


Volevo dirti che l’altra sera ho conosciuto uno, uno carino, un po’ impertinente. E’ stata una di quelle cose che ti riportano indietro nel tempo e ti danno una carezza di vita come a voler sottolineare che certe emozioni ti prendono a qualsiasi età e il cuore batte con lo stesso impeto, con la stessa urgenza dei vent’anni.
Mi ricorda te, quell’aria da monello, quel sorriso disarmante. Parlavo con le mie amiche e si è intromesso come se ci conoscessimo da sempre , mi ha lasciato un sorriso e se ne è andato. L’ho rivisto un paio di volte, come sai la città è piccola e ci si conosce tutti. Credevo fosse una situazione come tante ma non ho considerato una variabile da non sottovalutare. La chimica. Quando scatta la chimica c’è poco da fare. La reazione è immediata, il botto scontato, prima o poi succede per forza qualcosa e come in quelle scene teatrali rotanti eccoci da un’altra parte io e lui in un batter d’occhio. Gli altri? Boh forse erano qui , forse ci siamo sempre stati solo noi a seguire l’andirivieni paziente delle onde che si ripetono in un eterno scivolare ad incontrare la sabbia.
Mi hanno sorpreso le sue parole ma non lo ho dato a vedere. Incarto ciò che mi ha detto con la carta pallina per evitare che possa infrangersi e andare perduto per sempre, mi servirà in seguito a ricordare questi momenti.
Se ci fossi stato tu mi avresti ricordato che ogni lassata è persa, ovvero ogni occasione perduta può diventare rimpianto e mi avresti accompagnato a comprare un paio di jeans nuovi come portafortuna.
Mi mancano queste cazzate Michè e mi manchi tu. I tuoi vivi silenzi non questi eterni attimi di eterno riposo.
E siccome l’ironia della sorte è baldracca oltre che leggendaria , il caso vuole che anche lui si chiami come te.
Un bacio tesoro, ti faccio sapere.
La seduzione è ludica.
Un gioco pericoloso ed eccitante.
La seduzione è un’arma.
Ferisce...
Guardami.

Mi preparo.
La lingerie definisce il mio contorno… sottolinea il mio carattere.
E quando guarderai dal vetro dei tuoi occhi non avrai tempo per altro.

Sono il tuo incastro.
Quel perno che trattiene la trama della tua manica…e ti fa imprecare.

Il tuo desiderio.
Il tuo peccato ancestrale.
Forse anche una dannazione.

Mandami a quel paese.. se vuoiI(l tuo palpitare mi provoca.)

E… quel tuo inchiodarmi al muro mi toglie il fiato.

Desiderami come fossi una bambola.

Affonda i tuoi battiti nella mia carne e soffocami
Divorami....
Sazia.
Ecco ...così che mi sento….(triste e stanca...)


UNA BAMBOLA
(mi butti giù?)

no... non ti darò pace.
olio su tela - John Vettriano e Fabian Pèrez
On air - La bambola - Patty Pravo
Il sole mi scivola addosso, si scioglie come il miele sul fuoco e mi sporca.
Resto ferma,
mi sento catturata dall’aria,
espugnata dall’odore del mare,
invasa da tutto il tempo che mi resta da vivere.

Questa è la vita?
Questo andare giù e poi su come se esistessero milioni di inferni e altrettanti cieli…
Questo mostrarsi e poi nascondersi…
Questo dare e poi pretendere…
Ed esserci per poi smarrirsi tra orde di attimi che affastellano gli spazi di cui ci nutriamo..
E non saziarsi mai?
Questo vivere mi prende e come il vento di scirocco mi accarezza e si infila sotto la veste che mi sono cucita addosso… una veste seria, austera, pesante.
Ma io non mi voglio così… io sono e sarò sempre un’adorabile sbadata, di quelle che perdono sempre gli occhiali, le chiavi e un sacco di occasioni.
Dopo uno stressante periodo di cerca e ricerca, di crescita (ma non si finisce mai?), di dubbi, di se, di forse, di ma…. tirando le somme La Vita è in Debito con Me:
Ok bella, è giunto il momento di saldare il conto.
on air: Oversleeping - I'M FROM BARCELLONA
olio su tela - O Sun - di Fabian Pèrez
Sono fatta così, ogni tanto rubo tempo a me stessa, mi zittisco, mi metto in disparte e sento il rumore che ho dentro. Magari continuo a vivere il quotidiano come se nulla fosse ma è un vivere in parte mentre al mio interno strati di pensieri e nuove sensazioni cercano nuovi alloggi, altre sistemazioni.
Ieri sono andata al mare, ho fatto qualche foto, ho camminato e ho ritrovato pezzi che non ricordavo di avere.


Sono stata travolta dallo stupore e dalla gioia di vivere.
Si, adesso mi sento bene.
Non mi serve altro.
“Ho aspettato a lungo qualcosa che non c’è…invece di vedere il sole sorgere”

Quante cose non vediamo?
E invece sono li…davanti a noi.
La nostra immagine riflessa resta circoscritta al nostro campo visivo, incorniciata in un perimetro di sensazioni solo nostre, per nulla percepibili agli altri.
Cosa non mi lascia in pace?
Eppure sono così... sono così come sono.
Oggi il sole non c’è. Un’altra promessa infranta? Forse solo una resa momentanea alla prepotenza di nuvole gonfie e scure, eppure il tepore nell’aria è palpabile, si poggia addosso come un velo appiccicoso. L’estate è qui.
Non da scampo.
La mansarda era in penombra, solo alcuni fasci di luce si infilavano tra le assi di legno ,mirando decise a porzioni di muro. Il sole scivolava sulle tele appese rimanendo impigliato tra i colori accesi.
L’odore di quel posto era un composto vitale. La fragranza della campagna aleggiava nell’aria d’estate impastando il grano ai limoni ed anche all’odore di carboncino e cera e olio e tela e roba ammucchiata negli angoli.
Era lo studio di un pittore? Forse era solo un luogo dell’anima. Dell’anima di Anna.
Era la penultima di 11 figli, 10 ragazze e un bambino.
Sette delle sorelle maggiori erano in convento, vittime di una sorte beffarda. L’essere fanciulla agli inizi del secolo scorso significava dote e ricerca di un marito all’altezza.
10 ragazze era davvero difficile poterle sistemare, l’alternativa più logica era quelle di consegnarle ad un Dio che ne aveva previsto il destino. Maria, la più grande, viveva rinchiusa in una stanza della casa, il suo debole cervello pareva esploderle nella testa ad ogni pensiero. Michelina aveva trovato marito che era ancora bambina e a soli 15 anni era andata in sposa ad un signorotto di provincia.
Annuzza invece era uno spirito libero, nessuno sarebbe riuscito ad imprigionarla fra quattro mura o allo scuro di un noviziato o fra le braccia di un uomo per un contratto sancito senza traccia d’amore. Già dal colore degli occhi era possibile intuirne l’essenza, il verde smeraldo assolutamente raro diceva tutto di lei. Era unica. Irripetibile. Aveva 19 anni, di una bellezza travolgente e di un’intelligenza imbarazzante ecco chi era la donna che se ne stava ritta davanti al cavalletto a scrutare il campo bianco su cui cominciare a tracciare l’inizio di una nuova storia. E lei di storie e visioni ne aveva in gran quantità.
Era nata nel 1905 in una famiglia benestante della provincia Siciliana,aveva da subito mostrato il suo carattere forte ed indipendente sostituendo con gran volontà il pennello a tutti gli altri oggetti in uso alle donne di quel periodo quali aghi e filo o pentole e ramazze. I suoi veri amici erano stati i libri che di nascosto rubava alla biblioteca paterna. Le figure e le parole avevano finito col condizionare la sua visione della realtà regalandole una possibilità in più, ovvero quella di potere esprimersi tagliando via le catene del silenzio e della sottomissione imposte da un ordine atavico e impenetrabile.
La sua infanzia era trascorsa in una tenuta “ I Garebici” presso una contrada esposta al mare africano.
Gli anni erano volati tra i campi di grano e le vigne. Anni di una bellezza struggente, anni semplici di sorelle e di scoperte, anni che le avevano tracciato addosso i colori di un paesaggio prepotente e testardo, intenso e magnifico. Il giallo del grano che si tuffava a picco su un velo celeste macchiato di spruzzi blu qua e là. L’amaranto della terra che si arrendeva ad un marrone bruciato e il verde assoluto degli ulivi che pareva penetrarle gli occhi. Adorava il viola rossiccio della buganvillea e il glicine raffinato che impreziosiva la ringhiera del cancello di recinzione e aveva deciso che avrebbe vissuto tra i colori e che questi avrebbero parlato della sua vita, delle sue idee, delle sue passioni e delle paure.
Quando le prime sorelle dopo il noviziato presero i voti una strana inquietudine cominciò a serpeggiarle dentro. Non erano più Pinuzza e Sarina e Nunziatina ma Suor Benedetta e Suor Anna Celsa e Suor Camilla, si erano invecchiate di colpo in quegli abiti scuri e pesanti e lunghissimi. I loro capelli avevano cessato di danzare nel dondolio di una corsa domenicale a chi arrivava per prima alla fontana e al pozzo e i loro sguardi parevano impagliati come quei brutti uccelli morti nello studio del padre.
La sua sorte non sarebbe mai stata quella, una realtà monocromatica non avrebbe potuto contenerla tutta per cui dopo avere conseguito gli studi minimi disse all’uomo duro che le sedeva davanti di voler continuare. Convincerlo non fu difficile, le bastò ammettere di aver letto gran parte dei volumi presenti nella sua notevole biblioteca e di alcuni fogli del Giornale di Sicilia che riusciva a trafugare di tanto in tanto. Non avrebbe potuto affrontare il convento sapendo di Cartesio e di Baudelaire e della guerra cruenta che squarciava le genti. Non avrebbe potuto camminare per quei lunghi corridoi col rosario in mano e nella testa e negli occhi il Bacco e Arianna di Tiziano o La Maja dello scandalo o Maja desnuda di tal Francisco Goya.
L’ipotesi di un increscioso comportamento non parve al padre per nulla remota e dunque dovette arrendersi. Le fu affiancato un insegnante che la condusse privatamente al diploma superiore. Ma lei non era sazia, aveva la smania di cercare ancora, di sapere di più, di concedersi al suo grande amore, la pittura.
L’Accademia delle Belle Arti di Palermo.
Lei aspirava a quello.
(continua)