


La mia casa.
Mura alte e soffitti pieni.
Un senso di pace che non so dire, le voci dei bambini che si accavallano a questo mio essere inquieto.
La mia casa, un non luogo che non so spiegare.
Un posto che mi appartiene anche se è tappezzato da un codice html che definisce colori e contorni.
Questa sono io, e quel che sono certe volte mi basta e altre mi spaventa.
Vorrei raccontarvi di ciò che mi è successo in questo periodo.
Di ciò che mi ha toccato e trafitto.
Di ciò che ho sperimentato.
Di ciò che ho immaginato e supposto e sperato….
E scansato.
La mia vita è cambiata un giorno in cui altre vite sono cambiate.
Una donna era in macchina coi sui bambini e percorreva una strada solita.
Sempre la solita.
Aveva salutato il marito poche ore prima, si erano dati appuntamento
per il pranzo.
Sempre il solito.
E lui aveva baciato i suoi ometti e loro lui in un gesto scontato.
E poi tutto è finito.
Un crash da ricordare per sempre.
E per sempre quelle vite sono diventate nulla.
Non so spiegare l’effetto.
Ma mi resta poco dentro e a stento riesco a trovarlo.
Forse un giorno saprò parlarne.
Forse un giorno….

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Rieccomi a casa, giusto il tempo di riordinare un pò e poi tutto quanto ritornerà alla normalita.

Attimi rubati a ricordi senza peso .
Labbra appiccicate ad altre labbra
e occhi che si chiudono in un battito di ciglia.
Battiti.
Attimi scontati quando tutto è consueto,
occhi spaventati e labbra aride di paura,
notti insonni a cercare di capire perché la vita è così dura.
Battiti.
Battiti di un cuore sempre appeso.
Battiti di storie ed un tam tam di segni e suoni
Ed un amore accartocciato in attimo sospeso.
Ti ho incontrato, avuto e poi perduto.
Un battito seduto,
senza forze ad affrontare
l’immenso senso che mi manca per capire....
(arietta)




Ora mi rifaccio con un bel post....
corro a prepararlo.



Ci sono sensazioni impalpabili che vanno oltre ogni spiegazione e come un velo di umidità si appiccicano sulla pelle facendoci rabbrividire.
Ci sono presenze impalpabili che lievemente si frappongono fra noi e la nostra stessa ragione e riempiono attimi di vuoto che altrimenti ci distruggerebbero.
Ci sono ricordi impalpabili che si addensano in parole e scivolano solidi nero su bianco a significare ciò che siamo stati e quel che abbiamo vissuto.
"Mio caro Michele,
qui è tempo di sagra. Migliaia di persone per strada a rincorrere una primavera che anche da queste parti tarda a mandare i primi segnali. Piove sempre, il cielo da un lato è sgombro e dall’altro gonfio di nubi grigie e pesanti. Un po’ come il mio cuore che non riesce a decidere da che parte esporsi. Eppure ti sento, come ieri ad esempio, quando seduta sulla poltrona a leggere un libro ho avuto l’impressione di dita fra i capelli a comporre note dolcissime di una carezza. Come se si trattasse di qualcosa di normale ho ceduto a quella sensazione piegando di lato la testa, consentendo a quel sentire di darmi un po’ di conforto.
Ho chiuso gli occhi e accennato un leggero sorriso.
Poi mi sono irrigidita ricordando di esser sola in casa, i ragazzi erano al doposcuola e questo tu lo sai bene.
Sei passato a tenermi un po’ di compagnia mentre sprofondavo tre pagine di una storia che non mi appartiene. Sei passato a ricordarmi che non sono mai sola anche quando uso questa condizione a difesa di una stabilità che si è arresa ormai da tempo.
Ma d’altra parte quale è davvero il senso di un’amicizia come la nostra, se non questo? Trascendere i limiti umani dello spazio e del tempo. Offuscare la ragione con il calore dei ricordi e dare ai sogni un senso sempre nuovo.
Le tue mani le conosco bene, mi hanno sostenuto in momenti di precario equilibrio. Mi hanno imboccato quando il cibo era nemico, mi hanno scosso quando la stupidità prevaleva sul buonsenso, mi hanno acchiappato quando la mia voglia di fuggire avrebbe distrutto la mia vita.
Le tue mani hanno un senso, sono il mio appiglio a quella vita di cui tu non hai potuto godere fino in fondo come avresti voluto…, e che io non comprendo a dovere solo perché ce l’ho.
Le tue mani reali ancora le ricordo e non dimentico quel nostro modo di aggrapparci l’uno all’altra, per questo le ho disegnate..
Ciao tesoro, a presto, (speriamo).

Da oggi “VENERE” comincia il suo transito nel mio segno zodiacale che durerà fino a giugno:
STICAZZI ....
oserei dire, ma non lo dico, non si sa mai, che se dovesse pentirsene e decidere di transitare da qualche altra parte, chissà quando la ribecco.
E comunque ne avrei davvero bisogno. Da un po’ di tempo non si batte chiodo, alcun palpito, pochissime scariche cardiache, calma quasi piatta.
E allora …. Ci diamo una mossa che qui c’è gente che aspetta?

Era appena nata, qualche secondo prima era dentro di me e poi con un gesto sapiente di un chirurgo pratico me la ero ritrovata sanguinante e brutta/bella sul mio seno. I nostri cuori palpitavano all’unisono ma dall’esterno. Era una sensazione nuova e realmente carnale. Una sensazione profonda che difficilmente potrò dimenticare tra mille voci che mi tranquillizzavano sullo stato delle cose e quell’odore impastato di fluidi corporei e mentali.
Come ad alcune capita i giorni a seguire furono caratterizzati da una sensibilità acuta, piangevo e ridevo contestualmente, colpa del calo di ormoni, così dicevano. Eppure ricordo come fosse ora un giorno di quasi 11 anni fa quando, con lei fra le mie braccia, misi per la prima volta in discussione me stessa..
Le promisi che avrei fatto di tutto per renderla felice, che non le avrei mai (volutamente) causato dolore, anzi, che la avrei difesa con tutta me stessa da ogni bruttezza e che l’avrei sorretta ad ogni duro colpo.
Sono una madre intensa, una di quelle che spiega tutto, una di quelle che non si nasconde dietro un dito… brutale in qualche occasione, sincera sempre, flessibile quando occorre.
Eppure mi sento in colpa. Il mio sentire è dovuto da una promessa infranta, da un compito non portato a temine.
Ieri sera l’ho scoperta mentre piangeva. Aveva una fotografia in cui tutti e 4 sembravamo felici. La mia inadeguatezza di madre è esplosa in una rabbia sorda, le ho urlato che quella realtà non esisteva più e doveva farsene una ragione.
Stamani l’ho svegliata riempiendola di baci, lei pareva avere dimenticato e come tutte le mattine mi ha abbracciato come se niente fosse successo. Aveva realmente dimenticato? Aveva registrato quella mia perdita di senso? Era riuscita a mediare con se stessa(più di me) su quanto accaduto? Oppure è ormai abituata agli sbalzi d’umore di una madre profonda e approssimativa insieme?
Mentre lei era ancora a scuola ho preso quella foto, scattata 9 anni fa per il battesimo del fratello, una di quelle foto da studio con il capofamiglia in piedi ed io in poltrona col neonato in braccio e la piccola al mio fianco in una espressione spiritosa. L’ho inquadrata in una grande cornice d’argento e l’ho messa nello scaffale centrale della libreria nella sua camera.
Quella, per lei, è una realtà a cui fare riferimento. E’ la solidità del suo essere a prescindere da tutto. E’ la sua storia, il suo albero genealogico, il suo DNA. La sua certezza di essere. La sua famiglia. Le sue radici.
Ringrazio il mio tesoro per avermi insegnato il rispetto per i sentimenti di altri. Per avermi dato la capacità di vedere altro. Per la volontà di essere una persona e una madre migliore.
Le distanze tra genitori e figli sono frutto di sensi di colpa non eviscerati.
Il mio è un invito alla riflessione, Ciò che non si affronta scava buchi, trincee, voragini. I nostri figli sono frutto ed incipit di ciò che siamo e di ciò che diventeremo…..

La violenza sulle donne non è solo quella fisica che è sicuramente la più terribile per la profanazione di corpo e anima.
C’ è un altro tipo di violenza muta, pesante, subdola.
Una violenza che tarpa le ali a giovani e meno giovani farfalle,
che le zittisce e le annulla rinchiudendole nel regno del possesso che spesso gli uomini (piccoli uomini) fortificano con minacce e divieti.
Ci sono anime forti in corpi delicati che riescono a sottrarsi a tali sopraffazioni e ci sono anime lievi che invece non riescono ad opporsi ad ordini e cattiverie.
E subiscono, piccole stelle, vivendo tra la paura e l’infelicità di un rapporto che non vorrebbero ma dal quale non riescono a fuggire, per incapacità o volontà.
Il mio pensiero oggi è per loro e a tutte le donne voglio dedicare questa bellissima canzone di E. Bennato
La Fata.

Ho scoperto da poco Facebook. Non c’entra niente con splinder, lo so, ma è divertente. Lo associo un po’ al grande fratello che ovviamente non mi piace, (vi prego fidatemi della mia intelligenza) ma che di tanto in tanto guardo perché ogni personaggio ha comunque una storia, una realtà nella quale si muove e sicuramente delle motivazioni che lo spingono ad essere quello che è.
Mi piace il genere umano, se mi fosse possibile vivrei sempre in piazza ad osservare. Perché ogni persona è differente dalle altre, ha gesti propri, parole proprie, emozioni proprie ma non tutti realizzano che scrivere è una marcia in più…
Internet ha modificato le nostre vite, me ne sono accorta in questi giorni di buio perché non averlo mi ha fatto sentire a metà, quasi catapultata nell’età di mezzo o medioevo. Io con internet ci vivo, accendo la macchina non appena sveglia e tiro avanti fino a notte. Non chatto, mai, ma lo utilizzo per ogni cosa dalla ricerca dei numeri telefonici su pagine bianche, alle ricette da portare in tavola, dalle curiosità alle immagini, dalle recensioni alla musica da scaricare. Mi addentro negli archivi, leggo il giornale, faccio le mie rimostranze e mi tengo in contatto con tutti con quintali di gB di posta.
E poi ho il mio blog. Che amo, che rileggo, che abbellisco e rimaneggio. Ma “senti che arietta” è lo specchio della mia anima, il mio momento interiore nel contesto di una giornata , niente a che vedere con tutto il resto.
Sto passando un periodo difficile. Un momento incerto in questa vita che certe volte pare fatta di cemento ed altre di cartone. A giorni avrò l’udienza per il divorzio, non che non la voglia, anzi, ma è un momento importante che gestisco male, sarà per i sensi di colpa nei confronti dei miei ragazzi, sarà perché la registrazione di un fallimento, nero su bianco, è sempre un frangente doloroso per ognuno di noi.
In certi momenti mi sembra mi manchino le parole per dare forma ai miei pensieri. Però qui mi sento a casa e a prescindere chi e in quanti mi leggono, ciò che ho da dire sarà inciso solo su queste pagine.
Torneranno le parole, tornerà quel mio lato impertinente che al momento è sepolto sotto quintali di dura realtà….

Ma voi ci siete su FACEBOOK?
datemi anche con PVT i vostri contatti e vi aggiungo fra gli amici....

Tratto da una storia vera....
Era una ragazzina carina, dentro nascondeva una solitudine insopportabile e per questo fuori mostrava una sicurezza bugiarda, di quelle che fanno paura. Aveva conosciuto un tipo più grande di lei almeno di 10 anni, ragazzino anche lui ma con la macchina e la barba da fare tutti i giorni. Lei sembrava innamorata ma quell’amore era difficile da vivere perché 13 anni al cospetto di 24 sono davvero pochi.
Stavano insieme, così si dicevano quando all’uscita di scuola lui la passava a prendere con la sua golf beige di un beige orribile.
Poi una sera lei andò ad una festa, era carnevale e per quello si era vestita in maniera davvero estrosa con un costume viola e rosso di tulle, di una cugina che lo aveva utilizzato per un saggio di danza classica. Quel costume sembrava rafforzare una personalità inesistente perché tra tante bambine/ragazzine vestite da Cleopatra, dame e fate, un vestito da giullare di corte sembrava rompere con una certa consuetudine primi anni ottanta.
E poi a quella festa in un garage sotto un palazzo di periferia si imbatté in lui, ragazzino figlio di puttana con un sacco di storie per storia e una gran voglia di finire nei guai. Un lento, poi un altro e alla fine la conquista di un anfratto buio e nascosto. Il sesso a quell’età è davvero curiosità e ricerca e per questo lei aveva infilato la mano nella patta guidata dalla voglia impertinente di un 15enne arrapato.
Baci, carezze e un’eiaculazione precoce e definitiva. Se solo avesse saputo che con quella pratica era inevitabile sporcarsi e tracciare le sorti di una vita…..
Alla fine della festa aveva raggiunto l’amica che l’aveva accompagnata e che guarda caso era proprio la sorella del giovanotto che tutte le mattine passava a prenderla con la sua golf dall’orribile colore beige…
-Ti sei sporcata – aveva precisato tracciando i contorni di un imbarazzo indicibile. Quella macchia di giovane sperma era lì davanti i suoi occhi, una macchia bianchiccia e sbavata. Una macchia per la vita.
L’indomani aveva incontrato il suo pseudo amore. Un incontro normale. Un incontro fatale che mai avrebbe dimenticato: Lui pareva sereno, aveva guidato fino ad un boschetto vicino al mare e si era posteggiato in tranquillità.
“So che ti sei divertita ieri sera” - aveva detto senza mostrare alcuna emozione e mentre lei, ragazzina carina, cercava giustificazioni appropriate le arrivò il primo colpo… e poi un altro e poi un altro ancora a sfinirla dal dolore.
Le spiegazioni a difesa servirono a poco , fu aperta nell’intimo a costatare se la sera precedente aveva causato quel danno che invece si compieva al momento e mentre lo stronzo 24enne veniva dentro di lei pronunciava il nome dell’altro, del quindicenne arrapato, figlio di puttana.
L’ironia della sorte malevola e troia volle che alla prima volta il senso della vita si completasse in un atto di odio e rancore.
Lei rimase incita.
Aveva 13 anni.
Lui la fece abortire dopo un paio di mesi tracciando le sorti di una vita sporca e inutile.
E poi come succede in questi casi il tempo (che è un gran galantuomo) scorse sul suo letto dando ai protagonisti di questa faccenda storie diverse, motivi diversi, dannazioni diverse.
A distanza di 25 anni, quella gran troia dell’ironia della sorte non sembrava stanca di prendere per il culo faccende e faccendieri e per questo stabilì che la ragazzina carina e il ragazzino arrapato e figlio di puttana si rincontrassero. E finissero con lo stare ancora insieme in una sorta di storia confusa e dannata. Lei gli diede tutto quello che aveva perché credeva fortemente nel senso di giustizia che ognuno vorrebbe per la sua esistenza. la quadratura del cerchio, il cerchio della vita che si chiude ad anello tra il prima e il dopo senza considerare il durante...
Morale della favola?
Fu lui a lasciarle, per ultimo, un figlio.

E’ arrivato serenamente, è scivolato sul broccato della tavola imbandita, si è immerso nell’aria allegra di brindisi e baci, ha allargato le braccia di chi mi era accanto. Ho guardato l’orlo ondeggiante della gonna “fru-fru” di mia figlia che si impigliava ad ogni passo, l’ho vista chiamare il padre, con il fratello, al cellulare 30 secondi prima della mezzanotte per condividere anche con lui quel momento che alla loro età sembra davvero un nuovo inizio ogni volta. Ho potuto tenerli stretti a me nell’attimo in cui il nuovo scalzava il vecchio in un’implosione interiore di speranza e forza ed immenso amore.
Mi sento fortunata, questa sera mi sento davvero fortunata, colma di tanto più di quanto avessi sperato.
I miei 40 anni prendono a pedate nel culo qualsiasi tentativo di buon proposito da formulare per l’occorrenza… sarò … farò … avrò…
Mi piacerebbe pensare di poter avere ciò che "normalmente" si può desiderare, non grandi eventi ma un quotidiano vivere senza grandi problemi da dover affrontare. Bello vero?
E invece saremo tutti qui, intenti a gestire l'unica vita che ci sia data da vivere.
Buon anno a tutti.


Buon natale di cuore a chi passa di qui, a chi mi vuol bene almeno un po’, a chi pensa di avermene voluto e a chi suppone che forse un giorno me ne vorrà…
Un felice Natale 2008 nella speranza di trovare sotto l’albero e in fondo al cuore quel regalo sperato, atteso, sognato…. Di qualunque cosa si tratti.
Auguri di cuore

Troppo spesso ci chiediamo dove nasce l’amore, da che parte arriva, a cosa ci porta e cosa vorrà in cambio.
Spesso ci addentriamo in cunicoli oscuri che odorano di olio cerebrale e fanghiglia umana e scaviamo … scaviamo dentro le budella del cuore e dell’anima.
Ma poi la vita ci regala momenti impossibili da dimenticare, immagini che vanno custodite in noi per sempre.
Ieri, venerdì 19 con i miei ragazzi abbiamo fatto tardi, una pizza e una partita al boowling con la squadra del pattinaggio. Questa mattina mi sono alzata un po’ più tardi disturbata dal rumore di stoviglie e pentole.
Salgo in cucina e trova loro 2 intenti a prepararmi la colazione.
Thè, limoni appena raccolti, bacche rosse dentro ad un bicchiere che avrebbe dovuto somigliare ad un vasetto e (un’orribile) fetta di pandoro ricoperta di nutella…
Mai mattina mi è sembrata più dolce.
Mai ho desiderato tanto, come in quel momento, essere chi sono al posto in cui sono, in compagnia di chi mi ama davvero.
Mai l’amore ha avuto un sapore tanto dolce.
Di pandoro e nutella…. e latte e baci, perché a casa mia i bambini crescono così…

Vado via… o meglio resto ma da FANTASMA, tutto passa… passerà anche questo e forse tornerò com’ero un tempo. Ma in effetti tutto cambia e forse io sto già cambiando.
Chi sarà la nuova Arianna? Che sarà di ciò che sono stata?
Arietta, al momento aleggia, anche il mio alter ego sembra seriamente compromesso. Dove sono finite le mie idee? La mia voglia di parlare e dire ed indagare? La mia voglia di piacere? La mia necessità di confronto e di scontro?
L’unica cosa che mi rassicura è che dopo essermi messa in discussione riesco a recuperare parti di me che non pensavo esistessero davvero.
Sarò qui.
Leggerò i vostri blog e commenterò… e non mancheranno i miei auguri.
Un bacio

Il tempo è galantuomo…
(si prenderà cura di me)

Pensavo fosse amore….
E invece era un CALESSE

Edward Hopper – Hotel-room 1931. Oil on canvas 60 x 65 inches
“Niente intorno a me è familiare se non i miei stessi indumenti che ordinatamente ho riposto accanto al letto.
Avevo pensato che andando via tutto sarebbe stato più sopportabile e invece mi ritrovo in una camera qualsiasi ,di un hotel qualsiasi, in un posto qualsiasi continuando a soppesare questo mio incredibile senso di vuoto.
Odio esser trattata male e questo tu lo hai sempre saputo, non fa differenza se non hai mai alzato un dito sulla mia persona… i tuoi atteggiamenti, i tuoi modi sgarbati, la tua arroganza mi offendono in egual modo, forse tanto quanto l’indifferenza atavica di cui ho vissuto dal giorno in cui sono nata.
Le parole sono fendenti, puntute, scorticanti. E tu riesci ad usarle ad arte.
Le tue parole sanno diventare una massa d’acqua che travolge ogni cosa trovi lungo il percorso che le scivola sotto. Le tue parole, i tuoi rimproveri, le tue offese sgretolano gli attimi intensi di sintesi fra noi, annientano la nostra continua ricerca di una formula matematica che possa comporre entità diverse fra parentesi, in un unico, inscindibile binomio.
Non ho smesso di amarti però ho smesso di credere in noi. La mia stanchezza non lascia spazio ad ulteriori tentativi di rimedio, certo il periodo non è esattamente quello giusto, con il Natale alle porte la sensazione di esser sola al mondo diventerà ancora più angosciante, ma il coraggio non mi è mai mancato e le grandi opere hanno comunque un inizio e una fine a prescindere dal tempo e dallo spazio.
Al momento mi sento come fossi una cosa, una cosa qualunque posata da qualche parte… cosa vuoi che importi dove…
Questo è il mio addio.
Nient’altro da aggiungere”.
Rileggeva in silenzio le righe scritte all’uomo che le scoppiava dentro e quella camera qualsiasi, di un hotel qualsiasi, in un posto qualsiasi era l’unica certezza in quel suo scampolo di vita.

L’amore è sempre ad un senso.
Non credo alle corrispondenze, forse è solo il bisogno di trovarsi.
Di non sentirsi soli.
Di non sentirsi di “nessuno”.
L’amore è un sentimento talmente travolgente e forse anche angosciante da non dar spazio a logica e ragione.
L’amore è sconvolgente.
Arrogante.
Belengo.
In certi casi disastroso.
In altri balordo.
E ancora offensivo.
Lascio ad altri eufemismi quali “sole, cuore, amore”
Per me è fastidioso e troppo ingombrante.
(quanto meno al momento!)

E’ cominciato il periodo più bello dell’anno ed io mi sto preparando. Ho addobbato il mio albero nuovo di zecca, obbligatoriamente sintetico e in full-violet.
Durante questo mese subirà modifiche varie, nuovi oggetti troveranno collocazione ed altri, invece, torneranno nella scatola… praticamente
WORK IN PROGRESS
(è natale e a natale si può dare di più….)

Gear of wars – last day
Una combattente malinconica
Con un’incredibile voglia di tornare a casa…
Intorno a me solo macerie ma questo è il destino di ogni mercenario.
Chi combatte per mestiere non dovrebbe avere neanche un briciolo di cuore e ppure una puntina mi pare di averla da qualche parte....

Ho dormito accanto a te in un groviglio di gambe e pensieri e sudore e gemiti inconsulti di un sonno che a tratti ci avvolgeva. Restavo immobile aspettando che l’aria della stanza si solidificasse in un ricordo impossibile da perdere.
Ho dormito accanto a te e tutto è sembrato logico, chiaro, naturale. E mi chiedo se le nostre vite giungeranno agli stessi incastri perfetti suggeriti dai nostri corpi. Mi chiedo se riusciremo a evitare quella stanchezza che genera confusione e quel bisogno di sfuggirsi per recuperare qualcosa che non c’è. Riusciremo a bastarci ancora come in questa notte? Riusciremo a dormirci addosso e a risvegliarci ogni volta con la saliva impastata dal sonno e l’odore della consapevolezza fra i capelli?
Consapevoli che… scegliersi ogni giorno vale molto più di qualsiasi altro vincolo, consapevoli di essere giunti fin qui e di esserci in 2 .Consapevoli che il sorriso mattutino mentre sorseggiamo il caffè bollente è un attimo d’amore senza né maschere né trucchi e che da adulti il comprendersi può essere più semplice e il viversi un vero dono.
Ho dormito accanto a te e ancora voglio farlo, per mettere un ordine sintetico alle nostre esistenze multiformi, per sentire il bisogno di ritrovarsi e lasciarsi sorprendere dalla certezza che è giunto il momento di fermarsi e riposare.
E tu deponi le armi sul pavimento come uno stanco guerriero ed io ti sfinisco con un ultimo ballo lento.

I bambini e le loro solitudini. I bambini e il muto mondo degli adulti. I bambini e la loro ricerca costante di attenzione, poco importa da quale parte provenga, poco importa a cosa conduce.
Resto immobile davanti la nuova pubblicità televisiva di Telefono Azzurro (che ho invano cercato su youtube) forse perché quel mondo surreale e vuoto ,in parte, mi appartiene.
La traccia è efficace, la desolazione invadente, la paura nettamente percepibile: un bambino di circa 7/9 anni si guarda intorno e si ritrova completamente solo in un contesto metropolitano deserto, come se gli adulti fossero stati lì fino ad un batter di ciglia prima, la tazzina del caffè ancora fumante, le porte che ancora si muovono dall’ultimo passaggio veloce di qualcuno che non è più lì. Prima perplesso, poi sempre più impaurito chiede disperatamente se “C’è qualcuno?” ma nessuno risponde, nessuno si intravede. La paura diventa terrore e la visione si gonfia di angoscia perché qualsiasi cosa potrebbe accadere a quell’innocente bersaglio di distrazioni e disinteresse.
Un incontro qualsiasi sbagliato e determinante, una caduta rovinosa sul percorso di questa cazzo di vita e le vite seguono traiettorie imprevedibili e dolorose che trasformano gli agnelli in lupi, le menti lineari in menti contorte. La solitudine interiore nasce a quell’età e il vuoto scalza il senso di pieno che fino a qualche tempo prima sembrava reale e avvolgente.
Chi vive un’infanzia pesante diventa un adulto pesante. Chi subisce violenza si difende con violenza, chi non ha amore non conosce amore, chi non viene compreso da bambino in futuro non comprenderà i bambini.
Una carezza in più ai nostri piccoli non costa nulla e potrebbe risparmiare loro quella logorante domanda: “c’è qualcuno?

APPASSIONATA - by Patrick Mock - 24x30 on art canvas
Piano piano … dovrei farcela.
E’ che in questo momento riesco solo ad ascoltare il silenzio e la comunicazione passa attraverso un canale muto.
Sto costruendo la mia nuova … bellissima casa interiore.
Avrà fondamenta profonde e muri spessi, mi serve solidità per contenere questa mia vita appassionata.
