


Ieri sera stavo preparandomi la cena. Metto l’acqua a bollire e soffriggo in un pentolino :olio di oliva, aglio, acciughe peperoncino e preparo da conto una spolverata di prezzemolo tritato.
Spaghettata aglio olio e peperoncino x 1.
Prima di calare gli spaghetti cerco il barattolo del sale per salare l’acqua.
Non lo trovo.
Cerco con maggiore attenzione nei posti in cui solitamente ripongo ciò che mi necessita con una maggiore frequenza. Niente.
A quel punto ,con sempre maggiore impegno, spengo il gas e comincio questa mia crociata alla ricerca del sale perduto. Rovisto in tutti gli scomparti della mia credenza, apro ogni sportello, non dimentico neanche forno e frigo. Assolutamente alcuna traccia dell’indispensabile minerale.
Rimetto l’acqua a bollire prendo il pacco di pasta ed un’altra confezione di sale fino. Prima o poi lo troverò da qualche parte.
Il sabato sera scivola via lento… 2 spaghettini, un buon libro, musica soffusa e la tv accesa senza audio.
Prima di andare a letto rigoverno la cucina, metto a posto le stoviglie lavate ed asciugate, spazzo il pavimento altrimenti le formiche ci mangiano vivi e lascio il ripiano del lavello perfettamente in ordine.
Stamani mi sveglio e come tutte le mattine procedo a memoria nel rituale che stabilisce l’inizio di ogni mia giornata ovvero il caffè.
E al centro del ripiano del lavello il barattolo del sale.
Bene mi dico, davvero bene!
Sicuramente non sono una persona serenissima, gli anni e gli eccessi pesano gravemente su parti della mia memoria, in certe occasioni la mia distrazione raggiunge limiti impossibili, ma questa volta non ci stò.
Devo abituarmi all’idea di dividere l’arietta di questa casa con un non so che, con un’ altra presenza?
Cosa succede veramente?
Un’agnostica come me può continuare a non arrendersi ad alcun dubbio?
Tu pensi di essere forte.
Ti concedo questa illusione, ti renderai conto presto di quanto sia difficile ingoiare il boccone amaro della perdita. Della sconfitta.
Le donne sanno portare a termine con dovizia i loro impegni. Sono sempre molto coinvolte in ciò che accade, ma a loro (noi) è stata data una possibilità in più che le differenzia dall’uomo che partoriscono.
Il sentimentalismo delle donne ha radici arcaiche, bibliche e questo fardello ne ha fatto esseri speciali e in certi casi davvero superiori.
Piangono, ascoltano, chiariscono, affrontano, certe (troppe) volte subiscono e in molti casi perdonano.
Ma c’è un limite che proprio non riescono a superare ed è quello dell’annullamento totale al cospetto di un uomo. Al massimo si struggono toccando un fondo troppo profondo ma già quella è una vittoria perché in quel fondo è custodita la giusta spinta per la risalita. E quando una donna riemerge dal proprio dolore non credo possa ulteriormente essere scalfita da tutto il resto.
Anche la donna più stupida e vacua trae forza e dignità dalle proprie lacrime. Affronta il destino che la storia le ha assegnato nel modo in cui la storia le ha insegnato: Occhi bassi e mente lucida.
Vendetta, rivalsa, riscatto, superiorità oggettiva, chiamalo come vuoi ma è questo il motivo che le spinge oltre la delusione, oltre il rifiuto, oltre le umiliazioni.
E dopo un periodo più o meno lungo in cui è fondamentale prendere coscienza del proprio strazio
e dopo aver metabolizzato i colpi
e dopo aver mediato fra se stesse e il proprio lutto….
…sanno sempre da dove ricominciare è solo questione di tempo.
A 15 anni ho letto tutta quanta la bibbia.
A 20 la torah.
A 30 il Corano.
A 39 il libro del Tao e mi accingo alla lettura della dottrina buddista e delle sue 4 nobili verità:
Per realizzare le quattro Sante Verità (Sul dolore, Sull’origine del dolore, Sulla soppressione del dolore, Sulla via che porta alla soppressione del dolore) ognuno deve passare da una condizione di ignoranza a quella di conoscenza liberatrice e liberatoria e per questo occorre procedere su una via difficile e lunga.
Contenti loro…
preferirei di gran lunga scorazzare su una strada comoda e sicura liberamente consapevole di una certa inettitudine.
Mi hanno educato, mi hanno insegnato, mi hanno inculcato teorie e teoremi che in parte condivido e in parte accetto. Mi hanno detto di Dio e del suo entourage che a quanto pare cambia a seconda dei paralleli e dei meridiani quasi ci fosse una sorte di equilibrio longitudinale da rispettare, tipo fuso orario.
Mi chiedo se Dio (in qualsiasi forma lo si voglia intendere) non si diverta un sacco a vederci sbattere e rimbalzare di continuo, piccoli, folli esseri viventi con un cervello corrotto da pagine scritte e riscritte.
Che neanche lui si spiega come sia riuscito ad ispirare tutto e il contrario di tutto contestualmente.
Gli insegnamenti ricevuti si frappongono fra noi e noi stessi amputando pensieri e dilatando le nostre visioni. Consideriamo certe verità e ne neghiamo altre...
che tutte quante proprio non si riesce tenerle a mente.
Ma alla base di tutte le dottrine un unico punto focale concentra l’attenzione: Il Dolore.
Dunque l’uomo è essenza pura di autolesionismo mistico.
Sarà anche un po’ coglione?
A parte la scomodissima questione del cilicio e la sadica disciplina della fustigazione di continuo aggiornata (Vedi Tafazzi), le Seghe Mentali trovano spazio fra le righe di un corsivo mancino e di un ricamo destro, passando per la verticalità di idiomi esotici? Oppure sono una latente volontà soggettiva di aggravare il peso del quotidiano vivere, che se si soffre di più, poi, forse, si gode anche meglio?
No, perché se così fosse allora io mi divertirò un sacco.
Amore mio.
Mio piccolo enorme tesoro.
Non puoi immaginare cosa sento in questo momento, davvero non puoi e neanche lo vorrei.
Imparerai che l’amore per i figli è un tipo d’amore che non somiglia a nessun altro, né a quello per i genitori né a quello per chi ci terrà compagnia per tutta la vita.
Un figlio non ha termine di paragone.
Un figlio non ha rivali, non ha pari, non da alternative.
Un figlio è un figlio, tutto il resto conta poco.
Tu sei la mia bambina, bellissima e ubbidiente, studiosa e accomodante, tu sei il mio amore, la mia forza, la mia ragione di vita.
Per anni ti ho vista crescere e ridere e piangere. Per anni ti ho stretta e consolata e rimproverata e molto molto amata senza rendermi conto di nulla.
E adesso tu sei un’altra ed io devo farmene una ragione.
Ti ho visto spaventata oggi dal medico e lo ero anch’io ma il mio amore non conosce paure e mi ha concesso un sorriso materno, di quelli che non danno scampo e avvolgono e saziano. Un sorriso che sopravviverà al collassamento dei tuoi e dei miei polmoni.
I figli sono ciò che non puoi mai mettere in discussione. Sono entità distinte che ci appartengono al punto da non poterle considerare proprietà ma priorità. E ci scavano nella carne e ci succhiano il sangue e si addormentano ogni notte trovando spazi nuovi nella nostra anima rigenerandone i pezzi andati a male. E li guardi restando sorpresa di tanta bellezza anche se questa in effetti non c’è.
Il loro respiro è una sinfonia vitale.
Non ti accorgi se le note sono effettivamente stonate.
Non ti importa.
E’ comunque melodia.
Questa pagina potrebbe durare in eterno, un elenco infinito di sentimenti e sensazioni e parole importanti, per questo non ha senso che continui.
(Ogni riproduzione dell'immagine coperta da copyright sarà perseguibile ai sensi della legge)
Ma questi siciliani saranno un po’ rompicoglioni?
Stanno dappertutto.
Nelle scuole del nord.
Negli ospedali del nord.
Negli stadi del nord.
Fra gli ignoranti da manuale (redatto dai colti del nord).
Basta, che ci siamo rotti i maroni….gingilli
(Fra qualche giorno gli diamo pure l’obbligo di esibire il passaporto allo stretto di Messina così arginiamo l’ondata).
Quando ci vuole ci vuole, si saranno "mica" messi in testa che sono come tutti gli altri questi qui ….?

Quella sera rientrai a casa dopo una giornata d’inferno. Mi sentivo irritabile e stanca, per fortuna i ragazzi avrebbero dormito dal padre. Potevo concedermi una serata di relax.
Mi chiusi la porta alle spalle e per un attimo rimasi immobile all’ingresso.
La casa era muta. E buia. E rassicurante, talmente rassicurante da non sentire la necessità di girare l’interruttore . Solo in un secondo momento mi sovvenne che in realtà io odio il buio.
Mollai la borsa e le altre sporte sul pavimento e spostandomi nella sala mi lasciai cadere sul divano.
Silenzio. Silenzio fitto. Silenzio talmente palpabile da sembrare pesante.
Forse un po’ infastidita da questi pensieri decisi che come prima cosa avrei fatto una doccia.
Percorsi il corridoio nella totale oscurità, come potevo non sentire il bisogno di dare luce ai miei passi? Questa domanda mi tormentava ma finché non avessi cominciato a sentire una reale paura avrei spinto quel gioco il più possibile, ne valeva la pena…
Andai in camera da letto mi sfilai via le scarpe e poi anche i jeans e la maglia. Con estrema attenzione li ripiegai e li poggiai dove potei. Mi diressi in bagno e cominciai a far scorrere l’acqua perché raggiungesse la temperatura desiderata. Entrai nello scuro più fitto.
L’acqua mi investì tiepida e vitale, spontaneamente chiusi gli occhi. Improvvisamente prese a girarmi la testa. Riaprii gli occhi e pur non vedendo ad un palmo dal naso mi sentii meglio, come se la vertigine fosse passata.
Ripetei l’esperimento.
Mi ritrovai a dovermi poggiare ad una delle pareti ma mantenni gli occhi chiusi, avevo bisogno di capire.
E poi all’improvviso, fu solo questione di un attimo, ebbi l’impressione che qualcuno mi aiutasse a sedermi sul sedile della parete attrezzata.
Riaprii gli occhi.
Ero sconcertata e calma contestualmente.
Solo l’avere trovato una giustificazione a quello che era accaduto avrebbe potuto consentirmi di dormire quella notte.
Il buio restava pesto ma non avevo l’angoscia che mi prende quando improvvisamente salta l’energia elettrica, il perdere i punti di riferimento destabilizza il mio equilibrio al punto da farmi vacillare ma in quella circostanza era come se la luce inondasse ogni angolo.
E poi quello strano senso di calma assoluta che notai all’inizio, quando rimasi immobile sentendomi rassicurata.
Cosa percepivo realmente? C’era d’avvero una presenza avvolta in quel buio? Stavo immaginando? Sognando? Probabilmente mi sarei svegliata di li a poco e dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua avrei rinconquistato il sonno.
Perché non mi sentivo spaventata?
Il telefono squillò.
Sempre al buio uscii dalla doccia e avvolgendomi in un asciugamano andai al tavolo sul quale era posto il cellulare.
- Pronto ! –
- Mamma volevo dirti che domani papà ci porta al mare e ritorneremo nel pomeriggio -
- D’accordo , quando state per rientrare avvertitemi. -
Notavo qualcosa di diverso ma non mi rendevo conto di cosa. Poi capii.
La luce! La casa non era più immersa nel buio, i faretti e le lampade e i lumi … tutto acceso.
Scesi al piano di sotto e andai all’ingresso. Potevo vedere l’intero tragitto percorso in precedenza. Le buste sul pavimento, i cuscini smossi sul divano ed anche i vestiti ripiegati con cura e poggiati sulla panca, le scarpe disposte una accanto all’altra con una simmetria totale.
Tornai in bagno.
La sensazione che qualcuno mi avesse sfiorato, che mi avesse aiutato a sedermi era ancora forte. Io l’avevo percepita distintamente.
Non sono una di quelle persone che affonda il naso in questioni spiritiche e ciò che non può essere spiegato logicamente sfugge al mio interesse, non mi importa sapere se esiste una vita oltre la vita, se chi non c’è più ci vive accanto o roba del genere.
Ero rimasta davvero al buio non appena in casa? Oppure come di consueto avevo illuminato ogni stanza in cui ero entrata? La calma che mi aveva avvolta era davvero la percezione di “altro”? Oppure il ritrovarmi tra le mura domestiche dopo un intero giorno passato fuori aveva amplificato la mia percezione di soddisfazione al sentire quel profumo familiare che ogni famiglia imprime ai propri ambienti?
Sinceramente non capisco cosa possa essere successo ed anche se la curiosità è forte fingo che in realtà non sia accaduto nulla.
Era bella, era davvero bella la sua bambola di vetro, parole e filo di ferro soffiato.
Lei stava dormendo.
Le si sedette accanto e prese a guardarla.
Il suo respiro era una leggera corrente d’aria. La sua superficie era liscia e trasparente, i suoi capelli sottili fili trafilati al bronzo e i suoi occhi due prismi di diamante. Di tanto in tanto la stuzzicava con una piuma d’oca e l’altra riempiva l’aria con un tintinnio cristallino.
Le piaceva la sua trasparenza. Guardava per ore cosa le accadesse all’interno. Ogni cosa era visibile.
In cima aveva una sorgente costantemente in funzione, ne sgorgava un impasto informe dal colore indefinito che seguiva un percorso obbligatorio a forma di spirale. Il processo di comprensione faceva in modo che le varie sostanze che componevano l’impasto venissero separate tra loro ed inviate ai rispettivi centri di accoglienza. Il fluido gassoso dei sentimenti, per esempio, dopo aver passato un primo esame dal Consiglio delle Coronarie si sistema all’interno del reparto stagno detto Cuore e si dilatava per come poteva.
Ma la vera straordinareità era nell'anima, un immenso mosaico di parole. Aveva imparato a disciplinarle a dovere come piccole monache efficienti.
La processione delle parole sfilava costante nel lunghissimo chiostro della ragione. Era una processione infinita in cui parole sagge e parole stolte si confondevano di continuo. Non sarebbe stato possibile raccoglierle in un unico ambiente per quanto effimero lo si possa immaginare, per questo procedevano in fila. Alcune erano folli, altre sporche, ma ce n’erano anche di corte e di lunghe, di buone e di cattive. Miliardi di parole una dietro l’atra.
Una parte di queste si evolveva in discorso e poteva quindi espandersi al di fuori del vetro appiccicandosi tutt’intorno. Alcune entravano in altri esseri, alcune andavano perdute per sempre, altre immortalate, quasi mummificate da inchiostro e carta, potevano sopravvivere per millenni.
Quelle che restavano all’interno sembravano tristi quasi mortificate e per questo avevano un ambito loro nel quale allevavano rimpianti e lacrime…Il pozzo delle parole non dette sembrava il luogo meno piacevole di quel meraviglioso circuito vitreo, al contrario del vano dei sogni in cui le più audaci e quelle insensate , le più svampite e quelle più leggere aleggiavano divertite in una danza senza fine.
Quelle serie, più noiose e vetuste, andavano in giro di rado, giusto quando non potevano farne a meno.
Era fatta di vetro e parole e fili di ferro soffiato.
Si alzò e con una lastra di spesso marmo la frantumò .
Povera, piccola bambola di vetro.
E tutti quei frantumi impalpabili finirono con lo sfregiare e tagliuzzare e uccidere quelle minuscole molecole verbali.
Non poteva reggere oltre tanta bellezza. La chiarezza di quell'essere, la perfezione palese offuscava ogni suo senso.
La sopraffazione dell'anima sull'intelletto pareva insostenibile.
E all’improvviso solo il silenzio.