaduto? Oppure è ormai abituata  agli sbalzi d’umore di una madre profonda e approssimativa insieme?

Mentre lei era ancora a scuola ho preso quella foto, scattata 9 anni fa per il battesimo del fratello, una di quelle foto da studio con il capofamiglia in piedi ed io in poltrona col neonato in braccio e la piccola al mio fianco in una espressione spiritosa. L’ho inquadrata in una grande cornice d’argento e l’ho messa nello scaffale centrale della libreria nella sua camera.

Quella, per lei, è una realtà a cui fare riferimento. E’ la solidità del suo essere a prescindere da tutto. E’ la sua storia, il suo albero genealogico, il suo DNA. La sua certezza di essere. La sua famiglia. Le sue radici.

Ringrazio il mio tesoro per avermi insegnato il rispetto per i sentimenti di altri. Per avermi dato la capacità di vedere altro. Per la volontà di essere una persona e una madre migliore.

Le distanze tra genitori e figli sono frutto di sensi di colpa non eviscerati.

Il mio è un invito alla riflessione, Ciò che non si affronta scava buchi, trincee, voragini. I nostri figli sono frutto ed incipit di ciò che siamo e di ciò che diventeremo…..

Scritto da: arietta alle ore 23:39 | link | commenti (15) | Categoria: bambini, famiglia, emozioni, dubbi




giovedì, 01 gennaio 2009
E arrivato ...

E’ arrivato serenamente, è scivolato sul broccato della tavola imbandita, si è immerso nell’aria allegra di brindisi e baci, ha allargato le braccia di chi mi era accanto. Ho guardato l’orlo ondeggiante della gonna “fru-fru” di mia figlia che si impigliava ad ogni passo, l’ho vista chiamare il padre, con il fratello, al cellulare 30 secondi prima della mezzanotte per condividere anche con lui quel momento che alla loro  età sembra davvero un nuovo inizio ogni volta. Ho potuto tenerli stretti a me nell’attimo in cui il nuovo scalzava il vecchio in un’implosione interiore di speranza e forza ed immenso amore.

Mi sento fortunata, questa sera mi sento davvero fortunata, colma di tanto più di quanto avessi sperato.

I miei 40 anni prendono a pedate nel culo qualsiasi tentativo di buon proposito da formulare per l’occorrenza… sarò … farò … avrò…

Mi piacerebbe pensare di poter avere ciò che "normalmente" si può desiderare, non grandi eventi ma un quotidiano vivere senza grandi problemi da dover affrontare. Bello vero?

E invece saremo tutti qui, intenti a gestire  l'unica vita che ci sia data da vivere.

Buon anno a tutti.

Scritto da: arietta alle ore 21:37 | link | commenti (19) | Categoria: amore, bambini, sogni, emozioni




sabato, 20 dicembre 2008
Mai...

Troppo spesso ci chiediamo dove nasce l’amore, da che parte arriva, a cosa ci porta e cosa vorrà in cambio.

Spesso ci addentriamo in cunicoli oscuri che odorano  di olio cerebrale e fanghiglia umana e scaviamo … scaviamo dentro le budella del cuore e dell’anima.

Ma poi la vita ci regala momenti impossibili da dimenticare, immagini che vanno custodite in noi per sempre.

Ieri, venerdì 19 con i miei ragazzi abbiamo fatto tardi, una pizza e una partita al boowling con la squadra del pattinaggio.  Questa mattina mi sono alzata un po’ più tardi disturbata dal rumore di stoviglie e pentole.

Salgo in cucina e trova loro 2 intenti a prepararmi la colazione.

Thè, limoni appena raccolti, bacche rosse dentro ad un bicchiere che avrebbe dovuto somigliare ad un vasetto e (un’orribile) fetta di pandoro ricoperta di nutella…

Mai mattina mi è sembrata più dolce.

Mai ho desiderato tanto, come in quel momento, essere chi sono al posto in cui sono, in compagnia di chi mi ama davvero.

Mai l’amore ha avuto un sapore tanto dolce.

Di pandoro e nutella…. e latte e baci, perché a casa mia i bambini crescono così…

Scritto da: arietta alle ore 10:04 | link | commenti (12) | Categoria: amore, bambini, emozioni




giovedì, 20 novembre 2008
C'è qualcuno?

I bambini e le loro solitudini. I bambini e il muto mondo degli adulti. I bambini e la loro ricerca costante di attenzione, poco importa da quale parte provenga, poco importa a cosa conduce.

Resto immobile davanti la nuova pubblicità televisiva di Telefono Azzurro (che ho invano cercato su youtube) forse perché quel mondo surreale e vuoto ,in parte, mi appartiene.

La traccia è efficace, la desolazione invadente, la paura nettamente percepibile: un bambino di circa 7/9 anni si guarda intorno e si ritrova completamente solo in un contesto metropolitano deserto, come se gli adulti fossero stati lì fino ad un batter di ciglia prima, la tazzina del caffè ancora fumante, le porte che ancora si muovono dall’ultimo passaggio veloce di qualcuno che non è più lì. Prima perplesso, poi sempre più impaurito chiede disperatamente se “C’è qualcuno?” ma nessuno risponde, nessuno si intravede. La paura diventa terrore e la visione si gonfia di angoscia perché qualsiasi cosa potrebbe accadere a quell’innocente bersaglio di distrazioni e disinteresse.

Un incontro qualsiasi sbagliato e determinante, una caduta rovinosa sul  percorso di questa cazzo di vita e le vite seguono traiettorie imprevedibili e dolorose che  trasformano gli agnelli in lupi, le menti lineari in menti contorte. La solitudine interiore nasce a quell’età e il vuoto scalza il senso di pieno che fino a qualche tempo prima sembrava reale e avvolgente.

Chi vive un’infanzia pesante diventa un adulto pesante. Chi subisce violenza si difende con violenza, chi non ha amore non conosce amore, chi non viene compreso da bambino in futuro non comprenderà i bambini.

Una carezza in più ai nostri piccoli non costa nulla e potrebbe risparmiare loro quella logorante domanda: “c’è qualcuno?

Scritto da: arietta alle ore 20:40 | link | commenti (12) | Categoria: bambini, paure, denuncia, dentro dentro




venerdì, 07 novembre 2008
Una come tante

Fuori pioveva, le gocce battevano alla finestra senza sosta e ogni tanto un rombo di tuono squarciava il silenzio bagnato della notte. Piano si avvicinava al suo corpo disteso senza sfiorarlo realmente, temeva di svegliarlo e invece desiderava che continuasse a dormire. In realtà non voleva alterare con un qualsiasi movimento quello stato di cose. Si sentiva al sicuro. Si sentiva spaventata.

Una volta aveva avuto una vita diversa, una casa, una famiglia. Andava a scuola, al cinema, in discoteca. Era stata, dopo tutto, una ragazza come tutte le altre. Poi i suoi genitori si erano separati e lei aveva finito col perdere l’orientamento. Era diventata una nomade, si spostava di continuo senza sentirsi mai da nessuna parte, qualche giorno con la madre, poi dal padre, ma anche da qualche amica e di tanto in tanto dai nonni. Quando la notte si stendeva, attaccava gli occhi al soffitto, che bene o male era simile da tutte le parti e sorrideva al pensiero di considerare cemento e ducotone uniche certezze in quell’età  di  mezzo che stava vivendo. Poi gli eventi l’avevano portata in un’altra vita che poco le apparteneva. Avevo cominciato l’università ma dopo qualche materia aveva lasciato perdere, improvvisandosi adulta in un mondo di merda. Qualche lavoretto lo rimediava, commessa in un panificio, cameriera in una pizzeria il fine settimana, shampista in un salone di periferia.

Non capiva come le fosse stato possibile diventare una sbandata che ogni tanto beveva troppo o si sballava con l’hashish, sinceramente avrebbe desiderato essere un’altra ma non una di quelle da sogno, grande figa o ricca sfondata, solo una normale, una come milioni.

Una con una casa, sempre la stessa. Una con un lavoro, sempre lo stesso e con un mutuo, uno scooter, un’amica e un amore. Un grande amore. Un amore grande fatto di carezze e cenni d’assenso. Un amore immenso con camicie da stirare e bollette da pagare e cene insieme davanti al tg e gite fuori porta la domenica mattina. Un amore con una canzone, con un letto ikea, con la speranza di un figlio.

Un amore vero, non di quelli bugiardi e fragili che vengono giù al primo sentir di vento. Non uno di quegli amori costruiti in serie che ti danno la garanzia per un paio d’anni e dopo si sbaracca, pazienza per chi dentro c’è nato.

Questo potrebbe essere l’inizio di una storia ma è solo la trasposizione di una paura materna.

Molte volte mi capita di pensare a come reagiranno i miei figli all’urto di un divorzio che fortunatamente rientra nei termini civili di un disastro.

A parte il fatto che gli dedichiamo , col padre,  tutto il  tempo a nostra  disposizione , riusciranno a comprendere che certi modi bruschi sono il frutto del peso della colpa? Riusciranno a perdonarci il fatto di aver amato più noi stessi che loro? Ci malediranno, quando adolescenti, vorrebbero aggrapparsi a certezze che invece gli mancano? Continueranno ad amarci anche quando realizzeranno che avremmo potuto togliergli la possibilitàdi essere "Uno Come Tanti"?

Già mi immagino a dover combattere con una tigre scatenata e un lupo famelico.

Scritto da: arietta alle ore 22:41 | link | commenti (21) | Categoria: donne, racconti, bambini, emozioni, paure, dubbi




venerdì, 17 ottobre 2008
Susi

Sembrava inquieta Susi quella sera, aveva rimboccato le lenzuola a Damiano  e lo aveva guardato con la dolcezza che le colava dagli occhi. Aveva 10 anni e una tempra forte quel suo unico tesoro.

La vita non era stata semplice per lei, l’infanzia fredda, l’adolescenza turbolenta, la giovinezza un patchwork di emozioni e difficoltà. Aveva tirato a campare portandosi dentro il fardello che solo gli orfani riescono a sostenere … quel senso di rifiuto imbottito di consapevolezza dell’esser soli al mondo. Crescere in un istituto l’aveva resa massiccia dentro e guardinga. Dividere gli stessi spazi con altri come lei le aveva lasciato addosso il senso di non appartenenza a nulla, di assenza di legami veri.

Dopo il diploma delle medie all’interno dell’istituto aveva cominciato a lavorare. Un lavoro umile il suo, ma l’unico che fosse riuscita ad avere. Faceva le pulizie a casa di certa gente con un sacco di soldi. La mattina lasciava quei luoghi che le infondevano un gelo perenne  e vi faceva ritorno quasi a sera, dopo avere sgobbato per pochi soldi e 2 pasti neanche troppo sostanziosi. Però era una gran lavoratrice, non si stancava mai e non si tirava mai indietro. Aveva lasciato l’orfanotrofio che aveva 20 anni, aveva preso in affitto una piccola casa alle porte del paese, quella che poteva permettersi: una stanza nella quale dormiva, un piccolo cucinino ed un bagno buio e stretto con al posto della finestra una specie di feritoia posta in alto.

E poi aveva incontrato il suo bastardo personale, un ragazzotto di campagna che viveva poco distante. Lui  aveva riempito la  sua testa di stupidi sogni e di false promesse, le aveva riempito il letto e per ultimo anche il grembo. Ovviamente come conviene ad un losco figuro ,non appena intuito la gravida verità se l’era filata a gambe levate lasciandola sola ancora una volta. Ma per Susi era cominciata un’altra vita fatta di nuovi palpiti come uno sbattere di ali farfalla. Sentiva la sua creatura crescerle dentro e restava immobile per sentirsi completamente sopraffatta da quell’amore immenso. Non importava chi fosse il padre, non importata come o casa le avesse fatto, in fondo forse lo amava davvero, perché per primo le aveva donato qualcosa. Un figlio.

Quando nacque Damiano, rinacque anche lei in una simbiosi mistica, in un’equivalenza d’amore infinito, di felicità inspiegabile. Finalmente la solitudine non le apparteneva più, la tristezza non le offendeva il sangue, il silenzio non le bucava l’udito. Umiliarsi, strofinando in ginocchio gli atri che altri calpestavano, non le pesava più. La mattina lasciava il suo angelo nello stesso istituto in cui era cresciuta per ritornarvi non appena possibile. Restava tutta la notte con il suo amore fra le braccia e ne catturava ogni particella possibile. Gli affondava il naso fra le rosee carni e ne aspirava l’odore. Con i baci ne sentiva il sapore. E le carezze le rinvigorivano il tatto. Sensi materni di una passione indicibile. E poi Damiano cominciò a crescere e a frequentare la scuola. Era secco secco quel suo figliolo ma per lei era il più grande di tutti. Un bambino bravo e ubbidiente, un bambino silenzioso e dolcissimo.

Quella sera proprio non riusciva a staccarsi da lui, non comprendeva bene cosa stesse succedendo ma era come se uno strano presagio le impedisse di stendersi nel letto accanto.  Forse quella stessa notte qualcuno glielo avrebbe portato via, forse quella notte lui sarebbe sparito per sempre e lei sarebbe ripiombata nella solitudine più totale e la disperazione le avrebbe lacerato ogni infinitesima parte di quel suo stanco corpo. Per un attimo aveva pensato di svegliarlo nel cuore della notte, di coprirlo per bene e di fuggire con lui, ma era sicura che li avrebbero braccati e separati. Non poteva permetterlo. Mai.

Con la lucidità propria dei folli si era diretta in cucina e tirato fuori dal cassetto il coltellaccio che serviva a scannare gli animali che di tanto in tanto le venivano dati in cambio di qualche stirata o di qualche sporco lavoro.

E mentre il suo amore dormiva gli aveva infilzato il coltello nella carotide e con un gesto lesto gli aveva sottratto la vita.

-         Aspettami amore mio arrivo anch’io. –

Un gesto uguale su se stessa aveva messo fino a quella follia.

Insieme per sempre.

Non chiedetemi il perché di questa storia, non ricordo neanche di averla scritta. E’  stata lei a trovare me. Inquietante? Tranquilli sto bene….

Scritto da: arietta alle ore 21:32 | link | commenti (28) | Categoria: racconti, bambini, follia




lunedì, 15 settembre 2008
AMORE MIO

ma che figlia di p....Amore mio.

Mio piccolo enorme tesoro.

Non puoi immaginare cosa sento in questo momento, davvero non puoi e neanche lo vorrei.

Imparerai che l’amore per i figli è un tipo d’amore che non somiglia a nessun altro, né a quello per i genitori né a quello per chi ci terrà compagnia per tutta la vita.

Un figlio non ha termine di paragone.

Un figlio non ha rivali, non ha pari, non da alternative.

Un figlio è un figlio, tutto il resto conta poco.

Tu sei la mia bambina, bellissima e ubbidiente, studiosa e accomodante, tu sei il mio amore, la mia forza, la mia ragione di vita.

Per anni ti ho vista crescere e ridere e piangere. Per anni ti ho stretta e consolata e rimproverata e molto molto amata senza rendermi conto di nulla.

E adesso tu sei un’altra ed io devo farmene una ragione.

Ti ho visto spaventata oggi dal medico e lo ero anch’io ma il mio amore non conosce paure e mi ha concesso un sorriso materno, di quelli che non danno scampo e avvolgono e saziano. Un sorriso che sopravviverà  al collassamento dei tuoi e dei miei polmoni.

I figli sono ciò che non puoi mai mettere in discussione. Sono entità distinte che ci appartengono al punto da non poterle considerare proprietà ma priorità. E ci scavano nella carne e ci succhiano il sangue e si addormentano ogni notte trovando spazi nuovi nella nostra anima rigenerandone  i pezzi andati a male. E li guardi restando sorpresa di tanta bellezza anche se questa in effetti non c’è.

Il loro respiro è una sinfonia vitale.

Non ti accorgi se le note sono effettivamente stonate.

Non ti importa.

E’ comunque melodia.

Questa pagina potrebbe durare in eterno, un elenco infinito di sentimenti e sensazioni e parole importanti, per questo non ha senso che continui.

(Ogni riproduzione dell'immagine coperta da copyright sarà perseguibile ai sensi della legge)

Scritto da: arietta alle ore 14:12 | link | commenti (14) | Categoria: bambini, emozioni, giorni no, dentro dentro




lunedì, 25 agosto 2008
L'impavido Ulisse

UlisseLo avevo visto sfrecciare nel mio giardino come un fulmine e avevo pensato di aver immaginato quel movimento fra le piante ma l’istinto da cacciatori dei miei cani ,oltre all’autorità di padroni conquistata nel tempo, mi avevano chiarito il concetto che fra noi ci fosse un intruso.

Il piccolo guidato da una forte irresponsabilità aveva continuato a nascondersi negli angoli più remoti della nostra proprietà sfidando la sorte e le fauci di due enormi pastori maremmani che sicuramente non gli avrebbero dato pace come, del resto, succede a tutti gli altri esponenti del mondo animale che per sfortuna si aggirano da queste parti. Ero quasi dispiaciuta della fine che avrebbe fatto, secondo me non avrebbe superato la notte.

E invece me lo ritrovai davanti la mattina successiva non appena spalancate le persiane del balcone sul terrazzo della cucina. Piccolo, spaventato e gioioso allo stesso tempo... ma soprattutto affamato.

Quella mattina,  circa un mese fa, trascorse  tra l’euforia dei bambini per il sopravvissuto e le mille cure di primo intervento. Bagno, coccole, pasti continui ed una prima visita dal veterinario decretarono l’adozione ufficiale del cucciolo. Un cane. Un altro.

Un meticcio secco secco, con gli occhi lucidi e il pelo  bianco e miele dalle capacità di sospensione davvero impressionanti.

Dovevamo scegliere un nome! Scartati subito i vari Dik, Mik, Nik, avevamo optato per più simpatici appellativi quali Canuzzu (piccolo cane), Tappo e Birillo ma poi, mio figlio con l’aria disarmante che solo i ragazzini sanno osare disse che dovevamo dargli il nome di un eroe, di un sopravvissuto agli eventi da manuale. Robinson Crusoe sembrava troppo lungo e la scelta cadde sul definitivo Ulisse. Impavido e testardo.

La convivenza coi padroni di casa a quattro zampe non fu immediatamente facile ma con quel fare impertinente e buffo caratteristico dei piccoli di ogni specie riuscì a conquistarli entrambi. E ci ha conquistati tutti

E’ trascorso un mese, un mese in cui a solo guardarlo sfuggiva un sorriso in più anche quando, dimentichi di cosa significhi avere un cino-lattante in giro,ci ritrovavamo al cospetto di rosicchiature varie e panni sparsi in ogni dove.

Però come ogni nuovo arrivato ha portato con se una fantastica dose di tenerezza e novità. Ai ragazzi non pareva vero di scorazzare in bici col prode Ulisse alle calcagna ed io restavo appoggiata al battente della porta seguendoli con lo sguardo nel tentativo di cogliere istanti gonfi di spensieratezza e risate. Qualcosa molto simile alla felicità.

Poi stamani un tonfo. Secco. Agghiacciante.

Nessun guaito, alcun tremito. Basta. Stop.

Un'idiota qualsiasi ,il cui destino per una frazione di secondo lo ha evidenziato tra gli stronzi ai quali pare impossibile veder un rettilineo sgombro e silenzioso senza premere sull'accelleratore, aveva deciso di mettere fine a questa storia d’amore collettiva fatta di uomini e animali. Di bambini e cuccioli.

Lo abbiamo seppellito in un angolo ombroso, sotto un ficus benjamin. Questa era la sua casa, lui stesso la aveva scelta.

Non è stato facile parlarne ai ragazzi, i loro occhi si sono allagati di lacrime e il cuore è stato inondato da una tristezza densa come fango. L'amicizia prescinde i limiti razziali e approda in un terreno neutro in cui convivono sentimenti potenti che un giorno trasformeranno questi bambini in adulti attenti e rispettosi della vita altrui.

Ciao ciao Ulisse. E' stato meglio averti avuto per un mese che non conoscerti per nulla.

Scritto da: arietta alle ore 08:41 | link | commenti (13) | Categoria: bambini, amicizia, emozioni, giorni no




mercoledì, 20 agosto 2008
Mancanze...

Ero in giardino col mio prendisole bianco e i capelli raccolti in due trecce, la luce del sole pomeridiano dissolveva i contorni imprigionando quella strana verità in una bolla di vetro cerebrale…

Mia madre mi viene incontro con l’aria assente di chi ha dimenticato tutto. La guardo avvicinarsi e non so  se piangere o ridere perché sono cosciente  che in quel momento tutti gli anni trascorsi tra noi, tutti gli eventi dolorosi e non, tutti i macigni e le macerie, tutte le carezze supposte, tutte le lacrime essiccate  non sono  compresi nei limiti di quella labile mente.

“Fai attenzione a salire sull’albero, potresti farti male”, queste parole risuonano come un colpo di fucile esploso tra pareti d’eco e senza accorgermene  mi sfilo le scarpe, alzo la gonna e sfido i rami di un anziano e possente carrubo.

Era quella l’immagine che le scorreva nello sguardo, quell’immagine a cui, tanto tempo fa, ha voluto negare l’attenzione.

Che importanza ha se nel mezzo sono trascorsi 30 anni? In questo momento le manca quella bambina.

E manca anche a me.

Mi manca la leggerezza del sorriso di un tempo, quando gli anni erano una manciata e le occasioni infinite.

Mi manca il gusto delle caramelle che si sciolgono in bocca... talmente buono da valere un furto.

Mi manca la paura del buio e il senso di ineluttabilità degli eventi. Mi manca lo stupore che avevo quando scoprivo che la realtà delle cose procedeva a doppio senso e i doppi sensi contenevano visioni incomprensibili.

Mi manca l’incoscienza ormai soprafatta dal buonsenso e la possibilità di una battuta d’arresto… tanto c’è tempo.

Mi manca la fiducia totale che riponevo in un amico e la sicurezza che sapevano infondermi gli abbracci. E i brividi di pelle quando altre mani le si poggiavano sopra  e il respiro che moriva in gola al suono di parole non ancora abusate.

Si…mi manco io come ero prima,

prima che diventassi un’autostrada percorsa dal tempo e  divelta dagli eventi.

 

Scritto da: arietta alle ore 14:12 | link | commenti (16) | Categoria: racconti, bambini, sogni, emozioni, dentro dentro




lunedì, 14 aprile 2008
Padri e Figli
dad_and_son

Di padri amorevoli che accudiscono e allevano i propri figli poco si dice. Eppure sono uno schieramento la cui forza va oltre il quotidiano vivere .

Sono uomini intensi.

Sono uomini attenti.

Amorevoli, fieri e orgogliosi del proprio ruolo, accompagnano i figli nella crescita.

Le separazioni e i divorzi sono in aumento, spesso (quasi sempre) tali realtà assomigliano a puzzle, a mosaici, i cui pezzi  offrono una visione interamente frantumata di un insieme che non è più insieme.

fathers_love

E il padre è il pezzo più solo di tutti.

Quasi sempre, per motivi  più o meno legittimi, i figli vengono affidati alle madri, la cui cura, si dice, sia maggiormente adatta alla crescita di questi. Ovviamente non sempre è così. Perché ci sono madri impegnate, stanche, deluse, menefreghiste e qualunquiste. Madri la cui attenzione è sempre rivolta ad altro. Ad altri.

I padri amano come le madri  ed è sempre stato così. Oggi hanno scoperto un nuovo modo per esprimere questo sentimento, abbandonando consapevolmente quell’immagine rigida e grigia da anni 50. Oggi i padri giocano coi figli, li aiutano nello studio, li accompagnano , li seguono, gli parlano. Ma alcuni fra questi, uomini speciali, fanno molto di più: Li crescono. Si prendono cura di essi in ogni particolare, dalla cena al bucato, dal bagnetto alle coliche. E questo loro impegno fa la differenza. Rende i figli forti e giusti.

Un consiglio alle donne separate che armano lotte ingiuste contro gli ex: il fatto che questi siano stati dei pessimi compagni non sempre significa che siano dei cattivi padri, anzi  non lo sono quasi mai.

Amare i propri figli significa concedere loro il meglio. Un padre è il 50% di questo meglio che difficilmente riesce ad esprimersi in un fine settimana su 2. Non poniamo ostacoli spazio temporali all’amore. Non precludiamo ai nostri figli la possibilità di essere felici, anche se in maniera differente, è il minimo che si possa fare.

my_son

Padre, se anche tu non fossi il mio

 

Padre se anche fossi a me un estraneo,

per te stesso egualmente t'amerei.

Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno

Che la prima viola sull'opposto

Muro scopristi dalla tua finestra

E ce ne desti la novella allegro.

Poi la scala di legno tolta in spalla

Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.

Noi piccoli stavamo alla finestra.

 

E di quell'altra volta mi ricordo

Che la sorella mia piccola ancora

Per la casa inseguivi minacciando

(la caparbia aveva fatto non so che).

Ma raggiuntala che strillava forte

Dalla paura ti mancava il cuore:

ché avevi visto te inseguir la tua

piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillante l'attiravi al petto,

e con carezze dentro le tue braccia

l'avviluppavi come per difenderla

da quel cattivo che eri il tu di prima.

 

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche fossi a me un estraneo,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

 

Camillo Sbarbaro (raccolta poesie – Pianissimo 1914)

On air: father and son – cat Stevens

Le opere: oli su tela – lindsay dawson

 

Scritto da: arietta alle ore 09:55 | link | commenti (44) | Categoria: musica, bambini, seriamente, arte, pop , denuncia




sabato, 02 febbraio 2008
Una lacrima, una carezza

Ho 15 anni, mi chiamo Kisha, sono irachena. Ho sempre vissuto nel mio villaggio con la mia famiglia.

Tutti quanti ,tranne mia madre, mi trattano come una capra.Ridono di me, mi tirano i sassi, mi cacciano con le botte.I miei fratelli mi svegliano con i calci e dicono che sono un mostro.

La mia faccia è piatta, il mio naso schiacciato, i miei occhi lacrimano, la mia lingua è tagliuzzata. Ma non sono un mostro. Io non sono un mostro, sono una bambina che la notte ha freddo e che ha paura del buio.

L’altra notte sono entrati in casa, erano un gruppo di soldati cattivi.Mi hanno presa e portata via. Mia madre gridava, mio padre la picchiava. Mi hanno fatto salire su un camion e mi hanno portato nel deserto.

Gridavano e ridevano e fumavano.

Mi hanno strappato i vestiti di dosso, mi hanno coperto la faccia coi loro stracci, mi hanno bruciato la pelle con lame infuocate. Io sono solo una bambina.

Mi hanno infilato dentro i loro bastoni di carne, uno, due, tre, dieci. Mi hanno svuotato la pancia del sangue che ha cominciato a colare. Io sono solo una bambina.

Sono rimasta un giorno intero e una notte, legata e al buio. Ma avevo troppo dolore per sentire paura.

Questa mattina sono venuti da me. Ho gridato “No! Lasciatemi, ho male, sono una bambina io, sono un mostro, state lontani da me, ho male, ho male, ho male!”Ma loro mi hanno presa e lavata e vestita.

Mi hanno detto che nessuno mi avrebbe voluta e che al mio villaggio mi avrebbero uccisa per questo devo andare da Allah con i miei piedi.

Adesso cammino piano, mi brucia lì in mezzo alle gambe, ho un peso sulle spalle che a stento reggo.

E poi quando sarò al mercato dovrò tirare questo filo e BOOOOM Allah mi aprirà le sue porte.

Io sono solo una bambina.

 

Al Qaida utilizza donne e bambine down come Kamikaze.

Non credo di aver mai odiato nessuno se non chi oltraggia i più deboli, chi riversa la propria efferatezza sui bambini, chi si scaglia sui malati…. e stamani provo un enorme schifo.

Una lacrima per tutte quelle donnine violate, infibulate, uccise in nome di un’inferiorità che è solo nella mente dei loro aguzzini.

Una carezza a quegli angeli che hanno dovuto abbracciare la morte loro malgrado.

Scritto da: arietta alle ore 08:54 | link | commenti (48) | Categoria: donne, bambini, emozioni, dentro dentro




mercoledì, 28 novembre 2007
Abramo uccidi tuo figlio....

Mai un genitore dovrebbe sopravvivere ad un figlio. Non è naturale. Non è accettabile.

E invece la vita segue percorsi  la cui logica disattende teoremi, distanze calcolate di iperboli, ellissi simmetriche, fattori elevati a potenza.

La vita ha in comune con la logica matematica solo  il concetto di incognita. Ma in questo caso quasi mai calcolabile. Quasi mai prevedibile.

E dunque succede che un padre debba piangere la morte di un figlio. E mai più la sua vita sarà la stessa, non sarebbe neanche vita se non per quella necessità vaga di respirare e nutrirsi e piangere.

Ma che un genitore sia la causa della morte della sua stessa progenie  non è plausibile.

fratellini pappalardi

Non mi scaglio contro Pappalardi  il padre di Gravina di Puglia  così come non mi sono scagliata contro Anna Maria Franzoni  o contro quei genitori per i quali non è possibile accertare un’effettiva  colpevolezza, mi astengo dal formulare congetture e attendo che la giustizia compia il suo corso. Però la sola ipotesi  sfinisce il mio senso materno.

Le accuse sono talmente gravi da apparire ridicole. Uccidere entrambi i figli in un eccesso d’ira per aver disatteso un divieto? Avere inveito in maniera talmente violenta  su 2 innocenti  da causarne la morte? E per quale offesa? Per esser stati trovati in piazza a spruzzarsi acqua da pistole giocattolo, piuttosto che in camera a scontare una punizione la cui efficacia doveva garantire un’educazione pregevole ?

Mio Dio, la verità non può essere tanto feroce.

Le braccia che avrebbero dovuto accoglierli a riparo di tutto il male del mondo  sono diventate armi impietose generatrici di morte? Machete? Clava? Cappio?

Non posso accettare questa condanna. Perché in questo caso dovrei concepirne la colpa. E la mia piccola mente non è in grado di lasciare spazi che possano essere invasi da realtà tanto abbiette.

Voglio appellarmi(non solo in questo caso) a quell’unico ragionevole dubbio che fa di un assassino un presunto colpevole.

Per onor del vero ad inchiodare Filippo Pappalardi non ci sarebbero prove tangibili ma una minuziosa ricostruzione dei fatti. Frasi estrapolate da intercettazioni alle utenze convaliderebbero la sua colpevolezza… e invece  non voglio credere a tanto orrore che si cela dietro una presunta lucidità reiterata davanti ai media per un anno e mezzo.

 E mai vorrei un finale comune ai fratellini Brigida e quella madre piegata in due sul sito circoscritto da bande a strisce bianche e rosse  il cui viso resta impresso nella mia memoria come la maschera di dolore più macabra che abbia mai visto.

Guardo i  miei figli in faccia. Gli leggo gli occhi, ne assaporo i baci. Uso il mio corpo come scudo e coperta. Faccio da cassa di risonanza ai loro sogni. Gli insegno l’amore che per le cattiverie e gli abomini ci penserà questo cazzo di mondo….

 

Scritto da: arietta alle ore 14:50 | link | commenti (41) | Categoria: bambini, seriamente, emozioni




mercoledì, 17 ottobre 2007
Volare...

bambina"Ho una mamma che non sta molto bene. E’ sempre nervosa e non fa altro che urlare. Alcune volte mi scuote tanto da farmi male.

Io la amo.

E’ la mia mamma.

Sta meglio quando prende le sue pillole, allora usciamo e andiamo a passeggiare al parco.

Papà lavora tutto il giorno.

Rientra la sera e io gli corro sempre tra le braccia, soprattutto se la mamma non ha preso le medicine.

Lui le dice che deve seguire la cura che il medico le ha dato, ma lei sostiene che in alcuni giorni non è necessaria.

Oggi lei dice che non è necessaria.

Però trema.

Anch’io tremo nel vederla così.

Non vedo l’ora che ritorni papà, allora dopo cena mi aiuterà a fare il bagno e poi sul letto mi riempirà di polvere di talco e mi solleticherà mentre mi fa indossare il pigiama. Leggeremo una storia come ogni sera e mi farà sentire al sicuro. Reciteremo anche le preghierine e io dirò alla Madonnina se domani potrà far sentire meglio la mamma così magari potrà anche baciarmi.

Torna papà. Torna papino.

Adesso prendo una sedia e mi metto al balcone, vedrò arrivare la macchina e lo chiamerò.

Si, qui la sedia va bene.

Non ti preoccupare mammina che non mi sporgo tanto.

Non gridare, per favore, non mi sporgo tanto.

Non mi dare botte mammina, voglio solo vedere quando arriva papà.

No! mamma no! così no o cado giù….."

Il resto purtroppo è cronaca di oggi

 

Ogni giorno milioni di bambini sono succubi della violenza degli adulti. Gli abusi perpetuati su di essi  sono fisici o psicologici. Le violenze sessuali, lo sfruttamento per il lavoro minorile, l’obbligo alla guerra sono solo alcuni degli abomini che vengono inferti ai più piccoli.

Ma esiste anche la violenza entro le mura domestiche ad opera dei genitori o dei fratelli che può mettere a repentaglio la vita dei più deboli.

Malattie come le tossicodipendenze,  l’alcolismo, la depressione hanno la stessa valenza e lo stesso potere distruttivo di un fucile a canne mozze.

Esistono organi per il controllo e la denuncia per le violenze sui minori.

Usiamoli se necessari.

Una telefonata può fare la differenza.

Scritto da: arietta alle ore 11:58 | link | commenti (29) | Categoria: bambini




venerdì, 05 ottobre 2007
La paura

Mi sono alzato presto questa mattina. Fa ancora caldo e fuori continuano a sparare.

Da quando sono nato sento sempre sparare. Mio padre dice che c’è la guerra. Nel mio paese c’è sempre la guerra. Le persone non riescono ad andare d’accordo e si odiano.

Esco e vado a scuola. Quando arrivo mi siedo con gli altri bambini e apro il Corano. Leggiamo. Non scriviamo mai. Non usiamo mai i colori. Dobbiamo solo leggere e imparare a memoria le sure. Così saremo dei buoni musulmani. In nome di Allah.

Quando torno a casa, mia madre mi prepara il pranzo. Pomodori, carote, patate. La carne la mangiamo di sera, quando tutta la famiglia è riunita.

Ogni giorno corro al mare. Lo guardo. Lo guardo perché è tutto davanti a me, lui non si nasconde. Non ha paura il mare e mi viene incontro.

Gioco con le pietre. Gioco con la polvere. Gioco con quello che trovo per terra. Pezzi di fucile o pezzi di lamiere. Non c’è altro. Solo polvere, pietre e pezzi di latta.

Samir mi dice che in altri posti non è così. Io non so se ci sono altri posti. Ho 7 anni e sono sempre stato qui. Dove si spara. Dove c’è la guerra. E dove per fortuna c’è il blu del mare.

Oggi faccio un gioco nuovo. Lo chiamo esercizio. Faccio finta di essere sordo. Mi chiamano e io non mi volto. Occorre che mi scuotano, allora io rispondo. Questo esercizio mi serve per non sentire quando invece sento. Così non ho paura delle bombe. Così non ho paura delle urla quando mi svegliano di notte. Così non sento mia madre quando piange in cucina.

Samir mi chiama. Io non lo sento. Mi dice che sono scemo. Io non lo sento.

I ragazzi più grandi hanno i fucili. Loro hanno finito la scuola e si preparano a combattere. Pure mio fratello era un combattente ma è morto. Pure mia mamma pare morta perché non parla quasi mai. Piange e qualche volta mi chiama. Mi cerca.

Mia sorella fa i lavori. Mi guarda e si rattrista. Dice che anch’io fra un po’ sarò un combattente perché pare non ci sia verso che questa guerra finisca prima che io diventi grande.

Io non divento grande. Mi metteranno una cintura pesante e mi manderanno in città vicino al mercato o vicino ad una delle loro scuole.

E porterò con me altri bambini in paradiso.

Chissà se li troverò una bicicletta? O delle matite colorate?

                                                                                                       (arietta)

 

Il video è :Heaven/Where True Love Goes di Yusuf Islam (cat Stevens)

 

Scritto da: arietta alle ore 06:54 | link | commenti (27) | Categoria: bambini