Praga la accolse con un inaspettato inverno. Il cielo sfidava la forza di gravità trattenendo un carico di nubi che pareva dovesse scivolare in terra da un momento all’altro. La luce era di un argento metallico nonostante fosse piena mattina.
Una dolce inquietudine la pervase.
Si strinse nel giubbotto di piume d’oca, spinse il berretto di lana fino sotto le orecchie e con il bagaglio a mano si affrettò all’uscita dell’aeroporto.
Ad attenderla c’era una vettura della società per la quale lavorava. L’autista, in un inglese spigliato, le comunicò che l’avrebbe accompagnata in albergo. Lei sprofondò nel sedile posteriore e si fece confortare dalla morbida pelle color crema, un sottile filo di musica classica le si insinuò nel cervello consegnandola ad un’altra dimensione.
Il tragitto non sembrò lungo, ben presto le strade furono ingombre di mezzi che si tuffavano in una consuetudine da metropoli, pedoni calpestavano il selciato con passo solerte ma non affannoso, giovani donne con stivali e baschi, anziani con sacchetti di plastica di ritorno dal mercato, uomini in giacca, cravatta, guanti e zainetto. Tutti quanti disegnavano traiettorie invisibili di un vivere quotidiano.
Periferia.
Le periferie raccontano sempre storie d’avanguardia. Le periferie si arrendono alle maestosità dei centri vivendo di vita propria, le periferie soccombono al fascino e si allargano a dismisura nel tentativo di introdurre modernità a storie di altri tempi. Le periferie reclamano attenzione e rispetto.
E danno sempre il benvenuto a chi giunge da un’altra parte.
Tutto sembrava ovattato non solo nei suoni ma anche in ciò che vedeva, una sorta di nebbia liquida si frapponeva tra gli occhi e le cose sfumandone i contorni, come i segni grigi di un carboncino assorbiti dai fogli spessi e ruvidi di un album da disegno.
Ad un tratto un esercito di guglie cominciarono a sfilare, altere e noncuranti, seguendo una cadenza senza tempo. Catturavano lo sguardo con l’imponenza delle architetture e della storia e di mille storie che avrebbero potuto narrare. Un muro alto e sostenuto tracciava un percorso infinito e incantevole, popolato da pioppi ma anche da pompelmi e fichi che sostenendo la magia che aleggia sulla città sfidano le basse temperature e l’incredulità di chi le osserva.
Ad un tratto un nome le si insinuò sui fili stesi della memoria. Kafka.
Kafka era praghese e tutto sembrava che cominciasse ad avere un senso.
Il fascino, l'inquietudine, il mistero. E quel castello di cui egli spesso parla, per averlo contemplato a lungo dalla sua casa dell Arco d'oro.
La maestosità del castello le metteva quasi un brivido di pelle e fluire di sangue, sfilò via il cappello e i guanti e si concesse ad una visione unica, di quelle che non si sarebbero più ripetute, perché le prime volte hanno in sé la magnificenza della sorpresa e dello stupore. E dalla torre di Dalibor, una delle tante, parve che una lacrima di violino le scivolasse addosso. In quella torre si narra vi fosse rinchiuso un cavaliere delicato, che per aver preso parte alle rivolte del latifondo praghese si guadagnò una condanna a morte. Le note del suo violino scioglievano il cuore dei castellani che si accorsero della sua morte non udendo più la dolcezza della sua musica.
Palazzi aristocratici sfilavano in sequenza, rami spogli sembravano tracciare le tele di un ragno solerte e tutto pareva ingabbiato dal fumo spesso che si sprigiona dopo un incendio. L’incendio dell’anima.
L’albergo era in centro, uno di quegli alberghi di ultima generazione che per sapienza di architetti validi riescono ad integrare il vetro e l’acciaio nella pietra e nei marmi. Un calore hawaiano e stridente l’accolse restituendole colore alla guance. Si scorse allo specchio dell’ascensore che la proiettava a piani impensabili e nel consueto vedersi si accorse di una scintilla negli occhi, una scintilla Ceca.
Il primo incontro di lavoro si sarebbe svolto la sera, una cena “informale”, così recitava il programma. Da lì al primo evento effettivo sarebbero trascorse molte ore. Ore che parevano incanto davanti a quel mistero di guglie e pioppi e palazzi d’altri tempi…..Non c’era tempo per il riposo, giusto qualche attimo per rinforzare lo strato di indumenti che la avvolgevano….
(continua)