
Mai un genitore dovrebbe sopravvivere ad un figlio. Non è naturale. Non è accettabile.
E invece la vita segue percorsi la cui logica disattende teoremi, distanze calcolate di iperboli, ellissi simmetriche, fattori elevati a potenza.
La vita ha in comune con la logica matematica solo il concetto di incognita. Ma in questo caso quasi mai calcolabile. Quasi mai prevedibile.
E dunque succede che un padre debba piangere la morte di un figlio. E mai più la sua vita sarà la stessa, non sarebbe neanche vita se non per quella necessità vaga di respirare e nutrirsi e piangere.
Ma che un genitore sia la causa della morte della sua stessa progenie non è plausibile.

Non mi scaglio contro Pappalardi il padre di Gravina di Puglia così come non mi sono scagliata contro Anna Maria Franzoni o contro quei genitori per i quali non è possibile accertare un’effettiva colpevolezza, mi astengo dal formulare congetture e attendo che la giustizia compia il suo corso. Però la sola ipotesi sfinisce il mio senso materno.
Le accuse sono talmente gravi da apparire ridicole. Uccidere entrambi i figli in un eccesso d’ira per aver disatteso un divieto? Avere inveito in maniera talmente violenta su 2 innocenti da causarne la morte? E per quale offesa? Per esser stati trovati in piazza a spruzzarsi acqua da pistole giocattolo, piuttosto che in camera a scontare una punizione la cui efficacia doveva garantire un’educazione pregevole ?
Mio Dio, la verità non può essere tanto feroce.
Le braccia che avrebbero dovuto accoglierli a riparo di tutto il male del mondo sono diventate armi impietose generatrici di morte? Machete? Clava? Cappio?
Non posso accettare questa condanna. Perché in questo caso dovrei concepirne la colpa. E la mia piccola mente non è in grado di lasciare spazi che possano essere invasi da realtà tanto abbiette.
Voglio appellarmi(non solo in questo caso) a quell’unico ragionevole dubbio che fa di un assassino un presunto colpevole.
Per onor del vero ad inchiodare Filippo Pappalardi non ci sarebbero prove tangibili ma una minuziosa ricostruzione dei fatti. Frasi estrapolate da intercettazioni alle utenze convaliderebbero la sua colpevolezza… e invece non voglio credere a tanto orrore che si cela dietro una presunta lucidità reiterata davanti ai media per un anno e mezzo.
E mai vorrei un finale comune ai fratellini Brigida e quella madre piegata in due sul sito circoscritto da bande a strisce bianche e rosse il cui viso resta impresso nella mia memoria come la maschera di dolore più macabra che abbia mai visto.
Guardo i miei figli in faccia. Gli leggo gli occhi, ne assaporo i baci. Uso il mio corpo come scudo e coperta. Faccio da cassa di risonanza ai loro sogni. Gli insegno l’amore che per le cattiverie e gli abomini ci penserà questo cazzo di mondo….
