


Ci sono sensazioni impalpabili che vanno oltre ogni spiegazione e come un velo di umidità si appiccicano sulla pelle facendoci rabbrividire.
Ci sono presenze impalpabili che lievemente si frappongono fra noi e la nostra stessa ragione e riempiono attimi di vuoto che altrimenti ci distruggerebbero.
Ci sono ricordi impalpabili che si addensano in parole e scivolano solidi nero su bianco a significare ciò che siamo stati e quel che abbiamo vissuto.
"Mio caro Michele,
qui è tempo di sagra. Migliaia di persone per strada a rincorrere una primavera che anche da queste parti tarda a mandare i primi segnali. Piove sempre, il cielo da un lato è sgombro e dall’altro gonfio di nubi grigie e pesanti. Un po’ come il mio cuore che non riesce a decidere da che parte esporsi. Eppure ti sento, come ieri ad esempio, quando seduta sulla poltrona a leggere un libro ho avuto l’impressione di dita fra i capelli a comporre note dolcissime di una carezza. Come se si trattasse di qualcosa di normale ho ceduto a quella sensazione piegando di lato la testa, consentendo a quel sentire di darmi un po’ di conforto.
Ho chiuso gli occhi e accennato un leggero sorriso.
Poi mi sono irrigidita ricordando di esser sola in casa, i ragazzi erano al doposcuola e questo tu lo sai bene.
Sei passato a tenermi un po’ di compagnia mentre sprofondavo tre pagine di una storia che non mi appartiene. Sei passato a ricordarmi che non sono mai sola anche quando uso questa condizione a difesa di una stabilità che si è arresa ormai da tempo.
Ma d’altra parte quale è davvero il senso di un’amicizia come la nostra, se non questo? Trascendere i limiti umani dello spazio e del tempo. Offuscare la ragione con il calore dei ricordi e dare ai sogni un senso sempre nuovo.
Le tue mani le conosco bene, mi hanno sostenuto in momenti di precario equilibrio. Mi hanno imboccato quando il cibo era nemico, mi hanno scosso quando la stupidità prevaleva sul buonsenso, mi hanno acchiappato quando la mia voglia di fuggire avrebbe distrutto la mia vita.
Le tue mani hanno un senso, sono il mio appiglio a quella vita di cui tu non hai potuto godere fino in fondo come avresti voluto…, e che io non comprendo a dovere solo perché ce l’ho.
Le tue mani reali ancora le ricordo e non dimentico quel nostro modo di aggrapparci l’uno all’altra, per questo le ho disegnate..
Ciao tesoro, a presto, (speriamo).
Giusto ieri ho sentito al telefono una delle persone a cui mi sento maggiormente legata. E’ un’amica che conosco ormai da 20 anni, una di quelle con cui ho condiviso momenti importanti e bellissimi. Una collega universitaria che ha saputo infondermi sicurezza e benevolenza in quegli anni di grande fermento interiore.
La vita è stata buona con la nostra amicizia riservandoci la possibilità di mantenerla in essere nel corso del tempo.
Se ripenso al nostro incontro ancora sorrido:
Frequentavo il corso di filosofia teoretica all’università di Palermo con il prof Plebe, un corso poco affollato perché davvero pesante e quasi insostenibile. A metà del corso conoscevo di vista tutti i colleghi che come me si ostinavano a non gettare la spugna, fra questi c’era una ragazza davvero imponente, oserei dire immensa. A parte l’aspetto fisico mi sentivo particolarmente attratta da questa per la sua intelligenza vivida e fluida, per quella sicurezza che le consentiva di confrontarsi con chiunque senza alcun problema. Le sue domande ai professori erano sempre calzanti, le sue esposizioni praticamente perfette. Sarebbe stata un’esperienza positiva potere avere la possibilità di studiare con lei. Per questo un giorno la avvicinai.
Premetto che il cognome della signora in questione è CICCIA. Aggiungo che alle scuole elementari avevo una compagna di classe che si chiamava MANZO e che anche la bambina in questione era di dimensioni non proprio minute….dunque per una strana combinazione di associazioni mentali e alimentari ho fatto un pasticcio. Di carne!
Mi presentai a questa giovane ragazza dalla mole Antonelliana e la invitai al bar della facoltà per un cappuccino. Cominciammo a parlare del più e del meno e a noi si unirono altri colleghi. Stavamo ridendo e scherzando quando il discorso cadde sull’argomento allergie… io che vantavo una reputazione da comica cominciai a parlare monopolizzando l’attenzione di tutti. Disquisendo sulle mie allergie dissi che dopo un’attenta valutazione medica mi furono riscontrate due intolleranze,
“una agli allergeni dei peli del gatto… ma si sa, io e i gatti non ci sopportiamo a vicenda per cui difficilmente finiamo col trovarci negli stessi ambienti e….
…Una agli allergeni dei peli della MUCCA, ma di quelle… a parte te (indicando la collega) non è che ne trovi parecchie sulla mia strada”
Cadde il gelo in quel piccolo tavolino sovraffollato di quel bar della facoltà di lettere e filosofia di Viale delle Scenze.
Tengo a precisare che io ero convinta che lei si chiamasse MUCCA di cognome.
Ad un certo punto, quasi trafitta dal suo sguardo mi resi conto che di gaffe doveva trattarsi. Lei con una nonchalance da manuale sostenne il mio ritmo incalzando:
“Anche a me non capita spesso di incontrare delle stronze… così secche poi…davvero mai!, sai dalle mie parti si magia ed evacua in gran quantità “
Quello è stato il principio della nostra grande, enorme amicizia, in cui lei ha messo tanto e io quello che ho potuto.
Lo avevo visto sfrecciare nel mio giardino come un fulmine e avevo pensato di aver immaginato quel movimento fra le piante ma l’istinto da cacciatori dei miei cani ,oltre all’autorità di padroni conquistata nel tempo, mi avevano chiarito il concetto che fra noi ci fosse un intruso.
Il piccolo guidato da una forte irresponsabilità aveva continuato a nascondersi negli angoli più remoti della nostra proprietà sfidando la sorte e le fauci di due enormi pastori maremmani che sicuramente non gli avrebbero dato pace come, del resto, succede a tutti gli altri esponenti del mondo animale che per sfortuna si aggirano da queste parti. Ero quasi dispiaciuta della fine che avrebbe fatto, secondo me non avrebbe superato la notte.
E invece me lo ritrovai davanti la mattina successiva non appena spalancate le persiane del balcone sul terrazzo della cucina. Piccolo, spaventato e gioioso allo stesso tempo... ma soprattutto affamato.
Quella mattina, circa un mese fa, trascorse tra l’euforia dei bambini per il sopravvissuto e le mille cure di primo intervento. Bagno, coccole, pasti continui ed una prima visita dal veterinario decretarono l’adozione ufficiale del cucciolo. Un cane. Un altro.
Un meticcio secco secco, con gli occhi lucidi e il pelo bianco e miele dalle capacità di sospensione davvero impressionanti.
Dovevamo scegliere un nome! Scartati subito i vari Dik, Mik, Nik, avevamo optato per più simpatici appellativi quali Canuzzu (piccolo cane), Tappo e Birillo ma poi, mio figlio con l’aria disarmante che solo i ragazzini sanno osare disse che dovevamo dargli il nome di un eroe, di un sopravvissuto agli eventi da manuale. Robinson Crusoe sembrava troppo lungo e la scelta cadde sul definitivo Ulisse. Impavido e testardo.
La convivenza coi padroni di casa a quattro zampe non fu immediatamente facile ma con quel fare impertinente e buffo caratteristico dei piccoli di ogni specie riuscì a conquistarli entrambi. E ci ha conquistati tutti
E’ trascorso un mese, un mese in cui a solo guardarlo sfuggiva un sorriso in più anche quando, dimentichi di cosa significhi avere un cino-lattante in giro,ci ritrovavamo al cospetto di rosicchiature varie e panni sparsi in ogni dove.
Però come ogni nuovo arrivato ha portato con se una fantastica dose di tenerezza e novità. Ai ragazzi non pareva vero di scorazzare in bici col prode Ulisse alle calcagna ed io restavo appoggiata al battente della porta seguendoli con lo sguardo nel tentativo di cogliere istanti gonfi di spensieratezza e risate. Qualcosa molto simile alla felicità.
Poi stamani un tonfo. Secco. Agghiacciante.
Nessun guaito, alcun tremito. Basta. Stop.
Un'idiota qualsiasi ,il cui destino per una frazione di secondo lo ha evidenziato tra gli stronzi ai quali pare impossibile veder un rettilineo sgombro e silenzioso senza premere sull'accelleratore, aveva deciso di mettere fine a questa storia d’amore collettiva fatta di uomini e animali. Di bambini e cuccioli.
Lo abbiamo seppellito in un angolo ombroso, sotto un ficus benjamin. Questa era la sua casa, lui stesso la aveva scelta.
Non è stato facile parlarne ai ragazzi, i loro occhi si sono allagati di lacrime e il cuore è stato inondato da una tristezza densa come fango. L'amicizia prescinde i limiti razziali e approda in un terreno neutro in cui convivono sentimenti potenti che un giorno trasformeranno questi bambini in adulti attenti e rispettosi della vita altrui.
Ciao ciao Ulisse. E' stato meglio averti avuto per un mese che non conoscerti per nulla.
Spesso gli adulti sono come i bambini, piantano i piedi per terra e cominciano la convulsa danza del capriccio. Quella dimensione fanciullesca da cui cerchiamo di liberarci per assurgere al ruolo di persona matura e consapevole è uguale ad un virus latente, un Herpes Zoster, che continua a sopravvivere al nostro interno nell’attesa tacita di uno sfogo che lo riporti in vita.
Capita dunque che in certi casi le reazioni siano inconsulte e sorprendenti, plateali e smisurate.
Poco importa, mi dico, alla fine è facile voler bene a chi si comporta sempre in modo impeccabile, senza sbavature o cadute di stile. Il nostro affetto diventa potente quando invece riesce a ri-germogliare, ri-crescere, ri- attecchire su terreni che al momento ci sembrano sterili. E’ un affetto sincero, voluto, conquistato e dunque consapevole.
Noi stessi scegliamo le nostre amicizie, le coltiviamo, le alimentiamo con confidenze e intimità, le sorreggiamo quando fallendo i passi sembrano vacillare, le soccorriamo quando incidentalmente si feriscono. Non sempre gli amici sono quelli che ci aspettiamo, essendo altri rispetto a noi possono prescindere da ciò che crediamo e agire come mai avremmo pensato.
Tendo sempre la mano per prima, non per buonismo, non per egocentrismo forse perché trovo stupido perdere tempo in quella pratica in cui tutti sembriamo eccellere, ovvero il tiro incrociato di rimproveri, attese e recriminazioni che finisce col renderci astiosi e critici per poi dovere affrontare la realtà dello sbaglio e dunque delle dovute scuse (comunque). Preferisco non dovermi confrontare con l'acrimonia di quelle persone a cui tengo, temo che certe parole o azioni possano non essere cancellate del tutto e dunque rimanere invadenti nell'aria.
Aver perso il più grande degli amici mi ha dato una consapevolezza estrema di questo sentimento,per cui mi piace pensare che se un’amicizia invecchia e perde la grinta di un tempo va trattata come una persona cara e anziana a cui fa piacere di tanto in tanto prendere aria al parco su una panchina all’ombra tra un gelato alla crema e un atterraggio di colombe.