Chi Sono
Utente: arietta
...ma guarda un pò che arietta!...

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Labbra Blu - Diaframma
C'e' una ferita in fondo al cuore grande come non l'hai vista mai guarda il sangue e il suo colore ... e' bellissima. .

C'e' un grande salto in fondo al cuore prima deserto, adesso un'oasi via i cancelli per favore, che non mi servono piu'. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano carro che non vuol cadere nella stupidita'. .

Sulle labbra era il sapore del mattino che hai inventato tu guarda adesso come piove sulle mie labbra blu. Guarda adesso come piove sui sentieri in fondo all'anima storie che non hanno odore, e' la mia realta'.br>
Vorrei dare un nuovo nome, nuova linfa a tutto quel che c'e'. ma ogni cosa e' una ferita che mi ricorda te.

Labbra blu - Diaframma

giovedì, 30 ottobre 2008
Minchiate Spaziali

L’economia non è solo in crisi, è proprio in stallo e da ogni dove giungono ventate di recessione. Gli stati emergono da un sonno primordiale e prendono in seria considerazione  l’idea di fare “STATO” supportando quel mondo  finanziario , oggi malato, ma che  in altri tempi ha sovvenzionato e sostenuto baracca e burattini.

Bene, mi dico, procediamo. Si sente parlare di tagli al punto che è diventato un reale imperativo assoluto, una vera compulsiva ricerca della quadratura del cerchio, una necessità oltre che un dovere da parte di tutti. E così si taglia a scuola dove giustamente, dove ingiustamente. Si taglia nelle amministrazioni locali, ma pure in casa, in tavola e in quei pochi piaceri che di tanto in tanto ci danno l’illusione di un’effimera felicità. L’unica cosa che non subisce tagli sono le trattenute e se una tassa viene eliminata … state tranquilli che  altre vengono dilatate. La pressione fiscale ci snerva, ci stressa, ci preclude la possibilità ad essere sereni e con questi nostri sforzi fisici e psicologici, con i nostri sacrifici, con le nostre perplessità andiamo ad alimentare le casse di questi stati scassati. Ci immoliamo. Ma perché?  mi domando. Perché è giusto pagare per poter usufruire di un sistema organizzato che renda la mia vita più agevole e vivibile. Punterei su aspetti pratici e sostanziali quale l’istruzione, la salute e la previdenza sociale.

Bene. Poi sento del fatto che hanno mandato in orbita un ultimo satellite di una serie di miliardi tra euro e dollari e una domanda sorge spontanea: Coglioni loro o coglioni noi? No, perché qualcosa da dire ce l’avrei anche. Se si parla di  recessione, se si parla di crisi mondiale, se si porla di impoverimento globale è ugualmente importante parlare di difesa spaziale, conquista delle orbite e presidi umani su pianeti che con noi non sono per nulla compatibili? E’ davvero così importante mandare 1, 2, 3, robot che costano interi bilanci statali per appurare che le forme di vita in pianeti lontani milioni di anni luce, erano monocellulari oppure che forse 150 milioni di anni fa scorrevano vie d’acqua? Se il mondo fosse prospero sarei  la prima a sostenere  qualsiasi progetto di questo genere, la mia sana curiosità si alimenta anche di queste notizie ma quando è guerra è guerra per tutti.

Ma dico … ci siamo impazziti?

E mentre lor signori giocano a Spazio1999 i nostri figli devono fare i conti con le riduzioni del tempo pieno ed noi adulti con la scomparsa  di certi indici e tassi  d’interesse e le nostre sicurezze fatte di muri e tetti e voglia di festeggiare il Natale.

Perché dovrei finanziare progetti spaziali con la mia illusione di un’effimera felicità?

Minchia, però sai che soddisfazione quando saremo con le pezze nel culo e guarderemo in alto a quel nuovo centro di incontri intelletual-filosofico-scientifici tra Plutone e Giove …  minchia davvero.

Scritto da: arietta alle ore 12:44 | link | commenti (17) | Categoria: politica, dubbi, denuncia, complimenti vivissimi




venerdì, 24 ottobre 2008
Madre

La memoria a tratti svanisce. Lascia dei tremendi vuoti che sostituiscono ricordi e sensazioni. A colmarli solo buchi di niente, buio, assenza.

Per lungo tempo l’ho sfidata nell’inutile tentativo di rintracciarti, ho percorso i suoi corridoi angusti, ho cercato di vederti oltre ogni porta. Ma tu non c’eri. Non ci sei mai stata.

Sinceramente, nel corso della mia vita, ho tentato di sostituirti. Certe volte credevo di esserci riuscita ma erano solo palliativi. Mi sono arrogata il diritto di emularti e sono diventata madre.

Non ho parole per commentare questo mio ruolo.

In realtà mi resta solo questa mia pelle che assorbe.

Ho dentro un lago di sentimenti, sentimenti ristagnanti che alla fine male odorano. Maleodorante nell’amore, questo sono. Ma anche molto altro.

Tu mi hai vista, ero li, ero carne rosea e occhi vitrei alla ricerca di qualcosa che mi travolgesse. In fondo la culla mi ha assorbito. Cotone e legno… nient’altro. Forse le attenzioni distratte di un padre a cui poco importava. Fin dal  principio.

L’indifferenza mi ha travolta e di tale dolore ne ho fatto tesoro.

Sono una donna attenta adesso, registro ogni percettibile movimento, sia fisico, sia emotivo.

Io mi accorgo. Mi accorgo di un sacco di cose, dei bagliori che istantanei rientrano nella luce, degli acuti che imprimono tono ai suoni, dei silenzi che sintetizzano gli stati d’animo, delle ombre di pensiero che prima emergono e poi vengono assorbite dalla nostra capacità di sintesi e celate dentro. Parentesi di alito che nessuno ascolta.

L’essere viva è la cosa che maggiormente mi affanna. Mi entusiasma, ma in effetti  mi spaventa.

Non ricordo momenti di noi, se non da adulte quando serenamente ti pettinavo i capelli.  Ma io ero già un’altra… muscoli tesi e cuore in allarme.

Ho questa mia figlia con cui divido la vita. Lei mi sembra me ed io la riprendo dicendo che è stata sfortunata, che ha trovato una peggio di lei. Più  di quanto avrebbe potuto desiderare. E la amo di quell’amore che solo a tratti ho intuito, di quello che potenzialmente sarebbe potuto esser mio. Ma che mi esplode dentro ogni volta che la vedo, che la sento, che la odo e gusto.

Lei mi sorride beffarda, convinta che ciò che lega madre e figlia non può essere ne interrotto ne male erogato… e ha ragione, perché per quanto le mie ragioni ragionino alla fine le sue sono le più divertenti, le più sane, praticamente le migliori.

Eppure, nella tua latitanza, mi hai insegnato un sacco di cose, cose che in parte devo demolire e in parte salvare.

Mi hai insegnato a cavarmela da sola.

Mi hai insegnato a rispettare le chiusure.

 Mi hai insegnato ad ascoltare il mio dentro, perche dal fuori non percepivo molto… se non il rumore del mare (dalle finestre spalancate)  e lui è diventato più di quello che tu sei mai stata.

Ma sinceramente, tu sei mia madre. Tutto quello che ho a parte i miei figli, più del mio mare, più  di quanto avessi voluto sentire ed ascoltare.

Anche stasera ho sistemato la tua camicia, ho riso alle tue parole che adesso non ricordo e ho attorcigliato i tuoi capelli in un nodo precario. Ti ho avuta.

Come in ogni sera della mia vita ricordando momenti in cui baldanzosa mi sei venuta incontro, aiutandomi.

E penso che quando non ci sarai, non ci sarò.

Perché come dissi una volta, una madre è una madre, tutto il resto conta poco. Una figura che neanche una figlia può sostituire.

Scritto da: arietta alle ore 21:51 | link | commenti (29) | Categoria: dentro dentro




giovedì, 23 ottobre 2008
Il tronista
 

Il tronista è una tipologia d’uomo ormai non solo dichiarata ma pure riconosciuta. E dopo la non troppo divertente trovata della De Filippi ci rendiamo conto che ne siamo invasi.

Uomini truci con le mutande che spuntano dai pantaloni, la loro cattiveria la presagisci dalla canottiera che lascia urlare il bicipide.

Ammazza quanto so fichi!

C’hai il vicino di casa col fibbione D&G che gli regge pure i sentimenti, il collega con tre catenine al collo che fa stiloso e il macellaio, di quelli tosti, che pare che abita alle Bahamas.

Il tronista sceglie.

Lui c’ha un sacco di situazioni sottomano, la shampista che ammicca, la 18enne che lo vuole duro e la signora del piano di sopra che sale e scende manco fosse l’indice di Wall Street in persona.

Lui ha il profumo maskio che sa di muskio e ogni tanto miskia con l’intenso odore acre del toro di Pamplona.

Coattamente parlando c’ha le casse nella macchina che neanche ai concerti degli U2 e tende a lasciar penzolare il braccio sinistro fuori dal finestrino così le tipe si accorgono che nessuna lo ha ancora impalmato ed è dunque da corteggiare.

Che poi ci sono quelli più ricercati, quelli luccicanti, che non camminano mai da soli e necessitano di branco proprio , con cani di compagnia bellocci ma mai quanto il detentore del potere assoluto. Impomatati, depilati, col sopraciglio arcuato e la polvere di stelle sulla pelle, indossano la divisa d’ordinanza : Jeans modello frullatore di MET, canotta bianca a coste larghe  di GRIGIOPERLA, giacca nera di un gessato lucido tono su tono RICHMOND. Completa il quadretto la collezione acciaio e oro BREIL… della serie toccatemi tutto ma non il mio…

Si allena nel provocare orgasmi visivi con il muscolo lucido e la tartaruga da squarto. Mangia 200 kg di proteine sintetizzate in 13 fette di petto di pollo, al giorno,  che pompano l’architettura corporea e si allena nel culturismo dell’anima che, aimè, poco ha a che vedere con la cultura in genere.

Lui Leopardi non se lo ricorda e di Neruda sa che ha scritto un sacco di cose belle ma i versi che gli supportano l’approccio glieli suggerisce Gigi D’Alessio perché lui si… che è un poeta dei giorni nostri e che all’occorrenza lo puoi pure chiamare (che sono entrambi del mondo dello spettacolo) e chiedergli di fare la prefazione al nuovo libro.

Lo specchio dell’occhiale, tipo maschera da sub con boccaglio, rende il tronista, un vero sovrano, le roi del colpo soleil , che il suo parrucchiere ha pettinato pure quelle di miss Italia e dunque anche se vive a Joppolo Giancaxio è di quelli internazionali.

Alla fine della sua investitura da tronista incontra la coatta giusta – tremendissima muchacha – che lo stende con l’occhio maliardo ed assicura a questa terra una degna successione.

Siamo inghiottiti da un denso fango… solo apparire può salvarci dal l'oblio dell'anonimato?

Preciso, a che mi legge per la prima volta, che questa formula espressiva è solo a supporto di un certo tipo di post e argomenti... quelli sotto la categoria delle caricature, per intenderci. Tanto si doveva.

Scritto da: arietta alle ore 09:47 | link | commenti (32) | Categoria: caricature




lunedì, 20 ottobre 2008
Movimento

Mi scavo dentro.

Ho un bisogno costante di conoscermi, di valutare ogni mia alterazione, di registrare ogni mutamento.

Sono una donna da struggimento. Stropiccio parti che sono solo mie e gioco ad identificarmi con gli altri per vedere cosa si prova a non essere me stessa.

Metto tutto in gioco. Sempre.

Mi spingo oltre e vivo in bilico.

Una che azzarda il precariato nei sentimenti, in effetti.

Mi chiedo perché alcuni nascono e vivono stabili. Mi chiedo perché alcuni vivono la staticità come un successo e l’inerzia come uno stato di grazia.

Ed io invece sono movimento anche solo col pensiero. Mi alleno nello step dell’anima con grande successo, salgo e scendo di continuo scalinate bianche come il gesso e nere come l’ebano, mi arrampico su contrafforti e spicco voli pindarici puntando su correnti emozionali .

Beh… si, in molti casi mi appiccico agli specchi.

 

Scritto da: arietta alle ore 21:19 | link | commenti (17) | Categoria: sogni, emozioni, dubbi, dentro dentro




venerdì, 17 ottobre 2008
Susi

Sembrava inquieta Susi quella sera, aveva rimboccato le lenzuola a Damiano  e lo aveva guardato con la dolcezza che le colava dagli occhi. Aveva 10 anni e una tempra forte quel suo unico tesoro.

La vita non era stata semplice per lei, l’infanzia fredda, l’adolescenza turbolenta, la giovinezza un patchwork di emozioni e difficoltà. Aveva tirato a campare portandosi dentro il fardello che solo gli orfani riescono a sostenere … quel senso di rifiuto imbottito di consapevolezza dell’esser soli al mondo. Crescere in un istituto l’aveva resa massiccia dentro e guardinga. Dividere gli stessi spazi con altri come lei le aveva lasciato addosso il senso di non appartenenza a nulla, di assenza di legami veri.

Dopo il diploma delle medie all’interno dell’istituto aveva cominciato a lavorare. Un lavoro umile il suo, ma l’unico che fosse riuscita ad avere. Faceva le pulizie a casa di certa gente con un sacco di soldi. La mattina lasciava quei luoghi che le infondevano un gelo perenne  e vi faceva ritorno quasi a sera, dopo avere sgobbato per pochi soldi e 2 pasti neanche troppo sostanziosi. Però era una gran lavoratrice, non si stancava mai e non si tirava mai indietro. Aveva lasciato l’orfanotrofio che aveva 20 anni, aveva preso in affitto una piccola casa alle porte del paese, quella che poteva permettersi: una stanza nella quale dormiva, un piccolo cucinino ed un bagno buio e stretto con al posto della finestra una specie di feritoia posta in alto.

E poi aveva incontrato il suo bastardo personale, un ragazzotto di campagna che viveva poco distante. Lui  aveva riempito la  sua testa di stupidi sogni e di false promesse, le aveva riempito il letto e per ultimo anche il grembo. Ovviamente come conviene ad un losco figuro ,non appena intuito la gravida verità se l’era filata a gambe levate lasciandola sola ancora una volta. Ma per Susi era cominciata un’altra vita fatta di nuovi palpiti come uno sbattere di ali farfalla. Sentiva la sua creatura crescerle dentro e restava immobile per sentirsi completamente sopraffatta da quell’amore immenso. Non importava chi fosse il padre, non importata come o casa le avesse fatto, in fondo forse lo amava davvero, perché per primo le aveva donato qualcosa. Un figlio.

Quando nacque Damiano, rinacque anche lei in una simbiosi mistica, in un’equivalenza d’amore infinito, di felicità inspiegabile. Finalmente la solitudine non le apparteneva più, la tristezza non le offendeva il sangue, il silenzio non le bucava l’udito. Umiliarsi, strofinando in ginocchio gli atri che altri calpestavano, non le pesava più. La mattina lasciava il suo angelo nello stesso istituto in cui era cresciuta per ritornarvi non appena possibile. Restava tutta la notte con il suo amore fra le braccia e ne catturava ogni particella possibile. Gli affondava il naso fra le rosee carni e ne aspirava l’odore. Con i baci ne sentiva il sapore. E le carezze le rinvigorivano il tatto. Sensi materni di una passione indicibile. E poi Damiano cominciò a crescere e a frequentare la scuola. Era secco secco quel suo figliolo ma per lei era il più grande di tutti. Un bambino bravo e ubbidiente, un bambino silenzioso e dolcissimo.

Quella sera proprio non riusciva a staccarsi da lui, non comprendeva bene cosa stesse succedendo ma era come se uno strano presagio le impedisse di stendersi nel letto accanto.  Forse quella stessa notte qualcuno glielo avrebbe portato via, forse quella notte lui sarebbe sparito per sempre e lei sarebbe ripiombata nella solitudine più totale e la disperazione le avrebbe lacerato ogni infinitesima parte di quel suo stanco corpo. Per un attimo aveva pensato di svegliarlo nel cuore della notte, di coprirlo per bene e di fuggire con lui, ma era sicura che li avrebbero braccati e separati. Non poteva permetterlo. Mai.

Con la lucidità propria dei folli si era diretta in cucina e tirato fuori dal cassetto il coltellaccio che serviva a scannare gli animali che di tanto in tanto le venivano dati in cambio di qualche stirata o di qualche sporco lavoro.

E mentre il suo amore dormiva gli aveva infilzato il coltello nella carotide e con un gesto lesto gli aveva sottratto la vita.

-         Aspettami amore mio arrivo anch’io. –

Un gesto uguale su se stessa aveva messo fino a quella follia.

Insieme per sempre.

Non chiedetemi il perché di questa storia, non ricordo neanche di averla scritta. E’  stata lei a trovare me. Inquietante? Tranquilli sto bene….

Scritto da: arietta alle ore 21:32 | link | commenti (28) | Categoria: racconti, bambini, follia




martedì, 14 ottobre 2008
Michele

Fra breve saranno 3 anni.

3 anni che ti ho perso. 3 anni di una solitudine che ancora mi ghiaccia.

In questi giorni avevo fra le mani alcune foto del mio matrimonio, ex matrimonio, e lo guardavo. Io ero bellissima ma lui, forse, di più. E poi quell’ultima sera…

Non dimenticherò mai quella sera. Era fine settembre e lui piombò in casa mia con quell’aria da monello e uno zaino verde militare che gli avevo regalato cent’anni prima. Sembrava strano ma questa osservazione non faceva testo perché normale non era mai stato.

Michele era il mio grande, fenomenale amico, il mio appuntamento con la vita, un appuntamento che si ripresentava senza preavviso, senza motivo, senza colpo ferire. Lui arrivava, stava e andava via.

Michele era una certezza, lo conoscevo da sempre. Quando ero una bambina mi aveva salvato la vita nel senso che mi aveva percepita  reale… e viva… e amabile.

Lui, l’unico.

Giocavamo insieme nel giardino di casa mia e frequentavamo la stessa classe sia alle medie che alle superiori. E poi non ci staccammo quasi mai l’uno dall’altra.

All’università vivevamo nella stessa casa, preparavamo insieme gli esami e ci appropriavamo l’uno dell’altro come è solo possibile ai fratelli. Ai gemelli. E il nostro, bellissimo appartamento,era come un sacco amniotico.

Un amore fraterno, il nostro, consolidato da sbronze indimenticabili e da confidenze indicibili.

Dopo la laurea con 110 e lode (e pure la menzione) era sparito per un certo tempo e per non so dove. Lui diceva di essere stato in America latina ma io lo vedevo nel letto di qualche bella signora, ubriaco e a farsi le canne. Anche se in America latina credo ci sia stato veramente.

Al mio matrimonio è stato testimone, alla mia separazione è stato conforto, per tutta la vita… un’ assoluta certezza.

Quella sera avevo aperto la porta e lui facendo toc-toc sulla mia faccia aveva un’espressione conosciuta, ovvero:Ho bisogno di te.

Hai la  tua solita faccia da mascalzone, con quei riccioli  biondi scomposti, vestito trasandatamente, nonostante le ricchezze della tua famiglia… un vero bohemien, alternativo e comunista.  Artista…(del cazzo aggiungevo io).

Mi abbracci e mi fai paura, sprofondi sul mio divano e metti i piedi sulla cassapanca di inizio ottocento(siciliano). Dallo zaino tiri  fuori tabacco, cartine e "la maria" e ti rulli una canna.

“Ciccia metti musica” mi dici e io ubbidiente infilo nella bocca dello stereo un cd dei Pearl Jam (la nostra musica) e riempio le bolle di vino rosso, un nero d’Avola corposo e intenso.

C’è qualcosa di nuovo tra noi, qualcosa che non comprendo, qualcosa che in 30 anni di vita non ho mai notato.

-         Ho un cancro! –dici tu come se avessi appena sbadigliato.

Per un pelo non mi strozzo, tossisco, mi viene da vomitare, mi alzo… ti guardo, ti fisso, cazzo… non capisco, non parlo.

-         Dai non fare così,  vieni qui.

Che cazzo significa non fare così?... Che cosa significa ho un cancro? Che cazzo significa?

Mi spieghi che il cancro è al pancreas e che ti restano pochi mesi di vita, è il più impietoso e che nelle statistiche pochi si salvano.

Nessuno sa nulla, né la tua famiglia, nè altri. Solo io… e per la prima volta davanti a te mi si seccano le parole. Però fiumi di ricordi si presentano in quello “steso istante” e ti rivedo coi bermuda blu il giorno della nostra prima comunione, ti rivedo in jeans e cravatta il giorno degli orali di maturità e con la bandana viola al concerto dei R.E.M.

Mi fai una carezza ma la mia pelle è diventata carta straccia e mi fai male. Ti rubo la canna dalle mani e faccio un paio di tiri, poi 3, 4, praticamente la finisco tutta e continuo a guardarti. In quel momento vedo la morte in faccia e per la prima volta credo sia bellissima. Stendo la mia mano sul tuo volto  e tu come un bambino ti pieghi sulle mie dita. Piangi e sono io, adesso, a sentirmi morire perchè di rado ti ho visto farlo anche quando le occasioni lo imponevano. Io invece comincio a ridere sarà per via dell’erba, sarà perché devo fare da contrappeso a così tanto dolore. Tanto rido che ti trascino sul pavimento in una danza isterica e convulsa, non facciamo l’amore, non possiamo permettercelo ma restiamo avvinghiati in un abbraccio eterno, immersi l’uno nell’altra.

Rulli un’altra canna e io penso che in quella sera tutto è legittimo, se a Dio è dato di spegnere la vita di un uomo che ha soli 38 anni, a noi sarà data la possibilità di farci 2 canne e una bottiglia di vino in un’unica soluzione. Ci addormentiamo svenuti l’uno sull’altro.

Nel cuore della notte mi sveglio. Ti ho sbavato sulla camicia ma poco importa,

- Dormi amore mio- ti dico ma tu sei inquieto.

Apre gli occhi, mi guarda e si accuccia con le ginocchia sotto il mento che mi pare mio figlio. Lo vedo come per la prima volta ma mi rendo conto che sarà forse l’ultima.

Come spiegherò ai “nostri” ragazzi (come li chiamava lui), i miei figli, che non ci saranno più momenti di intensa gioia? Come farò a dirgli che lo zio non piomberà più in casa nel cuore della notte o durante un pranzo di famiglia coi pantaloni scivolati giù nei fianchi e il sorriso di un delinquente gentiluomo? Come farò a spiegare che questo amore ci lascerà un buco, un cratere, per sempre.

Questo è stato il nostro addio, da quel momento non ti ho più né visto ne sentito, poche settimane dopo una telefonata di tuo padre mi comunicava la data e l’ora del tuo funerale.

Mi sono stesa sulla tua bara semplice e liscia e con te ho seppellito il mio cuore.

Mio piccolo, dolce, incredibile amore.

Soffia sulla mia altalena....

 (clicca qui) arietta.splinder.com/post/14551267#comment

Scritto da: arietta alle ore 19:36 | link | commenti (28) | Categoria: michele




domenica, 12 ottobre 2008
Pelo e contropelo

E’ che oggi c’è una giornata bellissima…  che si potrebbe pure (hai voglia) andare al mare se…

Se fossi stata di una lungimiranza giuliacciana e dunque sterminato fino all’ultimo pelo magari ieri o ieri l’altro e invece con quel poco di fresco dei giorni passati ho rimandato l’appuntamento con l’estetista.

Che tu li vedi tutti lì piccoli peli allineati in fila per tre col resto di due, antipatici  e antiestetici  che poi, cavolo, in casa non c’è neanche mezzo uomo a cui rubare il rasoio.

Devo ricordarmi di aggiungere questo particolare alla nota della spesa, che fa sempre comodo averne qualcuno in casa…

Uomo rasoiomunito

Che però non so in quale reparto guardare.

Magari lo chiedo ai commessi.

Che però sia di quelli completi che ti fanno pure il contropelo.

Scritto da: arietta alle ore 12:30 | link | commenti (19) | Categoria: scemenze, ihihih




giovedì, 09 ottobre 2008
parole secche

lametteTaglio

Scritto da: arietta alle ore 08:35 | link | commenti (18) | Categoria: giorni no




martedì, 07 ottobre 2008
Il papa veste Prada
Papa_Fashion[1]

“I soldi passano, la parola di Dio no”,

queste le parole del pontefice pronunciandosi sulla crisi finanziaria che sta colpendo l’intero pianeta. D’accordo mi dico, questa linea di pensiero potrebbe essere accettabile se nel nome di Dio non fosse stato versato tutto il sangue possibile, così come per il potere o il denaro.

Che poi puntualizzerei pure che la parola di Dio sfama l’anima ma non riempie lo stomaco di chi si trova da innocente al centro di questo tiro incrociato in una guerra che si combatte a suon di derivati, tassi, percentuali e indici.

Pur essendo una cattolica “abbastanza” praticante con grande difficoltà accetto le dichiarazioni pontificie che mi sanno di presa per il culo. E quando vedrò un papa che non appena investito della carica (per cui ha lottato e sbavato e tramato per tutta una vita come un qualsiasi manager d’impresa o politico) rinuncerà a tutto e vivrà nelle periferie del mondo, senza calzari e con un semplice saio allora io stessa mi batterò per un credo che pratica e non blatera.

Mio caro Ratz, non sarebbe male liberarsi di alcune (e dico solo alcune) delle molteplici ricchezze della chiesa per far fronte ai primi soccorsi indispensabili per aiutare tutti quelli che onestamente si segnano con la croce tutte le mattine prima di andare  a lavorare. E parlo di tutti quelli che non vivono nei palazzi, non indossano scarpe da 800 euro e non si spostano in elicottero, jet privato o mercedes.

Perché è davvero troppo facile affacciarsi da una finestra e predicare al mondo la rinuncia alla mondanità e poi dare inizio al pranzo serviti e riveriti come monarchi d’altri tempi.

E cchecazzo, un po’ di coerenza please! (ma proprio non capiscono che sarebbe meglio tacere?)

Scritto da: arietta alle ore 16:29 | link | commenti (16) | Categoria: chiesa, dubbi, denuncia




domenica, 05 ottobre 2008
Minchioni... si nasce

(perdonate la volgarità)

E’ ufficiale, gli uomini sono abbastanza minchioni.

Non me ne vogliano i lettori di sesso maschile ma con mio sommo piacere posso dire di avere prove inconfutabili.

Generalizzare non mi è mai piaciuto, per cui riconoscendo senza alcuna difficoltà che le eccezioni sono legittime ma non costituiscono la regola, mi ripeto asserendo che gli uomini sono abbastanza minchioni.

Perché se la tirano un sacco e poi basta il manuale della “piccola fetente” per farli ruzzolare giù dall’albero come pere cotte.  Non ci sarebbe nulla di male a vederli capitolare mestamente se non fosse per tutto il tempo che hanno dedicato all’impalcatura  di un ego che di li a poco diventerà lego.

Perché loro ti dicono che hanno poco tempo  e quando anche tu avanzi un appuntamento per i fatti tuoi di sabato sera, il poco tempo di cui sopra lo sprecano ad sms atti a verificare che non li stai cornificando e come o quanto ti stai divertendo.

Perché loro sono quelli tosti, quelli che non abbassano mai la guardia, quelli che ce l’hanno duro e poi col primo freddo ti stramazzano a terra raffreddati morti e ti fanno impazzire perché c’hanno la bua e gli scoppia la testa e non riescono a deglutire… sapessero quante volte abbiamo mandato giù il peggiore dei bocconi senza neanche battere ciglio.

Vantano il primato della scoperta dell’acqua calda che in questo contesto si traduce in un teorema spicciolo che per statuto ripetono a menadito non appena varcata la soglia dell’adolescenza:

“Prendi una donna,

trattale male,

lascia che ti aspetti per ore….

E vedrai che lei t’amerà

Chi meno ama è il più forte si sa…”

e  poi patteggiano la pena da scontare per tutta la vita o quasi con chi, questo teorema lo ha inventato nella notte  dei tempi comodamente seduta in un verde giardino sotto un melo il cui frutto profumava di presa per il culo. In quel tempo pare che abbiano sprecato l’unica possibilità di parola regalando ai loro simili un’imprecazione che sa di vera sconfitta: Puttana Eva

E’ bellissimo vederli correre a destra e a manca convinti che stanno andando dalla parte giusta, è divertentissimo far finta di soccombere stritolate dai loro silenzi infiniti … che fa “più mistero nei sentimenti” e poi registrare le molteplici chiamate con una scusa qualsiasi per accertarsi di non essere stati dimenticati, abbandonati e  per sentirsi tanto tanto amati.

Potrebbero costituire un vero partito politico e studiare programmi, avanzare proposte, comporre slogan e decidere un simbolo.

Questo non sarebbe male…

minchioni

Scritto da: arietta alle ore 09:11 | link | commenti (46) | Categoria: scemenze, dubbi, denuncia, ihihih




giovedì, 02 ottobre 2008

Ho bisogno di cambiare …aria… e siccome da qui dentro non mi muovo cambio veste al blog.

Work in progress… al momento.

 

Scusate i disagi

BACI

Scritto da: arietta alle ore 07:54 | link | commenti (11) | Categoria: