


Ogni sera indossava il suo vestito rosso e saliva sul palco. Quando il sipario si apriva lei rivolgeva le spalle al pubblico ed il silenzio calava come il buio nella sala lasciando spazio solo ad un luce bianca che le illuminava le spalle.

Poi… la musica:
E all’improvviso non esisteva altro. Ritmi africani, accenni arabi, passionalità gitana…tutto questo si concentrava in lei contraendole i muscoli. I tendini tesi disegnavano il flamenco sul suo corpo e la carne pulsante lasciava trasparire il senso del suono in una composizione di ossa e pelle e gestualità sciamanica.

Non guardava mai il suo pubblico, quei minuti erano solo suoi e della musica, come in un amplesso. Emozioni e sensualità la pervadevano liberandola da tutto. E la sua essenza andalusa si stendeva sulla platea adorante…

Poi sfinita si poggiava su una sedia e lì restava immobile fino a quando le tende di pesante velluto la inghiottivano fino alla prossima esibizione.

Le opere sono di un giovane artista argentino, Fabian Perèz nato a Buenos Aires nel 1967. Dopo aver viaggiato e studiato in Italia, negli states e in Giappone è ritornato in Argentina dove vive tutt’ora. Tutta la sua produzione pittorica è contraddistinta da un’intensità quasi misteriosa, da atmosfere cupe e fumose, da donne bellissime ed emotivamente coinvolte in danze sensuali, ma anche colte in momenti intimi, in attimi sospesi sulle ringhiere dei balconi dai quali si affacciano. I tessuti le avvolgono e la plasticità delle sete e dei rasi le rendono reali….Guardando le sue tele si resta aggrovigliati come in una trama di ragno…e ancora una volta l'arte diventa inganno sensoriale.
On air: la hungara – corazon flamenco
A cosa servono le parole? A me basta una finestra...
(sono preoccupata, da qualche tempo mi piacciono le finestre...niente di male in questo?...sarà per l'arietta forse...ma è quel continuo guardare di sotto che mi pare inquietante...)
io sorrido...
Ho deciso per il silenzio e allora ti scrivo , tanto non puoi rispondere e comunque non lo avresti fatto neanche se fossi stato qui in carne e ossa. Perché sapevi che il tuo silenzio avrebbe assorbito le mie lamentele restituendomi un po’ di spazio su cui stendere altri pensieri.
Forse questa lettera andrà sul blog. Forse il blog mi serve a diluire un po’ la tua assenza.
Certo che sei stronzo Michè a farmi tutto questo male e a non averne colpa. Tu e il tuo cancro non mi avete lasciato alcuna possibilità. Lui si porta via un sacco di vite, un sacco di storie e questa volta si è portato via la nostra, lasciando ricordi a cumuli. Ma i ricordi, ad un certo punto non sorprendono più, sono sempre gli stessi per questo col tempo perdono la loro aggressività e alla fine un po’ ci annoiano.
In certi momenti mi pare di essere in una di quelle scene da film poliziesco quando qualcuno parla con un detenuto che siede oltre un vetro con un telefono in mano. Nessun contatto reale, nessun alito che possa insinuarsi dentro l’anima. Questo siamo, detenuti, condannati.
Siamo distanti e pure così vicini Michè….
Mi ricordo i nostri silenzi che duravano ore, giorni e che poi finivano così come erano cominciati. L’uno faceva irruzione nella vita dell’altro e ci inondavamo di parole perchè quei silenzi tra noi erano il normale scorrere del tempo tra un pensiero e un altro.
Ora questi silenzi sono tutto quello che ho. Tra un pensiero e un altro.
In questi giorni leggevo dell’amicizia, io stessa l’ho paragonata ad un’opera d’arte ed il viverla diventa una sorta di costante esecuzione imperiosa, con acuti e stecche, con allegri ma non troppo e marce trionfali. Il fatto è che in certi momenti mi sento così sola da non riuscire a sostenere il peso di alcuni sentimenti che richiedono tempo e attenzioni e allora chiudo il mio cuore ad ogni sinfonia, rimetto a posto gli spartiti e scendo giù dal palco.
Io mi perdo, tu lo sai come mi è facile questo. Mi succede di continuo quasi fosse un’esigenza intima per testare la forza del bene di chi dice di volermene. In effetti metto tutto quanto in discussione, sempre. Niente riesce più a soddisfarmi e allora sono alla continua ricerca... di cosa davvero non so.
In certi momenti penso a quando io perderò te , perché io ti perderò. Questo succederà quando la nostra diversità sarà talmente evidente da non poterla più nascondere. Perché tu sarai per sempre quel bel ragazzo di 38 anni, mezzo pazzo e mezzo saggio, che ho visto crescere fino ad un certo punto e io invece diventerò tua madre, tua nonna, una signora di mezza età che non conoscerai mai, con una vita che non ti apparterrà mai, con esperienze che non saranno mai anche tue. Sarò un'altra io a prescindere da ciò che abbiamo vissuto insieme.
Il silenzio mi aiuta a non sentire. Il silenzio mi aiuta a non aprirmi. Il silenzio mi separa da tutto il resto a cui al momento non voglio appartenere.
In queste ultime settimane la legge 194 ha fatto da cassa di risonanza a schieramenti e convinzioni.
L’aborto in se stesso è stato strumentalizzato.
Parlandone non dico nulla di nuovo, nulla che non sia stato già sentito e ribadito però ad un certo punto mi sono ricordata di Carmen:
Circa 6 anni fa frequentavo il CAV (Centro Aiuto alla Vita), più per espiare un grosso peccato che per altro. Il grosso peccato è forse quello di essere una persona che vive da privilegiata in una società sempre più povera, sempre più infelice.
In quel luogo ho conosciuto Carmen, una volontaria come tante. Non era particolarmente silenziosa ma neanche troppo loquace. Restava delle ore a sistemare il magazzino del centro invaso da ogni sorta di merce. Qualche attimo di confidenza nel corso del tempo mi consegnarono una verità troppo pesante anche solo da ascoltare.
Non aveva molti amici, aveva studiato fino quasi alla laurea e viveva con la madre e una sorella.
Carmen aveva abortito, era praticamente una bambina quando era successo.
Si era innamorata o credeva di esserlo, di un ragazzo di 10 anni più grande di lei. Avevano avuto dei rapporti diciamo consenzienti se a 13 anni questo è legittimo. Era rimasta incinta subito e con altrettanta solerzia era stata portata ad abortire. Non le era stata data possibilità di scelta. Perché a 13 anni si può solo ubbidire alle sollecitazioni che giungono dall’esterno, un esterno spesso aggressivo e doloroso. E così Carmen col suo corpo da donnina (e neanche tanto) e con lo stupore negli occhi si era ritrovata carne da macello. Brutto a dirsi, vero? Anche un po’ scontato forse…parafrasando Francesco Guccini. Però questo aveva effettivamente provato.
In seguito la sua vita era stata disastrosa. Un uomo dopo l’altro che potesse sopperire la perdita, non solo di quel probabile figlio ma principalmente di se stessa . Una vita sregolata in una famiglia tanto colpevole, per non essersi accorta di nulla, quanto il prolifico mezza tacca che l’aveva condannata.
In sostanza quella donna era il fantasma di se stessa, la copia su carta velina di quella che avrebbe dovuto essere in effetti. Se non le avessero succhiato via il sangue con un frullatore, come vampiri.
Il periodo di espiazione al centro è finito e di Carmen mi è rimasto solo il ricordo. Un ricordo fatto di occhi alla continua ricerca di qualcosa che potesse riempire gli spazi di un’esistenza a perdere. Mi fa rabbia pensare che anche il padre ragazzino non abbia avuto nessuna altra soluzione se non quella di eliminare l’ostacolo da un punto di vita maschilista. Quale altro rimedio al più classico degli errori? Una scopata è una scopata…cosa c’entrano i figli?.
Erano i primi anni 80 ed il suo aborto era stato effettuato in uno studio medico alquanto rudimentale.
La legge ci serve per definire i parametri civili entro i quali muoversi. La legge ci serve a disciplinare ciò che comunque verrebbe fatto, perché una cosa è la legalità e un’altra la moralità.
Però è pur vero che ognuno vive una propria vita fatta di esperienze e cultura che andrebbero riconosciute e comunque tutelate. Una madre deve decidere di esserlo o non esserlo. A propria discrezione, secondo le proprie capacità. In ogni caso
Una cosa è concepire( in questo siamo bravi tutti più o meno) un’altra cosa è affrontare tutto il resto.
Io penso , ritenendo l’aborto sbagliato,che questa decisione sia già una condanna per la donna che lo deve affrontare .
La legge c’entra poco.
Chi sceglie questa possibilità già perde in partenza….per quello che la vita le riserverà… per quel senso di colpa che sicuramente naufragherà nella vergogna per se stesse.
E un naufragio è un naufragio.
Perché anche la più indefessa sostenitrice di questa pratica si troverà ,almeno per un attimo, al cospetto della propria coscienza.
Per il resto, tutto mi sembra superfluo.
![maschere[1]](http://files.splinder.com/dbf35985d914079ba53eec6d83d97b59.jpeg)
«Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa. La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui ci sta qua, in mezzo alla fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come tanti cani arrabbiati. - Non si può. E che faccio allora? Do' una giratina così alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si intorbidano. E allora... allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, per rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio! ». (dal Berretto a sonagli- L.Pirandello 1916)
Il tutto dipende dalle note caratteriali di ciascuno, dalla passionalità nell’esporre le proprie idee ed anche dalla capacità di mediazione che può o non può appartenerci.
Esistono diversi modi di porsi a chi ci sta vicino ma sicuramente un approccio calmo e gradevole è quanto ci aspetteremmo da chiunque. Il tono rende ciò che vogliamo comunicare più o meno incisivo ma le leggi della buona educazione non dovrebbero mai essere perse di vista. Quando ciò che diciamo non viene compreso nel giusto modo allora è il caso di fare appello alla nostra serietà e di prendere le distanze da chi ci ascolta per dare una maggiore forza alle nostre ragioni.
Se poi quanto da noi sostenuto non viene del tutto considerato anzi viene deriso o peggio ancora stravolto, la nostra parte più istintiva (quella che aleggia sempre sopra le righe) irrompe decisa dando sfogo a tutta quanta la rabbia, trasformandoci in furiosi paladini della nostra stessa verità…Pazzi appunto.
Ma queste ormai non sono più le regole del gioco.
Sempre più spesso alziamo il tono della voce per accreditarci una visibilità che ci dia una posizione superiore agli altri.
Siamo diventati tutti seri, tutti al limite. E perdiamo troppo in fretta la pazienza, ci incazziamo, ci agitiamo sventolando le nostri ragioni.
Abbiamo perso la corda civile, non la giriamo più, neanche quando parliamo al telefono con la laureata del call-center che vuole venderci una tariffa migliore delle altre. La liquidiamo velocemente con tono altero sottolineando che ha interrotto il nostro da fare, anche se era niente o poco più.
Urliamo ai figli, mandiamo al diavolo il vicino,
quello che ci frega il posto per l’auto,
chi, passandoci accanto ci urta.
Basterebbe bloccarsi un attimo e perdere la coincidenza con l’incazzo garantito. Treno puntualissimo aimè, che non sbaglia mai una corsa.
Le nostre posizioni sono sempre più accreditate delle altre. I nostri ritardi più in ritardo di quelli degli altri, i nostri guai più grossi, i nostri mali più dolorosi, le nostre idee più valide, le nostre notizie più attendibili.
E questa generazione si incarta su stessa, avendo dimenticato da qualche parte quell’educazione che altri ci avevano consegnato.
E i nostri figli ci guarderanno come?
Verranno su dei gran maleducati con l’I-pod come scudo contro un mondo fatto di altre persone che un tempo avevano il dono dell’educazione?
Oppure ci guarderanno un po’ schifati perché i quarantenni (o giù di lì) non hanno saputo far tesoro di quello che invece loro sanno per istinto ovvero che il vivere civile passa attraverso la comunicazione e la comunicabilità?
Viviamo le nostre vite per come ci è possibile, amiamo, lavoriamo, corriamo e come matematici funamboli cerchiamo la quadratura del cerchio ogni giorno.
I ritardi non li mettiamo più in conto, sono variabili concesse ma poco gradite.
La perdita del controllo può essere accettabile se dura poco e non lede gli altri.
Eppure ci sono quei giorni in cui il nostro piedino sinistro piuttosto che trovare locazione immediata dentro la ciabatta accanto al letto, per un volere strano scivola di lato ad incontrare una infinitesima parte di pavimento. Ghiacciato.
Quella è una giornata no.
La macchina non parte, il collega di lavoro si lamenta, il direttore generale ci guada torvo, i figli ci rimproverano, i genitori ci accusano, i compagni ci ignorano e le stelle stanno a guardare…
Forse le giornate NO dipendono da noi stessi, dalla nostra esigenza di chiusura, dalla nostra volontà di vedere tutto nero almeno una volta ogni tanto a vantaggio di tutte le altre giornate si, quelle vivibili, quelle in cui il nostro mal di vivere non emergere.
Per coglierne la differenza.
Per cui, in certi giorni, il nostro inconscio giocando sporco si arroga il diritto di stendersi al tappeto e si concede mezza giornata di vittimismo acuto scegliendo un loculo con vista su una distesa buia.
Forse speriamo che giornate così servano a calamitare tutte le avversità del periodo e a raggrupparle insieme, per poi lasciarci in pace in seguito, un po come si fa coi fazzolettini cattura colore che si infilano nella lavatrice quando le tinte dei capi sono troppo aggressive.
Lo specchio sembra dilatarsi restituendoci un’immagine che sembra non appartenerci. La casa ci sembra cupa e malediciamo il fatto di non avere comprato quella(inutile) lampada all’Ikea, costava pochi soldi. Il pc inciampa su un’ADSL da terzo mondo e il frigo vuoto segna il ritmo della danza della spesa. I capelli hanno deciso di seguire un’improbabile traiettoria che sfida la forza di gravità e il nostro umore sembra una fetta di formaggio rancido da settimane incartato in carta stagnola. Decisamente andato a male.
Facendo 2 conti sarebbe opportuno darsi malati e seppellirsi sotto le coperte piuttosto che riversare un acido malumore tutt’intorno con l’unico risultato di misurare un vuoto relativo stabilito da chi ha capito che è meglio mantenersi alla larga per qualche ora.
E invece anche questa giornata deve essere portata a termine, come tutte le altre.
E allora immaginiamo di essere giunti alla fine di queste interminabili 18 ore nefaste, di aver già indossato il pigiama magari fresco di bucato, di aver lavato i denti, tolto il trucco, di essersi cosparse le mani di crema e il cuore di un sottile strato di amore verso noi stessi.
Suvvia domani è un altro giorno, mancano solo 24 ore.
Tempo di elezioni, esce dal letargo una razza mai in estinzione: Il Candidato.
Ad ogni nuova tornata elettorale la specie si arricchisce di nuovi elementi sostanzialmente suddivisi in due categorie: Quelli che ci credono e Quelli reclutati per fare numero. In entrambi i casi la maggior parte di questi potrebbero passare per comici se non fossero patetici e tristi.
Che loro c’hanno le mogli, le madri e le figlie che rispolverano all’occorrenza il vestito quello buono, la pelliccia di topo meticcio e il sorriso elettorale con visuale sull’epiglottide. Vengono di solito collocate davanti al telefono in turni infrasettimanali che poi nel week and per dare visibilità ad un nome e cognome si battono le piazze e in certi casi pure i marciapiedi . Come operatrici di call-center esperte scorrono l’elenco del telefono, le rubriche personali e tutti i bigliettini da visita raccolti tra una legislatura e un’altra per scovare un voto sepolto, imprevisto. Dal lunedì al venerdì non si concedono pause, non perdono tempo, non ripetono altro – “ Ciao! Da quanto non ci si vede? E da quanto non ci si sente? come stai? Come sto? Come stiamo? Che si dice? Tutto bene? Tutto a posto? Tutto ok?” perché nulla effettivamente ci accomuna se non le liste.
Ed ecco che la compagna di scuola, la zia della cugina, la vicina di tram ci rifila la domanda da un milione di dollari “ Hai già un impegno per il voto?”
Un impegno? Ma se ho il carnet pieno di cognomi e di simboli,sono sepolta dai santini elettorali e ho pure appeso un grafico sul frigorifero con le proiezioni e l’andamento di amici e nemici nelle ultime politiche tenendo conto del riferimento ipertestuale delle regionali in considerazione del trend opposto alle previsioni statistiche delle provinciali ……
Ovvero un bordello.
E questi poveri centroavanti di sfondamento, queste teste di ariete se non fossero prima teste di cazzo, fanno il lavoro sporco per un partito e un leader che se vince al massimo gli concede lo spillino da giacca e una menzione nel ciclostile delle sede locale.
Loro invece sognano i banchetti in noce massiccio, quelli dove ti puoi scaccolare ripreso dalle telecamere solo se guadagni 15 mila euro al mese… più tutto quanto pagato (voli, tagli di capelli, party a base di cocaina e veline riciclate).
Qualcuno vince, moltissimi perdono, tutti quanti giurano che ci riproveranno… tanto le prossime sono già dietro l’angolo per la gioia di tutti gli scrutinatori e presidenti di seggio che ormai hanno deciso di fondare un albo di categoria con relativo esame di ammissione (e pare che siano cominciate le prime segnalazioni per così dire amichevoli, leggasi raccomandazioni, per una spinta alla carriera para-elettorale).
Ma si…buttiamola sul ridere che è meglio, anche se a questo pare ci abbia pensato il mio amato Veltroni…..
Può il silenzio avere forma, occupare uno spazio fisico? Può il silenzio creare una scena teatrale in cui attimi bloccati divengono protagonisti di una, di mille storie?
Questo può accadere in quella magica dimensione parallela alla realtà ovvero “L’Arte”.
E così nella pittura il silenzio diviene colore, la solitudine interiore si trasforma in poesia visiva e il linguaggio pittorico prevale su l’assenza di suono, di visuale, di contatto.

In questa stanza il silenzio racconta se stesso e l’appropriarsi di ogni angolo che deve dividere con un sole invadente. Ciò che era prima o che ci sarà in seguito qui non ha importanza, l’attimo vuoto diventa “per sempre” in un alchimia di cromie e spirito.
E a narrare momenti sospesi in una sorta di infinità teatrale è Edward Hopper, padre del realismo americano e “poeta che dipinge la solitudine” come fu definito dalla critica degli anni 50.
Tutta l’opera di Hopper segue il filo di un’interiorità individuale, dalle tele raffiguranti essere umani a quelle in cui i soggetti sono architetture o angoli rubati da un occhio attento che segue la realtà nella sua linearità, fino a cogliere l’attimo esatto in cui il tempo si ferma trasformando il particolare in universale.
A quest’altra tela invece ho voluto dare un’altra interpretazione, veramente sembra che questa pagina tratta da” Non ti muovere” di Margaret Mazzantini, abbia trovato una sua possibile collocazione, e le parole diventano tratti sovrapposti su piani paralleli:

“Hai ragione Elsa, sono una merda egoista. Sto rovinando la vita a tutte le persone che mi circondano, ma credimi non so nemmeno io cosa voglio, sto semplicemente prendendo tempo. Ho desiderio di una donna ma forse mi vergogno di lei, mi vergogno di desiderarla. Ho paura di perderti ma forse sto facendo di tutto per essere lasciato. Si, mi piacerebbe vederti preparare una valigia e scomparire nel cuore della notte. Correrei da Italia e forse lì scoprirei che mi manchi. Ma tu rimani qui, aggrappata a me,al nostro letto,no, non te ne andrai nella notte, non lo farai, non correrai il rischio, perché io potrei non avere nostalgia di te, e tu sei una donna prudente.”
E l’arte si cristallizza, rigenerando se stessa in eterno.
Ho 15 anni, mi chiamo Kisha, sono irachena. Ho sempre vissuto nel mio villaggio con la mia famiglia.
Tutti quanti ,tranne mia madre, mi trattano come una capra.Ridono di me, mi tirano i sassi, mi cacciano con le botte.I miei fratelli mi svegliano con i calci e dicono che sono un mostro.
La mia faccia è piatta, il mio naso schiacciato, i miei occhi lacrimano, la mia lingua è tagliuzzata. Ma non sono un mostro. Io non sono un mostro, sono una bambina che la notte ha freddo e che ha paura del buio.
L’altra notte sono entrati in casa, erano un gruppo di soldati cattivi.Mi hanno presa e portata via. Mia madre gridava, mio padre la picchiava. Mi hanno fatto salire su un camion e mi hanno portato nel deserto.
Gridavano e ridevano e fumavano.
Mi hanno strappato i vestiti di dosso, mi hanno coperto la faccia coi loro stracci, mi hanno bruciato la pelle con lame infuocate. Io sono solo una bambina.
Mi hanno infilato dentro i loro bastoni di carne, uno, due, tre, dieci. Mi hanno svuotato la pancia del sangue che ha cominciato a colare. Io sono solo una bambina.
Sono rimasta un giorno intero e una notte, legata e al buio. Ma avevo troppo dolore per sentire paura.
Questa mattina sono venuti da me. Ho gridato “No! Lasciatemi, ho male, sono una bambina io, sono un mostro, state lontani da me, ho male, ho male, ho male!”Ma loro mi hanno presa e lavata e vestita.
Mi hanno detto che nessuno mi avrebbe voluta e che al mio villaggio mi avrebbero uccisa per questo devo andare da Allah con i miei piedi.
Adesso cammino piano, mi brucia lì in mezzo alle gambe, ho un peso sulle spalle che a stento reggo.
E poi quando sarò al mercato dovrò tirare questo filo e BOOOOM Allah mi aprirà le sue porte.
Io sono solo una bambina.
Al Qaida utilizza donne e bambine down come Kamikaze.
Non credo di aver mai odiato nessuno se non chi oltraggia i più deboli, chi riversa la propria efferatezza sui bambini, chi si scaglia sui malati…. e stamani provo un enorme schifo.
Una lacrima per tutte quelle donnine violate, infibulate, uccise in nome di un’inferiorità che è solo nella mente dei loro aguzzini.
Una carezza a quegli angeli che hanno dovuto abbracciare la morte loro malgrado.