


Si narra che ai tempi degli antichi greci il figlio di Teseo ,Acamante, guerriero acheo, durante un viaggio verso Troia si fermò nelle coste meridionali della Sicilia presso la città di Akragas. Qui conobbe Fililide una principessa Tracia. I due si innamorarono ma furono costretti a separarsi per gli obblighi di guerra del giovane. Pare che la principessa lo attese per più di 10 anni ma sfinita, temendo di averlo perso per sempre, si lasciò morire dal dolore.
La dea Atena commossa da tanto amore trasformò il corpo di Fililide in un albero di mandorlo. L'innamorato tornò e conosciuto il destino della amata,ormai persa per sempre, strinse a se l’albero in un abbraccio infinito. Fililide ricambiò l’amore di Acamante con un’esplosione di fiori rosati anticipando di molto la primavera.
In una terra in cui mito e leggenda si arrampicano come l’edera alle colonne di tufo degli splendidi templi è facile lasciarsi incantare da antiche storie che vedono il susseguirsi di culture e dominazioni differenti. E così dai greci ai latini, dagli arabi ai normanni Akragas, Agrigentum, Kerkent , Girgenti ovvero Agrigento è stata culla della storia, città aperta alle genti e luogo invaso dal sole.

E’ magnifico immergersi nella primavera quando invece è pieno inverno. L’aria si trasforma all’improvviso e crea un suggestivo incanto. Qui il clima è più africano che europeo. I colori, gli odori si confondono tra la sabbia e il mare. I suoni sembrano emergere dal profondo delle conchiglie. Il freddo non resiste a lungo deve cedere il passo alle temperature miti, ai contrasti pastello, all’esplodere dei germogli anzitempo.
A parte ogni narrazione mitologica , lo scenario è davvero suggestivo. Chi vive da queste parti ne resta sempre incantato. Certe volte, quando il freddo è più pungente del solito è davvero inspiegabile come migliaia di fiori possano sfidare le condizioni metereologiche e ufficializzare l’arrivo della bella stagione.
Nel 1934, Alfonso Gaetani, il conte di Naro,un piccolo centro a pochi Km dalla valle pensò di sfruttare questo particolare momento per pubblicizzare i prodotti dell’agrigentino e soprattutto della mandorla che tanto lustro ha dato a questi luoghi.
Alla sagra popolare in seguito è stato associato il Festival Internazionale del Folklore, momento in cui simbolicamente tutte le popolazioni della terra si uniscono per festeggiare la primavera in nome della pace globale. Gruppi folkloristici di tutto il mondo si danno dunque appuntamento nella prima decade di febbraio vestendo la città a festa. Centinaia di persone in costume, testimoni delle proprie culture, narratori delle proprie storie, giungono in questa piccola parte di mondo trasformandola in una enorme centro cosmopolita. Il momento dell’accensione del tripode dell’amicizia ai piedi del Tempio della Concordia da inizio alla festa che vedrà, per 10 giorni, il loro continuo esibirsi per le strade, nei teatri, nelle scuole, nei giardini, su piccoli palchi o al cospetto di grandi platee. La manifestazione si conclude con uno spettacolo che dura l’intera giornata nel cuore della valle e che vedrà premiato uno dei gruppi che si è distinto più degli altri per danze e costumi.
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Ho visto sfilare, negli anni, superbi cortei etnici. Artisti della lontana Cina con dragoni di cartapesta, giovani messicani nelle loro danze Azteche, incredibili tribù africane avvolte nelle cromie più fantasiose e ho sempre pensato che il mondo dovrebbe essere questo.
Sempre.
Uno spazio aperto a chiunque inondato da musiche e linguaggi differenti e con un unico interesse comune, la tolleranza, l’interscambio e il vivere civile. Pacificamente.
La veranda era invasa dal sole, sul divano a fiori sgargianti la ragazzina dai capelli scuri mischiava le carte da gioco. L’uomo al suo fianco la guardava con attenzione quasi affascinato da quei movimenti precisi.
- Adesso ti darò 5 carte e poi tu potrai scartarne quante ne vorrai, come ti ho insegnato poco fa.
L’uomo era impacciato nei movimenti ma questo sembrava non turbare la piccola, anzi il suo sguardo era una lenta carezza amorevole.
- Non puoi scartarle tutte! Una, almeno la migliore, devi tenerla.
L’uomo riprese le carte quasi dispiaciuto per l’errore commesso, anche la ragazzina sembrava imbarazzata per il tono insofferente usato, poggiò il mazzo sul tavolino e con un sorriso appena accennato prese la mano all’altro e lo aiutò ad alzarsi.
- Vieni, usciamo fuori, magari riproviamo più tardi, adesso facciamo una passeggiata.
L’uomo si lasciò convincere presto, sapeva che quelle attenzioni erano un atto d’amore. Un dono prezioso al quale non poteva rinunciare. E così mano nella mano i due scesero in giardino. Lei 10 anni, pochi kg e lunghi capelli castani, lui 45 anni, 120 kg per 1.80 di altezza, sembravano un uccellino che svolazza accanto ad un elefante, felici entrambi. Dolcissimi.
Mia figlia e mio fratello.
Certe volte penso che anche Dio commetta degli errori ma poi, in un modo o in un altro, riesca a porvi rimedio e così ecco che questa bambina, un mucchietto di ossa composte ad arte, è arrivata tra noi a dar senso alle cose.
Non ho mai avuto un vero rapporto con mio fratello. La sua malattia ha creato un baratro tra noi e la mia rabbia per il mondo intero ha fatto il resto. L’ho amato a metà, ma in realtà i nostri rapporti sono sempre stati viziati dalla paura che abbiamo avuto l’uno dell’altra. Lui si è sentito minacciato dalla mia presenza temendo che potessi rubargli le attenzioni e gli affetti, essendo queste le uniche cose che veramente contano per il piccolo essere che si nasconde in quella mole Antonelliana. Io non sono mai stata capace di nascondere una specie di risentimento per una promessa infranta, per un fratello mancato, per una madre frastornata da tanto dolore. E così abbiamo tirato a campare, ognuno a suo modo, innalzando barriere insormontabili per difesa, scivolando entrambi in tutta una serie di patologie dolorosissime anche da ricordare: Schizofrenia, autismo, anoressia, fobie di vario genere.
E poi è arrivata lei, con il suo carico di gioia, con il suo pieno di una bontà innata che nessuno le ha insegnato, con 2 occhi enormi sempre colmi di tanto e con un’instancabile voglia di fare e parlare e ballare.
Ha costruito un ponte, ne ha innalzato i piloni, ne ha asfaltato la strada, ne ha collaudato l’agibilità e lo ha messo a disposizione di entrambi, affinché potessimo praticarlo per giungere l’uno al cuore dell’altra. E così…semplicemente ci ha spiegato l’amore. L’amore fraterno. Lo stesso di cui lei dispone a vantaggio del suo fratellino quando lo placa negli scatti d’ira, quando lo rassicura nelle notti popolate da orchi e mostri, quando lo stringe e lo bacia per il solo gusto di farlo.
E penso a quanto siano fortunati ad aversi.
Ed io ad avere loro.
La politica è schifosamente stressante. Nauseabonda. Orripilante. Sorriderei pure ma mi vergogno troppo per la figura di merda che facciamo nel mondo e non c’ho voglia.
I complimenti vivissimi andrebbero a tutti quanti, da destra a sinistra passando per il centro…periferie e isole comprese.
Ma ovviamente the winner is: Il senatore Barbato, il quale sodo come un uovo ha ben pensato di sputare in faccia al traditore ovvero il senatore Cusumano.
Ora, a parte che quest’ultimo è anche mio concittadino, persona che conosco e oserei aggiungere educatissima (se non fosse un politico) ma santo Iddio lo sputo in faccia di Barbato no! Che poi pare avesse mangiato delle bruschette all'aglio "calabrese" portategli da Mastella e allora la saliva è diventata di cemento armato e una singola gocciolina ha steso al tappeto l'agrigentino che è stato portato in ospedale. Pare Barbato abbia detto al Mastellone : Why not?
Ecchecazzo.
Se il tradimento c’è stato è da valutare, il buon Cusumano aveva dato la propria faccia, il proprio appoggio, la propria lealtà a questo governo e pare lo abbia mantenuto, gli altri al massimo hanno rispolverato il vecchio tailleur di Voltagabbana.
E’ notizia di questo minuto: Il governo Prodi è caduto e nonostante sia stato un governo di merda, troppo impicciato e appiccicato come la carta di una gomma da masticare era pur sempre un governo di sinistra (per quel che è servito….). Che poi vorrei sapere per quale cavolo di motivo Prodi più di 2 anni non riesce a tirare….
Va bene, ora ricominceremo con tutte le manfrine elettorali, “noi questo, voi quello, gli altri l’altro”. Le promesse saranno mongolfiere, i cazzi nel di dietro siluri e noi poveri meschini dovremo sorbirci di tutto….tanto è gratis!
Santoro se ne tornerà a casa ( questa sera ritorna anno zero), Bossi farà la sua guerra del condominio, Mastella coltiverà il giardinetto a Ceppaloni e milioni di italiani spereranno che il prossimo sia meno peggiore dell’ultimo, che poi essendo la speranza l’ultima a morire, il Buon Berlusconi sicuramente al momento avrà quella che la storia registrerà come la sua ultima erezione.
Che dire se non:
The show must go on!!!
Io, per quanto mi riguarda ho già deciso, non voterò, ma questo non frega a nessuno. Però…però se in tanti la pensassero così chissà cosa si potrebbe ottenere con l’astensione. Intanto un governo di larghe intese non sembra poi un’idea meno brutta delle altre, certo meno schifosa di uno sputo in faccia o dell’ultima erezione del cavaliere.
“Avevo 43 anni e due figli quando ho perso l’orgasmo. Come si fa a perdere un orgasmo direte voi. Che cos’è un calzino? E’ finito in qualche cesta del bucato sessuale, in attesa di ricongiungersi col compagno in modo da diventare un orgasmo multiplo? La gente perde spesso delle cose. La pazienza. Il senso dell’umorismo. La linea (il termine “collant contenitivo” vi dice niente?). La ragione (dopo il parto di sicuro). Ma non l’orgasmo. Io però, non riuscivo più a trovarlo Era più sfuggente dell’ombra di Peter Pan. Credetemi, l’ho cercato più di quanto abbiano cercato il triangolo delle Bermuda, lo Yeti, Amelia Earhart, la Marie Celeste, il mostro di Loch Ness e gli scrupoli di George Bush…..”…(da “Come uccidere il marito” – Ketty Lette)

Quando ho letto questa pagina ho sorriso di gusto, veramente tutto il libro è un delizioso susseguirsi di immagini ironiche e divertenti, ma poi ho acceso una bella sigaretta, ho poggiato il libro sulle gambe e ho cominciato a pensare...
I miei 40 anni non sono i 43 della Lette però ci siamo vicini per cui dovrei pormi il problema di come sarà quando perderò l’orgasmo? Roba da rabbrividire direi, non ci avevo mai pensato. Ricordo perfettamente quando l’ho incontrato e sinceramente non ho molta voglia di dirgli addio. Sicuramente per quella bellissima sensazione che infonde fisicamente ma anche per l’attestazione di persona attiva e certamente felice ,anche se per un tempo effimero, che conferisce. Perderlo significherebbe perdere quella voglia di sedurre che viene prima dell’atto in se stesso. L’orgasmo è il fine ultimo di una danza complessa e suggestiva, fatta di sguardi, di approcci, di fiato sul collo e promesse sussurrate o solo supposte. Sarebbe troppo riduttivo non considerare che anche scegliere un vestito (o ringraziare per averlo fatto) non sia parte di quel sublime piacere, che ahimè scopro solo adesso, potrebbe andare smarrito. Che poi il sesso è un aspetto talmente presente nella vita di ognuno fin da quando si è bambini, da considerare impossibile di non considerarlo.
All’inizio è una scoperta meravigliosa, un gioco gradevole che ci fa sentire grandi. L’impaccio iniziale ci sfugge del tutto. E’ conquista.
Man mano si evolve in qualcosa di più intenso, la conquista cede il passo al possesso. Il gioco si fa più interessante perché il coinvolgimento diventa maggiore. Ma ha in se ancora qualcosa di …come dire?...Tagliente, appuntito, non levigato.
Fino a giungere alla maturità, all’affermazione. E proprio in questa fase tutta una serie di ulteriori scoperte rendono l’amplesso perfetto e appagante. Parlare di orgasmo multiplo sembra un po’ una roba da film hard (di quelli che se ne stanno li per ore a fare entra ed esci, su e giù, mettiti così e mettiti colì) e invece è un’esperienza disarmante, strabiliante direi. Perché è vero alla mia età il sesso diventa veramente roba raffinata, da gustare con calma e completamente. Ci si parla su, si ride, si gioca, si mangia…e quei quarto d’ora di un tempo diventano ore distese tra il fruscio delle lenzuola e la gratitudine di sentirsi ancora vivi. E belli. E contenti.
L’idea di dover cedere ad una resa fisiologica è quasi deprimente. Come procedere verso il rincoglionimento cosmico che muove tanti arzilli vecchietti, i quali ammiccano pure ma già si stancano al pensiero di un bacio.
Veramente uncinetto, balera e scopone scientifico basteranno a colmare il senso di vuoto?
Per i miei figli vorrei che esistesse uno stabilizzatore di sentimenti per mamma e papà affinchè non si sentano sempre divisi a metà. E risate e giochi e voglia di parlare e passi di danza sui quali inciampare. Una mano invisibile che li conduca incontro al futuro. E luce negli occhi. E musica costante che gli gonfi il cuore .
Per i miei genitori vorrei che esistesse un plaid di ricordi che tenga al caldo le loro certezze e quel viale del tramonto da percorrere insieme, mano nella mano e un cuore all'unisono e... sguardi tra loro e... un mare di carezze.
Per me vorrei che esistesse un climatizzatore dell’anima per scaldarla nei giorni d’inverno quando il gelo la ghiaccia.
Vorrei che esistesse una voglia nuova per vivere ancora e un pretesto che mi spinga oltre il limite della resa. Ed un vento caldo che dissipi la nebbia della paura che in certi momenti cala su tutto inghiottendo i contorni di ciò che mi rassicura.
(E un cuore nuovo perché quello vecchio è ridotto a brandelli.)
E voi?
E’ quella breve camminata a fianco del figlio, vuoi lungo la navata di una cattedrale, vuoi su per i gradini di un ufficio comunale a puntualizzare lo stato. Perché pur essendosi esercitata per anni durante il periodo prematrimoniale, acquisisce solo in questo specifico momento l’investitura ufficiale di “Rottura di coglioni” .
Che lei nasce femmina e si trasforma in mostro, evolvendo in nonnapapera fino a giungere allo stato terminale di arteriosclerotica dura a tirare le cuoia, in un excursus di tritatura da manuale.
Inizialmente è solo la madre dell’uomo di cui ti sei innamorata. La scorgi per strada e ti sistemi la camicetta nel tentativo di darti un’aria accattivante. Lei finge di non vederti “piccola stronza” nel frattempo pensa “tu vorresti portarmi via il mio bambino? Dovrai passare sul mio cadavere” e sinceramente non è una cosa impossibile da realizzare. Basterebbe ucciderla. E togliersi il pensiero da subito.
Che se decidi di partire per un finesettimana col tuo fidanzato a lei le viene la colica renale, l’idea che entrerai in possesso dei “gioielli di famiglia” le fa gonfiare il pelo. Perchè il malloppo del figlio è sacro e se potesse lo imbalsamerebbe come ha fatto con il cordone ombelicale che ancora conserva mummificato come santa reliquia.
Lei ti sfida a colpi di mestolo e in questo caso devi registrare la sconfitta perché “le polpette di mamma” sono purtroppo imbattibili. Solo molti anni e mille sbattute di polpette al muro dopo riuscirai ad eguagliarne consistenza, sapore e forma (quando praticamente la tua progenie sarà in età maritabile e tu dunque pronta al passaggio delle consegne).
Lei compete. Questo la autorizza (in una distorsione concettuale) a considerarsi competente in qualsiasi aspetto della vita quotidiana.
Lei viene in casa e si guarda intorno, annusa, scoperchia,soppesa, valuta, quantifica, ficca il naso ovunque. Va in bagno e sicura della doppia mandata apre gli sportelli e i cassetti per assicurarsi che tutto sia entro i termini del normale. La vista dei Tampax la turba, qualcosa altro(a parte il succitato malloppo) ha accesso ai tuoi fondamentali….e se oggi trattasi di assorbenti domani chissà……
Guarda la tua montagna di biancheria da stirare e senza aver la minima intenzione di attrezzarsi con ferro e asse (come farebbe tua mamma)si informa se il figlio avrà un cambio per l’indomani….perchè quando lo aveva in casa lei, gli stirava pure il pigiama e i fazzoletti di cotone che ha abbondantemente inserito nel corredo di cui tu adesso sei la custode (ti venisse in mente di farlo piangere).
Ha la messa in piega perenne come da statuto di suocera e il rossetto nelle varianti di rosso e arancione per dare maggiore risalto all’ingresso della caverna dove ha ricovero la bestia: La lingua! Chi ormai è immunizzato al suo veleno è il principe consorte che può essere di 2 diverse tipologie: O gran filibustiere che la rende padrona in casa e cornuta in società, o minchione specializzato nel calare la testa ad ogni input. In entrambi i casi non lo vedrà neanche completamente assorbita dall’adorazione del figlio su cui tu hai allungato i tentacoli di femmina pericolosissima.
Se la vita vuole arriverà un erede che nel caso in cui dovesse trattarsi di bambinA come la tradizione richiede(va) dovrebbe ereditarne il nome. Al sud capita tutt’ora che le suocere dai nomi impossibili come: Crocetta, Crocifissa, Calogera, Assunta, Filomena, Carmela, Gaetana, Gerlandina, per i primi 6 mesi dopo la nascita della nipote, continuino a chiamare quest’ultima “ a piciridda” per non dovere prendere coscienza del fatto che invece il nome proprio è tipo Carlotta, Camilla, Giorgia, Giulia. Ma il nome mancato non costituisce un deterrente che la tenga a debita distanza, per cui “l’essere suocera” si aggira per le stanze del tuo piccolo appartamento fin dall’alba, correndo ad ogni gemito del neonato, facendo gli onori di casa ad ogni sentor di visite e demolendo ogni piccolo regalo sia stato offerto dai parenti della tua parte….
Solo col dovuto esercizio si riesce a neutralizzarne gli effetti e ad accompagnarla fino alla fine della SUA vita, un consiglio per il necrologio?fate come loro….![Lapide_suocera[1]](http://files.splinder.com/6543fb278093f9ab8312406d8606ac85.jpeg)
(ovviamente si potrebbe continuare all’infinito ….come infinite sono le suocere, ma in definitiva ad ognuno la sua….)
I sogni sono un tormento.
Si appiccicano ai nostri occhi chiusi e svelano disordinatamente le proprie trame. Riempiono i nostri sensi di sussurri dolci e gonfiano il cuore di speranze che non esistono. E mentre dormiamo viviamo attimi di felicità talmente intensa da far quasi male. Ci rendono bambini in preda all’impossibile, anime sorrette da un filo di vento che non nasce e non muore da nessuna parte ma che cresce di continuo fino a diventare tempesta.
Stamani, al mio risveglio, già sapevo come sarebbe stata tutta la giornata. Altre volte sono rimasta impigliata in questo sporco gioco che mi appesantisce rendendomi insofferente perchè non sempre ricordo ciò che mi rapisce nelle ore di sonno ma quando questo avviene il motivo è talmente radicato in me da renderne impossibile l'estirpazione. E all’improvviso le immagini del sogno si sostituiscono a quelle reali per un millesimo di secondo, flash visivi e sensoriali mi attraversano gli occhi e lo sterno e per un attimo ripiombo in quelle sensazioni bellissime e piene come solo l’inconscio riesce a creare.
La sera cola sui vetri appannati della mia cucina, fra qualche ora lascerò temporaneamente questo mondo desto per attraversare il regno del sonno e forse indosserò ancora quella veste di stupore e senso e sentirò calde mani sul viso a scostarmi i capelli dagli occhi. Sentirò il calore del cuore che si scioglie e forma pozzanghere di lava. E il mio corpo non avrà peso. E li mie parole non avranno suono. E la tua presenza sarà tutto ciò che mi resta.
Un sogno… appunto.
Alcune persone ci aiutano a crescere, a vivere. Sono quelle presenze costanti ed imprescindibili alle quali ci rivolgiamo nei momenti del bisogno, anzi alle quali neanche occorre appellarsi perché loro sono comunque lì pronte a sorreggerci, a porgerci la mano e far forza sul braccio per salvarci dal vuoto sul quale pende la nostra dignità. Parlo di quelle persone che ci amano per partito preso, per imposizione sovrannaturale, perché così deve essere. E questa condizione resta immutata e immutabile nel tempo…irrompendo prepotentemente entro i termini del per sempre.
Ma la vita gioca tiri insoliti e alcune volte arriva il momento di dover ricambiare. Questo ci fa male perché mai avremmo i voluto trovarci in una situazione simile…e non per noi stessi.
Perché i deboli eravamo noi, quelli che si cacciavano nei guai, quelli che combinavano le cazzate che avrebbero pagato per molto, moltissimo tempo. Loro erano su di noi a ripeterci “Vedrai…passerà, supereremo anche questa…tranquilla”
E poi capita di essere travolti da scoperte che mai avremmo voluto fare. Ci ritroviamo davanti a ciò che mai avremmo voluto vedere o sentire. Diventiamo testimoni di una caduta totale, rovinosa, dolorosa e sappiamo che non possiamo girarci da un’altra parte e fingere di non vedere. Occorre affrontare il problema, magari senza parlare per non acuire il dolore di chi viene colto in fallo. E allora tocca a noi tendere la mano e fare leva sul braccio. Ci accorgiamo del peso della vergogna, lo sentiamo come se fosse un filo elettrico che ci attraversa da capo a piedi e cerchiamo di resistere, di fingere che non carbonizzi tutto quanto dentro di noi.
In amore tutto è a doppio senso, anche quelle parole “vedrai…passerà, supereremo anche questa . Tu e io insieme… papà”
Perché essere figli ha in se la stessa potenza dell’essere genitori, soprattutto quando si cresce e i nostri diventano anziani. Allora li guardi e dentro senti rabbia e tenerezza insieme e paura di perderli e gratitudine perché se sei riuscita ad arrivare fin qui lo devi anche a loro, a quella capacità che hanno avuto a salvarti la vita.
Oggi mi sento mio padre e vedo in lui sua figlia.
Fermo restando che le poste italiane sono le poste italiane…il post è fatto.
La situation Poste Italiane, dalle alpi alle isole …giù per la dorsale appenninica, è all’incirca la stessa, ovvero:
Casino, di quello che neanche un’intelligenza artificiale riuscirebbe a metterci mani.
Distributore dei ticket sempre ingolfato con la zia Pina in pole position che non ci capisce una mazza di Post Pay, contrassegno e postamat.
Il tipo che, mani in tasca, occhiali sulla fronte e gomma da masticare, dondola nella fila destabilizzando il tuo già equilibrio precario.
La trafelata (c’è sempre una trafelata) che maledice l’altro avanti e le sue 100 raccomandate che manco a farlo apposta giusto quel giorno, quell’ora e quel luogo doveva scegliere….
Ci sono i sedili disposti come al cinema e allora intuisci che è un suggerimento a metterti comoda e che la direzione ti augura buona visione soprattutto dei display e della loro tragica e criptica danza : A089P- AB045 – PP119 , Fibonacci allo stato puro.
Poi c’è caldo. …alla posta italiana c’è sempre caldo, che in inverno funzionano i riscaldamenti e in estate “ col cazzo che funziona l’aria condizionata!”.
E poi ci sono loro.
Gli impiegati.
Chi si occupa delle risorse umane alle poste è un genio.
Per carità tutta gente per bene, per lo più educata ma….lenta, incredibilmente lenta.
Loro ti guardano dal vetro doppio e ti scrutano, poi prendono il bollettino che gli passi dalla fessura neanche avessi l’aviaria e… leggono… Loro leggono!
Lentamente alzano l’indice della mano destra e comincia la caccia al tesoro, una versione postale di Indiana Jhones alla ricerca del tasto perduto.
3 minuti dopo dall’inizio della Tua operazione come per incanto compare sempre l’impiegato “ometto di dietro” che ti arriva con fogli e pennini e ti blocca per almeno 5 minuti buoni , che nella stanza del capoufficio c’è sempre la zoccola di turno che non c’ha voglia di fare la fila e fa appello a tutte le conoscenze, ufficio per ufficio, (d)ente per (d)ente (che gli sputeresti volentieri in un occhio biblicamente parlando).
E poi ci sono le impiegate di qualità, quelle raffinate, quelle che camminano tutte impettite, belle donne stagionate, ossigenate, agghindate. Loro se la passano bene, loro hanno l’ufficetto. Un loculo di plexiglass tutto blu e giallo. Che ti fa venire l’angoscia da sepoltura e allora capisci perché sono incartapecorite , povere stelle.
Se poi ci vai per un pacco rischi la mancata ossigenazione cerebrale . Perché allo sportello più trafficato di tutti:
C’è lei! Quella che scrive gli sms e fa l’amore col cellulare piatto fucsia.
Ti accorgi che tra un’operazione e l’altra ti guarda e abbassa gli occhi di continuo. Sta scrivendo. Che poi sbaglia con la pressione sui tasti e manda geroglifici a destra e a manca E tu la guardi e le dici sfinita “il mio pacco…., la prego….mi dia il mio pacco .E’ stato spedito 23 giorni fa e arriva solo adesso. I salumi saranno diventati pezzi di legno e il resto saprà di cacio cavallo!”
Ma lei ha lo sguardo assente perché è in crisi di astinenza di PVT, di C6? di TVB e allora pensi dirle che ce la può fare, che non è difficile venirne fuori , che come primo passo occorre ammettere a se stessi ed agli altri di avere un problema e poi tutto diventa più facile.
Dopo infiniti attimi di ordinaria disperazione, eccolo, è lui, malmesso, acciaccato, maleodorante ma ha il tuo nome sopra e questa è l’unica cosa che conta. Adesso sei tu che li guardi tutti…firmi, sorridi, ti soffermi più volte sul gesto dell’ombrello in direzione dei 4 punti cardinali e te ne vai…sfinita, e felice.
UNA PAGURA (praticamente).
Ti prepari a far visita a casa del morto. Uno qualsiasi, uno di quelli che da vivo avrai visto 4 o 5 volte. Non una conoscenza stretta, uno tipo: lo zio di 2° grado di tuo marito o la madre della collega di lavoro o ancora il fratello della signora del 7 piano. Una persona insomma che se c’è o non c’è… è la stessa, identica cosa.
Ti vesti:
Pantalone nero e maglia nera…no, che poi ti tocca ricevere le condoglianze.
Pantalone nero e camicia bianca…neanche, che illudi gli avventori facendogli credere che c’è il servizio catering.
Pantalone bianco e camicia nera … manco a parlarne, che pare una bestemmia evocando ricordi da febbre del sabato sera.
Praticamente ti maledici perché riesci a crearti il problema del “Che mi metto?” pure in una circostanza simile neanche fosse il funerale di Lady D con annesso concerto di Elton John e opti per la gonna grigia e il maglioncino della tonalità degli anonimi… avion.
Ti presenti con nulla in mano perché così impongono le circostanze e speri che il tutto proceda velocemente..
Se ti va bene…trovi poca gente che mai avresti pensato di incontrare e dopo qualche parola lasci i congiunti nel loro dolore defilandoti , fingi interesse per chi staziona nelle altre stanze e poi imboccato il lungo corridoio ti appiattisci alla parete con gli occhi bassi e le mani dietro l’orecchio a sistemare i capelli. Guadagni la porta e “Viaaaa, più veloce della luce”.
Se giusto quel giorno quello stronzo di Saturno decide di transitare in una tua casa qualsiasi, neanche fossi la signora Gabetti, sono cazzi. …
E allora quando entri ti accorgi che è una di quelle famiglie ciarliere, allegre, amichevoli, che ti danno la sedia e ti raccontano a turno le ultime 18 ore del morto ma da angolazioni diverse. Alla 5° versione prima di esser colta da un’emiparesi fulminante ti offri di far cosa gradita e come compete a chi non è della famiglia vai in cucina a preparare il caffè. Ci trovi sempre le più pettegole dell’essemblement. E mentre traffichi con acqua e il resto scopri che il fu , era un vecchio porco che cornificava la moglie, che la moglie si gioca tutto al poker elettronico, che il figlio illegittimo di lui si tromba la badante e la stessa entra ed esce di galera e …. bla bla bla, bla bla bla, praticamente una scena da "Ciranda De Pedra". Nel gruppo c’è pure un arzillo amico del defunto che comincia a farti l’occhiolino mentre tu supponevi un Parkinson d’effetto con annessa fluidificazione di saliva esagerata. Il tempo trascorre lentissimo come una lumaca in un eccesso di stanchezza su per lo Stelvio.
Al momento del commiato come da prassi gli stretti stretti devono fare la loro parte e allora cominciano a piagnucolarti addosso dicendo che lui si ricordava di te ( ma se l’ultima volta che ci siamo visti è stata ad un matrimonio qualunque…un sacco di tempo fa??)e le lacrime di scena ti si appiccicano sulla guancia come una pellicola che asciugandosi ti tira da tutte le parti quasi fosse bava di cane. Finalmente lo strazio giunge al termine e ti tocca pure mandare a fanculo quell’ anzianotto in un impeto di adolescenza senile che nel modo di salutarti si è fatto prestare la mano dallo stecchito e te l’ha posata graziosamente sui glutei.
Tutto questo fardello determina la classica espressione facciale che caratterizza chi viene a conoscenza della morte di un altro. Ovale contratto, mano alla bocca, occhi lucidi….e una frase che scorre in sovraimpressione ad annebbiare la vista “Minchia, no!”…(raramente è disperazione per la perdita).

Ci sono 2 tipi di sfigati. Gli sfigati genetici e gli sfigati di acquisizione .(maschio e femmina Dio li creò ….)
I primi sono quelli nati così, quelli a cui la sfiga si cronicizza col passare del tempo, quelli che non hanno scampo. Cominciano il loro calvario con l’impiegato dell’anagrafe che gli sbaglia il nome, quelli che invece di chiamarsi Dario si chiamano Vario. Sembra poco e invece è il destino che si arrotola su una consonante.
Da piccoli sono malaticci, da adolescenti sono brufolosi, da uomini sono di una noia mortale.
Si fanno le seghe davanti al poster di Pamela Anderson e il sabato vedono C’è posta per te con mammina e la zia Pina.
Si tagliuzzano mentre si fanno la barba tutte le mattine, hanno l'alluce valgo e l'unghia incarnita nello stesso piede e l'herpes zoster che si manifesta a giorni alterni.
Sono di quelli che lavorano al catasto e che indossano il grigio in inverno e il beige in estate così si mimetizzano con la sabbia. Seguono passo passo l’almanacco di suor Germana che è una lettura interessante e al massimo leggono 1 o 2 volte l’anno quattro ruote …che è meglio tenersi aggiornati non si sa mai, mentre spolverano la panda celestina che papà buonanima aveva comprato nel 1984… Che a poco ci vanno Fiorello e Baldini ad imporgli la rottamazione.
Amano la stessa donna dall’infanzia, la cugina anonima, siciliana, coi baffi, perché come fa lei i cannoli non li fa nessuno e prepara pure il rosolio meglio di mammà.
Alle feste aziendali ci restano malissimo quando concretizzano che anche questa volta non ci sarà la tombola e si attaccano al muro tipo carta da parati.
I 4 amici di sempre (tutti sfigati) si fanno compagnia per la vita. La partita a bocce…il tressette al bar, la partita del Genoa. Poi i 4 diventano 3, i 3….2 e l’ultimo (quello più sfigato di tutti) resta in eterno….il primo del suo paese a guidare ancora coi suoi 107 anni. Lucidissimo. E qual è la peggior sfiga se non quella di avere lo spirito di un uccellino e il corpo da testuggine?
Lo sfigato di acquisizione è quello che se la passa male da poco. Quello che gli capita qualcosa e se la tira addosso di brutto. Quello che la moglie lo ha lasciato e allora ha scoperto il mondo miracoloso di internet che pure col pigiama verde penicillina e la canottiera dice alla tigre che staziona dall’altra parte cosa le farebbe e cosa le direbbe. E quello che la calvizie gli ha preso pure le palle e le eruzione cutanee hanno fatto il resto. Quello che buca la ruota della macchina solo quando piove e ha dimenticato il cellulare. Quello che al lavoro staziona dietro gli occhiali e non se ne perde una, macchiandosi di inchiostro le dita che poi si asciuga il sudore e pare un sioux. Quello che cerca. Quello che ammicca. Quello che ci tenta ed inciampa nell’estremo tentativo di fare il simpaticone imitando Lino Banfi. Quello che se gli dice bene, nella vecchiaia, incontra la vedova del piano di sotto e cominciano una tresca che tutto il condominio s’ammazza dalle risate.
Capita che si incontrino per strada del tutto casualmente. Ed entrambi si toccano le palle a mo di scongiuro. …“Azz c’è chi sta peggio di me”….pensano all’unisono.
E mentre l’uno si affretta a tornare a casa che mamma ha preparato l’ossobuco, l’altro si ferma in videoteca ad affittare “Quel gran pezzo dell’Ubalda…”
Se potessi farlo, ti chiamerei adesso nel cuore della notte per dirti “Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo”.
Ma l’orgoglio me lo impedisce. Non voglio tu sappia che adesso sei nei miei pensieri. Che ci sei rimasto l’intero giorno e che da mesi è quasi sempre così.
Devo dirti addio perché restare con te mi fa male. Ed io devo pensare a me stessa.
Credo che ciò che mi ha reso quello che sono sia stato il dovermi prendere cura di me per anni. Ho sempre provveduto a consolarmi, a sorreggermi, a bastarmi. Quando ancora non avevo esperienza dei sentimenti mi affrettavo ad infilare il mio cuore nelle mani di chiunque….piccola e desiderosa di calore umano, di linguaggio che passa attraverso la sicurezza delle carezze. Non immaginavo che esistessero le carezze bugiarde, puttane, assassine.
Adesso che le conosco le evito.
Mi ricordo di quando ero un’altra. Mi ricordo di quando riuscivo a restare impigliata ai sogni e me li portavo dietro orgogliosa per giorni. Sognavo di un amore potente che si dilatava per aderire ai miei tempi di vita. Lo vedevo profondo e attento. Capace e temerario. Un amore che si svelava sotto la trama delle parole e delle attenzioni. Un amore che fosse di fuoco e d’aria, d’acqua e terra. Totale. Bellissimo.
Poi ho capito che i sogni sono merce sopraffina. Costano cari e durano poco. Come quelle rare orchidee nere. Fiori di carne.
Li conosco quelli come te, quelli che non si sbilanciano mai , quelli sempre convinti di non doversi occupare di alcuno, quelli che interrompono i discorsi per ficcarci dentro i propri pensieri, le proprie parole. Incuranti. Svogliati. Frettolosi. Eppure dolci e sapienti. Saggi a metà e per l’altra impertinenti e monelli come eterni bambini, convinti che sia possibile perdonargli tutto. Sempre.
Ho ricordi di te che devo abbandonare sul ciglio di una strada qualsiasi, al freddo, al buio. Ho attimi vissuti insieme che devo rimuovere come si fa come con le macerie dopo un terremoto. Ho discorsi che avrei voluto farti da imballare e spedire lontano. Devo ripulirmi da te. Dai tuoi respiri sul collo dopo aver fatto l’amore. Da quegli occhi d'argento che si incagliano ai miei come un relitto su un fondo sabbioso. Dal peso del tuo corpo che ancora mi scalda.
E’ tempo di dar aria alla stanza e mentre tengo tra i denti il fermaglio a matita che a breve infilzerà il nodo di capelli raccolti sulla nuca, mi vedo guerriera in una smorfia beffarda. Temo l’amore e per questo lo affronto nella speranza di esorcizzarne il potere. Perchè non permetterò che mi si facciano ancora buchi profondi e dolorosi.
Giungerà il momento della resa?
Non ora. Non con te. Non ne vale la pena eppure mi struggo. Perchè anche se non lo ammetto eri il desiderio che esprimevo alla vista di una stella cedente, il brivido che mi percorreva quando la pioggia rigava i vetri della mia finestra. Eri un'idea che avrebbe potuto trasformarsi in conferma.
Eri tu. E non avrei voluto altri.
Ora non voglio.
Non sento.
Non mento.
E' finita.