


Giusto ieri ho sentito al telefono una delle persone a cui mi sento maggiormente legata. E’ un’amica che conosco ormai da 20 anni, una di quelle con cui ho condiviso momenti importanti e bellissimi. Una collega universitaria che ha saputo infondermi sicurezza e benevolenza in quegli anni di grande fermento interiore.
La vita è stata buona con la nostra amicizia riservandoci la possibilità di mantenerla in essere nel corso del tempo.
Se ripenso al nostro incontro ancora sorrido:
Frequentavo il corso di filosofia teoretica all’università di Palermo con il prof Plebe, un corso poco affollato perché davvero pesante e quasi insostenibile. A metà del corso conoscevo di vista tutti i colleghi che come me si ostinavano a non gettare la spugna, fra questi c’era una ragazza davvero imponente, oserei dire immensa. A parte l’aspetto fisico mi sentivo particolarmente attratta da questa per la sua intelligenza vivida e fluida, per quella sicurezza che le consentiva di confrontarsi con chiunque senza alcun problema. Le sue domande ai professori erano sempre calzanti, le sue esposizioni praticamente perfette. Sarebbe stata un’esperienza positiva potere avere la possibilità di studiare con lei. Per questo un giorno la avvicinai.
Premetto che il cognome della signora in questione è CICCIA. Aggiungo che alle scuole elementari avevo una compagna di classe che si chiamava MANZO e che anche la bambina in questione era di dimensioni non proprio minute….dunque per una strana combinazione di associazioni mentali e alimentari ho fatto un pasticcio. Di carne!
Mi presentai a questa giovane ragazza dalla mole Antonelliana e la invitai al bar della facoltà per un cappuccino. Cominciammo a parlare del più e del meno e a noi si unirono altri colleghi. Stavamo ridendo e scherzando quando il discorso cadde sull’argomento allergie… io che vantavo una reputazione da comica cominciai a parlare monopolizzando l’attenzione di tutti. Disquisendo sulle mie allergie dissi che dopo un’attenta valutazione medica mi furono riscontrate due intolleranze,
“una agli allergeni dei peli del gatto… ma si sa, io e i gatti non ci sopportiamo a vicenda per cui difficilmente finiamo col trovarci negli stessi ambienti e….
…Una agli allergeni dei peli della MUCCA, ma di quelle… a parte te (indicando la collega) non è che ne trovi parecchie sulla mia strada”
Cadde il gelo in quel piccolo tavolino sovraffollato di quel bar della facoltà di lettere e filosofia di Viale delle Scenze.
Tengo a precisare che io ero convinta che lei si chiamasse MUCCA di cognome.
Ad un certo punto, quasi trafitta dal suo sguardo mi resi conto che di gaffe doveva trattarsi. Lei con una nonchalance da manuale sostenne il mio ritmo incalzando:
“Anche a me non capita spesso di incontrare delle stronze… così secche poi…davvero mai!, sai dalle mie parti si magia ed evacua in gran quantità “
Quello è stato il principio della nostra grande, enorme amicizia, in cui lei ha messo tanto e io quello che ho potuto.
Tutto passa.
E’ solo questione di tempo ma alla fine tutto passa.
Sempre.
E ciò che passa ci lascia a volte attoniti e altre sollevati, magari stanchi ma talvolta anche febbrilmente intenti a non voler mollare. E passa sui nostri corpi stanchi, fra le maglie delle nostre menti ingombre,su ciò che abbiamo costruito nel tempo con pazienza e fatica o solamente con molta fortuna.
Passano le manciate di minuti e le vite intere,
passa la voglia di giocare e le bambole sono pezzi di plastica ed i giochi si fanno più duri e scottarsi diventa abitudine.
Passa la paura del buio quando si scopre che può diventare complice di notti insonni alla ricerca di quel qualcosa che di giorno non c’è.
E passa il senso di sicurezza che sa infondere una madre perché oltre la soglia altri esseri ci accolgono con altre braccia e nasce il senso di amicizia e di amore, quel senso che ci scaraventa lontano. Nel mondo.
Passa il tempo, passa la stanchezza, passa la voglia e pure la fame.
Passano i momenti no quando tutto è fitto e pesante e scorgiamo lontano un barlume che dirada la nebbia e ci lascia un respiro che dilata i polmoni nel continuo tentativo di rubare vita alla vita.
E passa la felicità ma quella si sa… dura sempre troppo poco.
Passa l’amore e ci lascia stanchi e vuoti e i pensieri pendono giù dal soffitto come stalattiti pietrificate in aghi di ghiaccio e dolore.
Passa la passione e ci lascia sterili e poveri, pezzi di legno esanimi.
Passa la vergogna restituendoci quella parte di noi che avevamo nascosto con cura.
Passa la pazienza di mantenere in essere qualcosa che non c’è più e passa la tristezza sottraendo un sorriso a chi ne ha a sufficienza.
Passano i treni ed anche il rammarico per non essersi sfibrati in un’ultima corsa .
E passa il senso di vuoto per una perdita lasciando spazio alla rassegnazione.
E passo dopo passo tutto passa.
E’ solo questione di tempo.
Sempre.
Lo avevo visto sfrecciare nel mio giardino come un fulmine e avevo pensato di aver immaginato quel movimento fra le piante ma l’istinto da cacciatori dei miei cani ,oltre all’autorità di padroni conquistata nel tempo, mi avevano chiarito il concetto che fra noi ci fosse un intruso.
Il piccolo guidato da una forte irresponsabilità aveva continuato a nascondersi negli angoli più remoti della nostra proprietà sfidando la sorte e le fauci di due enormi pastori maremmani che sicuramente non gli avrebbero dato pace come, del resto, succede a tutti gli altri esponenti del mondo animale che per sfortuna si aggirano da queste parti. Ero quasi dispiaciuta della fine che avrebbe fatto, secondo me non avrebbe superato la notte.
E invece me lo ritrovai davanti la mattina successiva non appena spalancate le persiane del balcone sul terrazzo della cucina. Piccolo, spaventato e gioioso allo stesso tempo... ma soprattutto affamato.
Quella mattina, circa un mese fa, trascorse tra l’euforia dei bambini per il sopravvissuto e le mille cure di primo intervento. Bagno, coccole, pasti continui ed una prima visita dal veterinario decretarono l’adozione ufficiale del cucciolo. Un cane. Un altro.
Un meticcio secco secco, con gli occhi lucidi e il pelo bianco e miele dalle capacità di sospensione davvero impressionanti.
Dovevamo scegliere un nome! Scartati subito i vari Dik, Mik, Nik, avevamo optato per più simpatici appellativi quali Canuzzu (piccolo cane), Tappo e Birillo ma poi, mio figlio con l’aria disarmante che solo i ragazzini sanno osare disse che dovevamo dargli il nome di un eroe, di un sopravvissuto agli eventi da manuale. Robinson Crusoe sembrava troppo lungo e la scelta cadde sul definitivo Ulisse. Impavido e testardo.
La convivenza coi padroni di casa a quattro zampe non fu immediatamente facile ma con quel fare impertinente e buffo caratteristico dei piccoli di ogni specie riuscì a conquistarli entrambi. E ci ha conquistati tutti
E’ trascorso un mese, un mese in cui a solo guardarlo sfuggiva un sorriso in più anche quando, dimentichi di cosa significhi avere un cino-lattante in giro,ci ritrovavamo al cospetto di rosicchiature varie e panni sparsi in ogni dove.
Però come ogni nuovo arrivato ha portato con se una fantastica dose di tenerezza e novità. Ai ragazzi non pareva vero di scorazzare in bici col prode Ulisse alle calcagna ed io restavo appoggiata al battente della porta seguendoli con lo sguardo nel tentativo di cogliere istanti gonfi di spensieratezza e risate. Qualcosa molto simile alla felicità.
Poi stamani un tonfo. Secco. Agghiacciante.
Nessun guaito, alcun tremito. Basta. Stop.
Un'idiota qualsiasi ,il cui destino per una frazione di secondo lo ha evidenziato tra gli stronzi ai quali pare impossibile veder un rettilineo sgombro e silenzioso senza premere sull'accelleratore, aveva deciso di mettere fine a questa storia d’amore collettiva fatta di uomini e animali. Di bambini e cuccioli.
Lo abbiamo seppellito in un angolo ombroso, sotto un ficus benjamin. Questa era la sua casa, lui stesso la aveva scelta.
Non è stato facile parlarne ai ragazzi, i loro occhi si sono allagati di lacrime e il cuore è stato inondato da una tristezza densa come fango. L'amicizia prescinde i limiti razziali e approda in un terreno neutro in cui convivono sentimenti potenti che un giorno trasformeranno questi bambini in adulti attenti e rispettosi della vita altrui.
Ciao ciao Ulisse. E' stato meglio averti avuto per un mese che non conoscerti per nulla.
Ero in giardino col mio prendisole bianco e i capelli raccolti in due trecce, la luce del sole pomeridiano dissolveva i contorni imprigionando quella strana verità in una bolla di vetro cerebrale…
Mia madre mi viene incontro con l’aria assente di chi ha dimenticato tutto. La guardo avvicinarsi e non so se piangere o ridere perché sono cosciente che in quel momento tutti gli anni trascorsi tra noi, tutti gli eventi dolorosi e non, tutti i macigni e le macerie, tutte le carezze supposte, tutte le lacrime essiccate non sono compresi nei limiti di quella labile mente.
“Fai attenzione a salire sull’albero, potresti farti male”, queste parole risuonano come un colpo di fucile esploso tra pareti d’eco e senza accorgermene mi sfilo le scarpe, alzo la gonna e sfido i rami di un anziano e possente carrubo.
Era quella l’immagine che le scorreva nello sguardo, quell’immagine a cui, tanto tempo fa, ha voluto negare l’attenzione.
Che importanza ha se nel mezzo sono trascorsi 30 anni? In questo momento le manca quella bambina.
E manca anche a me.
Mi manca la leggerezza del sorriso di un tempo, quando gli anni erano una manciata e le occasioni infinite.
Mi manca la paura del buio e il senso di ineluttabilità degli eventi. Mi manca lo stupore che avevo quando scoprivo che la realtà delle cose procedeva a doppio senso e i doppi sensi contenevano visioni incomprensibili.
Mi manca l’incoscienza ormai soprafatta dal buonsenso e la possibilità di una battuta d’arresto… tanto c’è tempo.
Mi manca la fiducia totale che riponevo in un amico e la sicurezza che sapevano infondermi gli abbracci. E i brividi di pelle quando altre mani le si poggiavano sopra e il respiro che moriva in gola al suono di parole non ancora abusate.
Si…mi manco io come ero prima,
prima che diventassi un’autostrada percorsa dal tempo e divelta dagli eventi.
L’aria è ferma, si poggia pesante su ciò che è stato e che ancora sarà.
Lo sguardo annaspa in un oceano d’ombra mentre il cuore galleggia gonfio e deforme. Sembra un’isola sperduta battuta dal vento dei ricordi.
Le tue espressioni emergono dal nulla, si aggrappano come naufraghi alla corda di questa passione che non vuole scemare.
Ho tempo mi dico.
Tempo per comprendere che se certe cose finiscono non è detto che sia un male oppure per sempre,
tempo per riabituarmi ad una vita che non ti comprendeva, quando la solitudine era tutto quello che avevo e il baccano del silenzio sembrava non arrestarsi mai.
Ho tempo, mi dico.
Tempo per ricucirmi addosso l’abito di pietra che avevo riposto nell’armadio delle mie paure.
Sembra seta questa roccia che scivola sulla pelle al posto dei tuoi sospiri.
On air: Sleeping with the light on - Teitur
![cuore[1]](http://files.splinder.com/6c17740ece45031cde083337e3ed55c0.jpeg)
Infila il suo cuore in una busta di plastica, a volte pesa troppo il portarselo appresso, appende la sporta al manubrio della bici e comincia a pedalare. La strada è in pendio, scivola sotto le ruote senza alcun attrito, sembra liquido questo sentiero che porta al mare.

Da questa parte non viene mai nessuno, lo strapiombo a chi non conosce la zona sembra terrificante. Lei qui invece c’è nata, conosce ogni pietra, ogni parte di cielo, ogni visione possibile, per questo ha imparato a restare sospesa, è un modo come un altro per salvarsi la vita.
Si siede sull’orlo del precipizio, ha sistemato di fianco la busta di plastica che pulsa e sgocciola … fra un po’ il piccolo muscolo si acquieterà in un leggero tum-tum impercettibile, stasi di tranquillità.
Appiccica lo sguardo al cielo, deve fare attenzione e cogliere l’istante esatto in cui piccole stelle si staccano come bottoni da una vecchia trapunta per tuffarsi a mollo nell’acqua scura.
E i suoi occhi diventano acchiappasogni, piccoli pendagli che tintinnano ad ogni movimento d’aria.
Sente lo strofinio dei suoi pensieri col buio, sembra quasi che sfregandosi generino piccole scintille luminose che danno vita a bagliori improvvisi e così di tanto in tanto lo scuro si illumina lasciando intravedere mille possibilità, molte delle quali perse, alcune rubate altre neanche considerate.
Apre la tasca di pelle al centro dello sterno e scostando l’anima tira fuori carta e penna. L’inchiostro cola denso giù dal pennino, forma chiazze grumose di parole non dette, di immagini pietrificate, di sussurri rarefatti. Contorni di incontri custoditi da tempo immemore si sbriciolano tra carta e aria.
Occorre scrivere qualcosa, magari scriverselo addosso, pensa.
A dare senso alla fine.
Lascia il cuore nella sporta in bilico, dopo quel salto non le servirà più.