
Io sono una che si fa un sacco di seghe mentali. Oggi dunque sto di merda, ma notevolmente di merda.
Il fatto è presto detto: Sabato sono uscita con un gruppo di amici, tutte persone più o meno della stessa età, tutti o quasi nella stessa condizione…separati, con figli e con la stessa identica volontà di non volersi arrendere al tempo che passa e che ci sfugge inesorabile. Siamo quei quarantenni che si illudono di avere ancora tutta la vita davanti e giocarsela a dadi in una notte di baldoria. Piccoli esseri contenti che esista una sindrome, quella di Peter Pan, a giustificare le cazzate che di tanto in tanto non ci lasciamo sfuggire.
Bene… abbiamo bevuto e abbiamo ballato. E quanto abbiamo bevuto… e come abbiamo ballato.
Ad un certo punto mi sono ritrovata sul tavolo del locale e li sono rimasta per tutta la notte ancheggiando come una ventenne disorientata. La nonna sul cubo. Squallido e tristissimo. Ovviamente eravamo l’attrazione del circo, tutti guardavano pietosamente ma a noi sembrava non ci interessasse nulla, ovviamente il rum e pera a cicchetti ha fatto la differenza.
Questa mattina mi sono guardata allo specchio. Questa mattina mi sono riconosciuta. Questa mattina ho dovuto fare i conti con me stessa nel tentativo di spiegarmi chi fosse quella della notte precedente. Avete presente quando particolari rimossi riaffiorano in flash disegnando uno scenario che invece si vorrebbe non ricordare? Avete presente la sensazione che si impossessa della testa e di tutto il corpo quando ci si rende conto che è ormai troppo tardi e che non è possibile cambiare l’accaduto? L’impotenza generata da una sorta di disperazione gratuita?
Io ho 2 figli. Sono ancora dei bambini ma ho sempre agito pensando a loro per primi. Ho sempre scelto di fare cose per le quali non dovermi vergognare rimediando giustificazioni da quattro soldi. Eppure ieri sera non pensavo a loro. Pensavo a me. Per una volta pensavo a me. E basta.
Adesso mi tocca riconquistare parte di quella dignità che devo aver lasciato appesa al palo della Lap dance di un postribolo a cui darei volentieri fuoco.
