


Che l’amore guidi spesso l’essere umano oltre ogni possibile comprensione è cosa risaputa. Che l’amore renda, ciechi, sordi, stolti ce ne siamo accorti tutti,prima o poi, ma certe storie sembrano avere davvero dell’impossibile.
Parliamo del braccio della morte.
Questo luogo non luogo in cui risuona l’eco di una campana tormentosa…
“Dead Man Walking – Dead Man Walking - Dead Man Walking” Don- Don-Don
Chi vi è giunto è quasi sempre colpevole. E la colpa di cui si è macchiato è la peggiore.
Ma da sempre il detto “Chi di spada ferisce, di spada perisce” non suona le mie corde perché esiste in me una sorta di accordo magico che si chiama perdono. Certo è semplice parlare di perdono quando non si è coinvolti personalmente in efferati casi di omicidio ma sono cresciuta a pane e rispetto e dunque voglio concedermi il beneficio del dubbio credendo che anche in un caso simile agirei come penso.
Nessuno tocchi caino. Anche se caino è uno stronzo.
Ma da qui a sposarlo certo ce ne vuole…
Sono centinaia e centinaia le donne che istaurano rapporti epistolari con i detenuti. Solitamente queste donne cercano di colmare dei vuoti difficili anche da immaginare, raccontano loro di vite parallele che procedono al di là del muro. E delle sbarre. E delle catene. Spesso anche queste vite al di là sono permeate da una solitudine senza fine e senza fini. Solitudini interiori che si camuffano di buonismo a perdere e comprensione a iosa.
Un conto è cercare di tirare su il morale di chi morali e morale non ha più, un conto è innamorarsene.
Come può una donna accettare o proporre un matrimonio ad un condannato a morte? Come può una donna decidere che un’unica possibilità, ovvero quella di una innocenza non impossibile ma molto, molto remota possa trasformare la propria vita in una doppia condanna a morte?
Tameka è un’agente di polizia carceraria in una prigione del Tennessee. Nera, bella, giovane.
Durante l’ora d’aria scorta in cortile una fila di uomini vestiti di arancione con pesanti bracciali ai polsi e alle caviglie. Non un cinguettio di uccelli. Solo lo sferragliare di pesanti catene.
Uno degli uomini in fila la guarda e riesce a stabilire con lei un contatto visivo esclusivo. Lei lo chiamerà colpo di fulmine. Per lui è forse eccitazione o solo un estremo tentativo di dare voce a quel cadavere che già pensa di essere.
Edward Green si innamora, tanto non è che ci sia molto da fare li dentro a parte pregare e dar luogo a quanto di umano resta da fare. Non la speranza di un futuro al quale aggrapparsi, non la consapevolezza che toccando il fondo per forza di inerzia si possa innescare il meccanismo della risalita. Quella palla al piede glielo impedisce. E lo lascia sul fondo.
Lei gli si concede più volte nel lettino dell’infermeria e quando i suoi superiori si accorgono dell’intrallazzo le danno un’altra possibilità: Lasciarlo ed accettare il trasferimento in un altro penitenziario.
Lei rifiuta, è incinta, lo sposa e perde il lavoro. Dopo qualche tempo perde il marito. Lo guarda mentre i muscoli cedono sotto l’effetto di una iniezione letale. Non urla, non piange. Ieri era una bella donna, nera e giovane. Oggi è una vedova.
Ma di queste storie ce ne sono parecchie.
Donne libere che decidono la loro segregazione del cuore in nome di un amore raccattato sul web. Donne che riescono a vedere oltre il comune senso dell'orrore restituendo attimi di umanità a chi forse non la merita (ma non per questo va ucciso a sua volta).
Estremo atto d’amore o spessa coltre di pietà a soffocarne la ragione?
Scoprire le paure aiuta davvero a superarle? O è un atto dovuto per quietarsi la coscienza?
Mi sono posta queste domande seguendo il caso dell’ultima pubblicità “shock” di Oliviero Toscani per Nolita il fashion brand Flash&Partner di Padova ma già da tempo ho trovato risposte esaustive e profonde.
Non posso che chinare il capo al cinismo studiato e imperfetto di questo mago della comunicazione. Toscani ha sempre saputo fare il proprio mestiere fin dai tempi delle pubblicità United Colors of Benetton quando ancor prima di bloccare in immagini ossa umane o neonati appena partoriti o morti ammazzati per mafia aveva puntato la sua attenzione sui “colori vitali” delle razze e delle lane in uno scenario affascinante e cosmopolita quando ancora l’Italia era un paese di retrovia.
Lui sapeva fin da allora che le scelte audaci e scioccanti creano sempre un tam tam di voci e opinioni. Sconvolgono alcuni, inducono alla riflessione altri, ma comunque non lasciano indifferenti.
E non lascia indifferente l’immagine di Isabelle Caro la ragazza francese che ha scelto di esporre la propria sofferenza fissata in 31 kg per 1.65 cm di altezza. il suo linguaggio: L'ANORESSIA
L’anoressia è un vero problema e questo lo sappiamo. E come tutti i veri problemi, essendo una realtà costante vive di momenti bui e di momenti in cui i riflettori vengono puntati con prepotenza.
D’accordo non se ne parla. Ma c’è.
Così come per l’AIDS, per le droghe, per il terrorismo, come per tutti i grandi flagelli che opprimono l’umanità se ne parla solo quando scoppia il caso eclatante al quale è impossibile mostrare indifferenza e forse per questo motivo lo spessore morale di alcune "teste" ha voluto che quell’immagine campeggiasse su strade e giornali. Rendiamoci conto che questa realtà non è un terminale per una certa categoria di persone, non è una scelta di chi vuol apparire in un certo modo e poi perde il controllo.
No signori…l’anoressia è auto cancellazione volontaria e insieme inconscia. E’ “il mio desiderio di non esserci più…ma prima di andar via voglio palesare tutto l’orrore per la non considerazione a chi, in definitiva, non si è accorto di me”.
E che vogliate crederci o no questo messaggio è indirizzato quasi esclusivamente ai genitori o chi ne fa le veci.
Una giovane ragazza di 14, 18, 22 anni non rincorre il mito della magrezza fino alla morte solo per il desiderio di entrare dentro una "38" che poi diventa una "36" e più in là una taglia "10 anni". Per quanto deficienti vogliamo farle ste ragazzine se sono sane di cervello, se vivono in ambienti sani, se comunicano sanamente con chi sta loro vicino alla fine non resistono ad un “Mc che cavolo ne so” pieno di grasso e salse varie o ad una porzione di patatine o ad un gelato. Quelle che si ficcano le dita in gola o che allontanano il cibo con dovizia, lo fanno perché convinte che se anche non esistessero sarebbe uguale. Vivono dentro una sorta di invisibilità dell’anima che le conduce dritto all’inferno. E in quell’inferno non ci vanno da sole o da soli ma si portano dietro le famiglie da cui tutto è stato generato. L’anoressia diventa una punizione a svantaggio proprio e di chi sta loro accanto, perché nessun’altra punizione potrebbe essere tanto efficace quanto l’immagine di una catasta di ossa che giace sanguinolenta su un letto e della consapevolezza che se avessimo voluto potevamo evitarlo.
“Non mi vedevi? Non ti accorgevi di me? Non mi volevi? Bene adesso prima che io vada a fanculo per sempre goditi questo spettacolo per un po’! “
Ecco cosa grida silenziosamente chi giunge all’ultimo stadio. Perché chi vi giunge ha comunque molto da dire anche se non troverà mai più la forza per farlo
E allora genitori del 2000 e passa,
uomini e donne del 3 millennio sempre di corsa tra lavoro, circoli culturali e problemi del cazzo,
oppure genitori poco sensibili con problemi reali ma non unici….attenzione!
i nostri ragazzi MUOIONO DI ANORESSIA
A questo punto mi chiedo a cosa serve ammazzarsi di straordinario per guadagnare 4 soldi in più se poi quei soldi li dobbiamo spendere a funerali o tour della disperazione tra ambulatori, cliniche e centri.
Ascoltiamoli sti ragazzi, anzi diamogli voce, diamo loro visibilità all’interno delle nostre famiglie,tra i nostri interessi primari, rendiamoli partecipi della nostra vita di adulti affinchè possano diventarlo anche loro.
Chi non vuole ascoltare, chi non recepisce i segnali, chi lascia che i propri figli, amici, conoscenti si rinsecchiscano fino al midollo senza prendere sul serio la faccenda perchè distratti da una vita che li assorbe oltremodo meritano la ferocia del lutto (peccato che a farne le spese sia un essere che in definitiva c'entra poco).
Ma ci sarebbe ancora tanto da parlare…..e vi prego, facciamolo ancora.
Ho una cornice vuota lì sul muro.
Chi la vede mi dice –“ A che ti serve?”
Rispondo sempre che non lo so a che mi serve, però mi piace averla lì, forse perché gli spazi vuoti sono costruttivi, nel senso che danno speranza perché li si può ancora riempire.
Ma con cosa?
Cosa potrei infilarci dentro?
Un sogno?
Una speranza?
Una storia?
La fine di una storia?
Cosa?
I frantumi? Le schegge? I pezzetti?
I miei capelli rossi?
I miei tacchi alti?
Il mio cuore di bambina appiccicato con gli sputi al muro di questa stanza?
Un graffio, forse.
Quel graffio mai rimarginato che continua a sanguinare.
No!
Mi piace averla vuota, quella cornice, li sul muro.
Qualcosa prima o poi la trovo….
Un velo d’organza fascia il cielo
mentre il sole cerca ricovero in mare.
C’è un uomo sotto di esso che pensa
valga la pena sedersi
e lasciare che i sensi abbiano la meglio sul tempo.
E’ un uomo giovane e vecchio .
Un lupo di mare.

L’acqua si gonfia di respiro…..
un respiro silente,
come di chi dorme e riposa.
L’uomo giovane e vecchio conosce il suo mare,
vi si concede ogni giorno in un magnifico amplesso
con bracciate possenti ed estensione di muscoli.
Quel mare è compagno,
rifugio,
nemico e passione,
calore in inverno e frescura in estate.
Non potrebbe vivere lontano da lui
senza sentirne l’odore,
senza ascoltarne la voce,
senza catturarne l’umore.

Se l’esperienza acquisita e la forza sperimentata
divenissero materia,
darebbero all’uomo giovane e vecchio
l’aspetto di uno scoglio.
L’avere vissuto rischiando lo ha reso duro
e compatto
e reale
in un’equazione naturale
di acqua e pietra,
di luce e buio….

Forse, un giorno, avrà una casa bianca sulla spiaggia
e tende che si gonfiano di brezza marina.
Forse, un giorno, cucirà le sue reti
e dipingerà le pareti
con affreschi di vento e tempeste.
Forse, un giorno, ricorderà di quando
molto tempo prima, un tramonto lo ha rapito
inchiodandolo al suolo
e lo ha lasciato senza né parole né fiato.
Ti ho su di me.
Appiccicato addosso.
Pelle su pelle.
Fiato su fiato.
Con una specie di senso bagnato tra noi.
Ti ho addosso
Anche quando non mi sei accanto.
Quando mi sorprendi col tuo esserci in assenza.
quando allunghi lo sguardo
e con noncuranza mi incateni
e quelle catene hanno il peso di ciglia lunghissime
e di occhi chiari, come d’argento.
Ti ho addosso
e mi piace sentirti
quando mi inchiodi al muro della pazienza
e mi spingi la lingua sul collo
e percorri le parti di me
che a stento conosco
Aspettavo quella notizia. La aspettavo da una vita e adesso, da un momento all’altro, sarebbe giunta a me con tutto lo strascico del caso. La mia esistenza in un certo senso sarebbe cambiata ed io non sapevo in che modo.
Le parole avrebbero portato una ventata di novità, un groviglio di incertezze ma anche un cumulo di pensieri “altri” che al momento non erano ancora miei.
Le parole.
Le parole e il loro potere.
Resto sempre stregata da queste e da chi le usa con maestria.
In questo momento sento le parole che mi si attorcigliano addosso dando vita ad una trama fitta fitta, le sento entrare come aghi sottopelle, le intuisco mentre si sistemano a strati nel buio del mio inconscio e come materiale osseo creano strutture che prima non c’erano ma che dal loro palesarsi sarà impossibile prescindere.
Le parole sono magiche. Rendono le persone immortali anche quando a distanza di secoli di loro non resta più nulla, neanche un flebile ricordo. E conservano il senso delle cose anche quando quel senso non ha più alcuna importanza. Diventano tracce indelebili nel tempo e le si sente in rilievo passando il polpastrello sulla carta di ciò che ci è stato detto o scritto.
Continuo ad attendere che mi travolgano. E so che quando succederà io non sarò più quella di adesso…
Assolutamente priva di ispirazione.
Ci sarà un perché?
Provate a leggerla in rima….
“Era d’agosto e un povero uccelletto, ferito dalla fionda di un maschietto,andò per riposare l’ala offesa, sulla finestra aperta di una chiesa.
Dalle tendine del confessionale , il parroco intravide l’animale, ma pressato dal ministero urgente rimase intento a confessar la gente.
Mentre in ginocchio e alcuni altri a sedere dicevano i fedeli le preghiere, una donna..notato l’uccelletto, lo prese al caldo e se lo mise al petto.
D’un tratto un cinguettio ruppe il silenzio e il prete a quel rumore il ruolo abbandonò di confessare, e scuro in viso peggio della pece, s’arrampicò sul pulpito e poi fece: “Fratelli, chi ha l’uccello, per favore, esca dal tempio del Signore!”
I maschi un po’ stupiti a quel parole, si accinsero a sollevar le suole ma il prete a quell’errore madornale “Fermi,” gridò, “mi sono espresso male, rientrate tutti e statemi a sentire, solo chi ha preso l’uccello deve uscire! ”
A testa bassa e con la corona in mano, cento donne si alzarono pian piano ma mentre se ne andavano ecco allora che il parroco strillò …”Sbagliate ancora, rientrate tutte quante figlie amate, che io non volevo dire quel che pensate, ecco quel che ho detto torno a dire, solo chi ha preso l’uccello deve uscire, ma mi rivolgo, non ci sia sorpresa, soltanto a chi l’uccello ha preso in chiesa.”
Finì la frase e nello stesso istante le monache si alzaron tutte quante e col volto pieno di rossore lasciavano la casa del Signore, “ O Santa Vergine!” esclamò il buon prete, “fatemi la grazia se potete, poi senza fare rumore, dico, pian piano s’alzi soltanto chi ha l’uccello in mano.”
Una ragazza che col fidanzato s’era messa in un angolo appartato sommessa mormorò col viso smorto…”Che ti dicevo? Hai visto…se ne è accorto…”
Ihihihih
Sono in macchina. Dovrei essere incazzata per il traffico ed anche perché pare ci siano dei giorni in cui tutto è troppo incasinato. Pediatra, ottico, agenzia immobiliare… Tutti gli impegni che avrebbero potuto disporsi, uno per uno. in un arco di tempo maggiore come settimane o più, decidono invece di concentrarsi in un’unica, brevissima giornata.
E invece mi sento benevola, quasi affabile.
Salgo e scendo dall’auto. Sono alla costante ricerca di un posticino dove ficcare questa cazzo di macchina, che è pure nuova quindi le devo in certo riguardo. Irene Grandi impazza alla radio e nonostante la mia abnegazione all’incazzo quel “brucia la città …” non ci sta poi così male. Poi, mentre sono assorta in non si sa quale pensiero sento alla radio che alcuni studi scientifici attestano che la donna, 1 solo giorno al mese, va in calore.
Aspetta…aspetta!!! A quanto pare è stato appurato ,tenendo sotto osservazione un campione di donne, che nel periodo dell’ovulazione che può essere di 2/ 3 giorni, vi siano 24 ore in cui la "Lady" diventa "animale" e cominci a puntare la preda. Ne consegue una modifica comportamentale che induce il maschio ad avvicinare la femmina la quale manda una sorta di input seduttivo. A giustificare questo deprecabile comportamento solo la natura.
A parte che ne conosco 2 o 3 (di donne) che queste 24 ore, a forza di tirarsela, le abbiano fatte diventare 365 giorni, ma proprio non mi sta bene che noi donnine dobbiamo essere soggette ad osservazione mentre gli altri ci feriscono a colpi di testosterone sterile e fine a se stesso, pur passando impuniti dall’osservazione altrui.
Praticamente 1volta al mese tutte quante facciamo la figura delle cagne da riporto.
Signori… in campana se la vostra compagna la mattina vi saluta con un graffiante ciao sulla soglia prima di andare al lavoro.
Potrebbe essere in uno di quei giorni in cui tutto è possibile per gentile concessione di madre natura.
Vabbè…che mi tocca sentire!
“Fammi fare 2 conti… che questa esagerata gentilezza mi sa che ha radici molto, molto matematiche oltre che animali (vuoi vedere che tutti questi impegni non sono un caso?)"
L’argomento sesso tira sempre, tira le vendite, tira fuori provocazioni e dissensi, tira i bottoni dei pantaloni e i desideri nascosti. Il sesso è un po’ come Dio, esiste da sempre e in miliardi lo hanno adorato.
(Secondo il pensiero occidentale o primo mondo....)
...Le fasi del sesso sono un crescendo e se penso a questa cosa mi scappa un sorriso, se non altro, per la contentezza ( i miei quasi quarant’anni mi suggeriscono un certo contegno altrimenti salterei dalla gioia).
Abbiamo appurato che il sesso da ragazzini è robetta…uno strusciarsi , baciarsi e magari venire ma in maniera del tutto inconsulta. Poi comincia la fase della ricerca, del volere capire perché nel corso del tempo ogni essere umano ne è stato un adepto. E dopo c’è la sperimentazione e qui comincia il bello, perché ad un certo punto cominci a prenderci gusto.
Certamente a 20 anni è una conquista, ci si sente assolutamente in diritto di praticarlo aiutati dalla (più o meno) prestanza fisica e dal bisogno di affermarsi come adulti. L’associazione con l’amore è quasi dovuta, se non altro per giustificarne la reiterazione, ma spesso sono amori giustificativi…di comodo.
A 30, la faccenda si complica e proprio in quell’arco di tempo in cui ci si potrebbe divertire un casino, subentrano motivazioni morali e sentimentali a frenare un poco il tiro. Eh si, perché intorno ai 33- 35 cominci a farti delle seghe mentali non indifferenti del tipo figli, famiglia, stabilità emotiva e forse anche sentimentale. Comincia una fase nuova alla ricerca di una completezza difficilissima e improbabile. Il partner, compagno o marito, è sempre lo stesso e l’abitudine alla frequenza mette in secondo piano particolari fondamentali per l’argomento trattato. Diciamo le cose come stanno, il sesso “matrimoniale” è nella maggior parte dei casi una noia, un dovere, una valvola di sfogo e un modo come un altro per dirsi “ volemose bene”.
E poi arrivano i 40 anni. Spesso, chi giunge in questa fase ha delle grandi aspettative. I compagni di vita dovrebbero rilassarsi un pochetto, i figli cominciano a crescere, le rate del mutuo sono minori, il lavoro ormai ti conosce e sembra divenire più benevolo. Il tempo da dedicare a questa meravigliosa pratica sembra infinito se non fosse per quel muscoletto che duole, per quel tendine che tira, per la spalla che si blocca…e dunque il desiderio si ammoscia e non solo quello. Solitamente si tiene duro…perché non vuoi che questo magico decennio scivoli lentamente in quello successivo, ovvero i 50, quando il sesso diventa bellissimo e maturo e molto, molto “una tantum”. Perché diciamolo pure un orgasmo ogni 7/10 giorni non è che sia proprio il massimo della vita.
A parte questa inutile considerazione personale il mio ragionamento su tale argomento è volto ad una provocazione:
Perché la nostra complicatissima società occidentale concepisce la sessualità in un modo solo?
Quando pensiamo all’intimità siamo convinti che (a prescindere dalle posizioni e dalle perversioni) l'atto sessuale sia pura ricerca di piacere fisico e laddove è possibile interazione con i sentimenti e gli stessi pensieri del partner e invece studi molto approfonditi attestano che non è sempre così. Nelle culture tribali l’amore è un legame sociale, un legame che tiene insieme la comunità e il sesso diventa il mezzo di aggregazione più immediato. Le orge, le iniziazioni, l’astinenza, varie forme di omosessualità o bisessualità e strane combinazioni parentali o generazionali diventano “espressione” di gruppo e non individuale. Certo a nostro avviso (e a quello della Santissima Chiesa Cattolica) tutto questo sembra estremamente primordiale, peccaminoso, superato da millenni di educazione e civiltà…ma effettivamente cosa c’entra il sesso con la civiltà o con l’evoluzione? Il vero sesso è il nostro o l’altro?
Una delle cose che più mi fa incazzare è lo spreco. Soprattutto se lo spreco non è,almeno in parte, giustificato da una qualsiasi motivazione logica.
Chi compra un cartier, per esempio, non spreca…nel senso che si concede un lusso il cui costo è motivato da una manifattura esclusiva, dall’impiego di materiali preziosi o dalla costante ricerca per le tecniche più innovative atte a conservare la tradizione.
Lo spreco esiste quando si fa di una cosa estremamente normale un lusso. Come l’acqua per esempio.
Esiste un’acqua che va oltre ogni possibile comprensione e sto parlando di Bling H2o…..
”Che cazzo è?”… direte voi….ed io ora vengo e mi spiego:
Bling di h2o è un acqua che viene dal Tennessee.
Acqua.
Un’acqua particolarmente pura con (a quanto pare) tutta una serie di caratteristiche “perfette” per l’organismo, per le pareti dello stomaco, per il ph della pelle, per il cristallino dell’occhio ma ammesso che un acqua così esista davvero e non sto parlando della più famosa parente di Lourdes, risulta un po’ pesante per le tasche. E si, perché la bottiglietta da 750 ml costa (il prezzo è aggiornato al settembre 2007) da 40 a 100 dollari. Proprio così, avete capito benissimo.
Chi volesse giustificare il prezzo si “appiccica” sui vetri nel senso che la bottiglietta di vetro sabbiato ha la scritta incastonata di cristalli Swarosky…e volendo si possono scegliere anche i colori delle piccole pietre.
A Hollywood è tutto un gran bor…. business e questo lo sapevamo, ma che per aprire una rivendita di semplice acqua occorresse una fidejussione bancaria dall’importo pari al debito pubblico del Burkina Faso mi pare davvero esagerato….
Assidua cliente di uno degli atelier in questione è ovviamente la gaudente e per nulla capricciosa Paris, ma forse a lei la regalano perché ha suggerito una vera e propria tendenza a tutte le squinzie della città. Le paperelle griffate comprano dunque le borse firmate da 3000 dollari con apposita tasca trasparente per poi porvi la preziosissima bottiglia contenente il miracoloso liquido che pare abbia anche la strabiliante capacità di entrare dalla fessura posta in alto al corpo umano e sgorgare da quella più in basso di tutte….
Mi chiedo se la pipì che dopo ne seguirà sarà riciclabile come profumo per l’ambiente o se qualcuno ha già creato un contenitore apposito, magari di vetro soffiato per poterla conservare a lungo (tipo acqua benedetta). E mentre le nostre squattrinate miss si esibiscono in spot per acquette da 1 € usando il “plin plin”…nella patinata mecca del cinema dove i soldoni hanno un peso specifico maggiore faranno “Bling bling”?
Il tradimento ha il gusto acido e amaro della bile. Lo si sente in bocca non appena ne vieni a conoscenza, ti fa venie voglia di sputare, possibilmente in faccia al traditore.
Il tradimento non ha colore perché ti lascia al buio, spegne ogni barlume di ragionevolezza e comprensione, scherma la luce del sole relegandolo ai margini delle proprie visioni, forse potresti sentirne appena il calore se le percezioni fisiche non risultassero annientate.
Il tradimento è una sorta di elettroshock che blocca i neuroni concedendo la possibilità di un’unica domanda a se stessi: “Dove ho sbagliato e perché?” Ma quasi sempre chi è tradito non ha colpa se non quella di amare e in alcuni casi anche la forza di perdonare.
Ma chi tradisce come si sente?
Tu che hai tradito come ti senti?
Rispondo io stessa trovandomi nella posizione per poterlo fare.
“ Non ci sente bene. Affatto. Ci si sente in colpa per avere fallito in un impegno preso con un’altra persona. E ci si sente di merda perché spesso l’oggetto del tradimento non vale per niente ciò che avevi prima. Il fatto è che per un motivo o per un altro si perdono i punti di riferimento ai quali si faceva caposaldo e allora si pensa che comunque a qualcosa bisogna pure afferrarsi…giusto per non annegare. Non credo c’entri la forza di resistere ad una tentazione, credo piuttosto che in alcuni momenti i fili di vita che tessono le nostre esistenze si ingarbuglino fino a rovinare la matassa.
Spesso chi tradisce lo fa perché crede di non avere nulla da perdere e invece perde tutto quello che non si rende conto di avere.
Non voglio parlare d’amore. Non lo faccio quasi mai perché mi sento assolutamente impreparata sull’argomento e a differenza di mille altri argomenti non voglio documentarmi, voglio che questo aspetto così decantato e osannato e celebrato resti nelle retrovie dei miei pensieri.
In fondo è meglio soffrire un tantino al giorno per qualcosa che non si ha mai avuto piuttosto che soffrire maledettamente e intensamente per qualcosa che avevi e che poi hai perduto.”
Bacio
Nel dialetto agrigentino esiste un termine molto usato STRAFALARIU (pronuncia ssssrrrafalariu), lo si usa di continuo tanto da aver subito una sorta di italianizzazione nella lingua parlata: Strafalario o Strafalaria. Tale termine serve a definire una persona sguaiata, urlatrice, eccessiva e viene soprattutto attribuito alle donne sboccate e rozze.
E fin qui…non c’è nulla di particolare, ogni parola in ogni dialetto può sembrare strana o poco armonica ma a catturare la mia attenzione è stata l’etimologia di questo vocabolo.
Quando Agrigento era ancora Akragas ospitò e in seguito subì il tiranno Falaride, che nato ad Astifalea nel 570 a.c., un’isola tra Rodi e Creta, vi giunse in giovane età dopo esser stato cacciato dai greci per il pessimo carattere e le sue manie di grandezza.
Falaride fu un governante di grande ingegno e abilità ma in egual modo un uomo dall’efferatezza indicibile, ad esso si attribuisce l’invenzione e l’uso della falarica, un giavellotto intriso di materiale combustibile che durante le azioni di guerra veniva acceso e lanciato contro il nemico.

Ma la sua spietatezza raggiunse il culmine quando commissionò ad un artigiano del luogo,tale Perillo, un toro di ferro, detto appunto il Toro di Falaride, una scultura bronzea cava entro la quale veniva posto lo sfortunato nemico ed in seguito arroventata. Le urla del condannato, rimbombando all’interno, fuoriuscivano dalla bocca del toro riproducendone il muggito pietoso. Questo gran vociare diede vita alla parola STRAFALARIO (da Falaride appunto) ….l’equivalente palermitano è TADDARITA (pronuncia taddddrrrarita) ma questa è un’altra storia…
bacio

Il “Moleskine” e quel taccuino tascabile dalla copertina nera usato dagli artisti e dagli intellettuali nei 2 secoli precedenti al nostro: da Hemingway o Picasso, da Catwin a Van Gogh. Compagno di viaggio fidato ha custodito parole e schizzi prima che divenissero opere patrimonio dell’umanità.
Fu prodotto in origine da piccole manifatture francesi che fornivano le botteghe parigine frequentate dalle avanguardie internazionali, ma già verso la metà del XX sec. divenne introvabile.
Nel 1986 era scomparso anche l’ultimo produttore, un’azienda familiare di Tours.
“Le vrai Moleskine n’est plus”. Questo il lapidario annuncio che la proprietaria della cartoleria di Rue de l’Ancienne Comédie (dove si riforniva Catwin) espose a suggellarne la fine.
Nel 1998, complice un piccolo editore milanese, Moleskine è finalmente riapparso. Anonimo custode di una straordinaria tradizione, ha ripreso il suo viaggio.
E ieri, Costantin, me ne ha regalato uno. Una vera emozione.
Per chi come me ama le parole nulla poteva essere più gradito. Il vero fascino di un taccuino come questo consiste in ciò che potrebbe contenere, ciò che alla fine riuscirà a custodire. Le pagine incateneranno particelle di inchiostro che resteranno indelebilmente sulla carta a tracciare significati palesi o solo accennati.
Per chi come me si prostra alle parole, una pagina bianca diventa un universo meraviglioso nel quale disporre consonanti e vocali, punti e virgole e creare relazioni tra loro per dar vita a giochi sottili quasi fossero pianeti e stelle e nebulose gassose
Ovviamente non so ancora cosa conterrà. Non ne farò un diario perché pur avendo scritto milioni di pagine non sono capace di tenerne uno. Non ne ho la costanza e non ne sopporto la pedanteria. Sicuramente ci infilerò dentro me e quello strano modo di vedere le cose che mi distingue. Credo sia un ottimo contenitore per brevi racconti, impalpabili profili, parti di anima.
In pratica proprio come un blog….