E poi… all’improvviso… tutto cambia. La sorte ama tirare ai dadi, oggi è capitato all’Abruzzo, domani chissà.
Per un attimo metto da parte torte e faccende varie e mi fermo a guardare i miei figli. Altri genitori, in questo momento, piangono i loro.
Li guardo ed è come se li vedessi per la prima volta, sforzandomi di immaginare a come sarebbe se fosse l’ultima.
Confrontarsi con la morte, con la disperazione, con l’impotenza è sempre difficile. Dopo valuteremo le colpe o gli onori, al momento c’è spazio solo per la tragedia.
Siamo, tutto sommato, un grande popolo. Fra un po’ cederemo alla routine di tutti i giorni e la disperazione di altri sarà per noi solo una dolorosa notizia da tg, ma in questo frangente tutta l’Italia è da una parte sola e questo mi riempie d’orgoglio. Perché a prescindere dalla destra o dalla sinistra, a prescindere dal credo o dalle preferenze sessuali oggi questo nostro paese è solo Abruzzo.
Cosa significa veramente trovarsi davanti alla propria casa in macerie? Cosa si prova veramente a scavare tra il disastro nella speranza di recuperare qualcosa che ci è appartenuto, qualcuno dal quale non avremmo mai voluto separarci, qualcosa che non recupereremo mai più se non nei ricordi che forse riemergeranno da una rimozione assoluta?
Sentivo di persone che si arrampicano sui tetti coi caschi da moto, per evitare calcinacci, nella speranza di sentire flebili sussurri di sopravvissuti. Ho sentito di alcuni giocatori della squadra di Rugby dell’Aquila che in cerca di un loro compagno hanno finito col soccorrere altri e altri ancora.
Mi sembrava orrendo che 27 persone fossero rimaste uccise, questo accadeva alle 11 di stamani, adesso sono le 15 e 35 e le vittime accertate sono già 92. Migliaia di sfollati, 1500 feriti e troppi dispersi ….
E poi ci sono i centri storici, veri ricami di pietra, che polverizzati esalano gli ultimi respiri e quella polvere si impasta alle lacrime di chi lì ha vissuto, di chi in quei posti ha visto il dipanare della propria esistenza e di quella di molti cari, matassa informe in queste ore.
Il governo apre le casse, gli ospedali aprono i battenti, gli italiani aprono i cuori… temo l’orribile ombra dei container e delle scuole di metallo, bidonville moderne… figlie dell’emergenza. Niente più piazze, ritrovo di amici, niente più bar dello sport dove fermarsi a sparlare, niente più mercato e ritrovarsi a fare la spesa….
Io credo in Dio, alcune volte è più difficile del solito, ma continuo a tenere duro…
Oggi è il giorno dei funerali....
Il papa aveva degli importanti impegni e ha dovuto passare oltre. certo il tenere questa notte la croce per la via crucis avrà significato mangiare parecchio alla sua tavola imbandita, per acquistar forze.
La via crucis è nel cuore di chi ha ,ormai, solo macerie.
Una cosa mi ha sconvolto e travolto più di tutte, una bara bianca, piccola, troppo piccola posta sopra una più grande...
madre e figlio.
Straziante!!!